Essere controllati sul posto di lavoro è probabilmente l’incubo di molti dipendenti, e non solo di quelli scansafatiche. D’altra parte anche pensare di essere spiati dal proprio superiore non è certamente una cosa simpatica. Nonostante questo però, spiega la Forrester Research in una sua ricerca sull’argomento, lo spionaggio aziendale ai danni dei dipendenti è ormai una pratica consolidata, uno dei tanti “strumenti” di controllo di cui si è dotato l’imprenditore.
Lo studio, svolto su un campione di circa 1400 aziende tra Usa e Regno Unito con più di 1000 impiegati, ha evidenziato che circa il 40 % degli imprenditori avrebbe assunto personale specializzato per “monitorare” la condotta on line dei propri dipendenti. I più spioni sono risultati essere, senza troppe sorprese, gli Usa, dove il 44% delle società ha assoldato veri e propri squadroni di vigilantes dell’informazione. “Le aziende sono preoccupate perché attraverso Internet potrebbero essere diffuse informazioni sensibili di carattere confidenziale”, dichiara G. Steele, uno dei responsabili dello studio, ma il peggio è che “certe pratiche vengono tenute segrete e ci sono molte aziende dove i dipendenti pensano di essere liberi di esprimersi su Internet dalla propria postazione di lavoro, ma in realtà sono sotto una lente d’ingrandimento”. Ma tali, per certi versi incredibili, dichiarazioni non devono stupire più di tanto. Solo qualche mese fa infatti era stato il ministero britannico per le attività industriali a benedire gli spioni aziendali, in quanto “spiare le attività on line dei dipendenti è fondamentale per mantenere alti livelli di produttività e sicurezza informatica”. Oltreoceano intanto la cittadina di Pittsburgh in Pennsylvania ha già messo a regime una procedura di controllo dell’uso che i dipendenti pubblici fanno del pc, nonché di rigide limitazioni del loro tempo di connessione, che non può superare la mezz’ora al giorno. Tale procedura consiste, più in dettaglio, nel filtro delle connessioni dei dipendenti attraverso un’apposita rete interna e nel blocco dei programmi di messaggistica istantanea e di condivisione file ad opera di firewall centralizzati. Tutto ciò, spiega il portavoce del sindaco della città, consentirebbe non solo di aumentare la produttività, ma anche di offrire un servizio migliore ai cittadini. In ogni caso sfugge la connessione tra questi pur condivisibili obiettivi aziendali e il fatto che metà delle società Usa conserva e utilizza la corrispondenza privata dei dipendenti sul lavoro, mentre circa il 40 % dei manager ricorre alla registrazione dei dati per controllare globalmente i contenuti visualizzati dai propri sotto posti. Nel nostro Paese invece le cose stanno diversamente, per fortuna. Lo scorso febbraio infatti, il Garante della Privacy ha sancito l’impossibilità da parte del datore di lavoro di monitorare i contenuti della navigazione dei dipendenti. Il motivo scatenante della pronuncia del Garante era stato in quella circostanza il caso di un’azienda che aveva impiegato dati inerenti la navigazione di un dipendente per una contestazione disciplinare con conseguente licenziamento determinato essenzialmente dal fatto che il dipendente in questione non era autorizzato ad accedere ad Internet. In ogni caso, mentre la semplice constatazione dell’utilizzo non consentito della Rete da parte dell’impiegato sarebbe stata considerata una misura “adeguata” nell’ottica di una successiva azione contro lo stesso, il monitoraggio sistematico dei contenuti della navigazione è tutt’altra storia. Non solo infatti il dipendente non era al corrente del monitoraggio in corso, ma comunque le informazioni raccolte erano servite per il trattamento dei dati sensibili, cioè quei dati atti “a rivelare convinzioni religiose, opinioni sindacali, nonché gusti attinenti alla vita sessuale”. |