Pochi giorni fa è stato presentato il Rapporto annuale di Amnesty International sul tema dei diritti umani dal quale emerge che il 2005 è stato “un anno pieno di contraddizioni, durante il quale segnali di speranza per i diritti umani sono stati indeboliti dagli inganni e dalle false promesse dei governi che hanno più voce in capitolo”. Abbiamo intervistato Riccardo Noury, Direttore dell’Ufficio Comunicazione Amnesty International Sezione Italiana, per fare il punto sugli aspetti fondamentali messi in luce dal rapporto.
Intanto dov’eravamo rimasti con il vostro Rapporto del 2005? Qual era la situazione da voi fotografata lo scorso anno? Tra i contesti più pericolosi in termini di diritti umani voi avevate indicato gli Stati Uniti del dopo 11 settembre, l’Unione Europea, il Darfur, Haiti, ma anche l’Italia L’anno scorso AI aveva parlato del ‘tradimento del diritti umani’, conseguenza dell’applicazione della cosiddetta ‘guerra al terrore’ portata avanti dagli Usa e da numerosi altri governi. Quest’anno la situazione non è cambiata, sia perché prosegue il tentativo di smantellare tutto il sistema di garanzie internazionali a tutela dei diritti umani, sia perché concentrarsi sul tema della ‘guerra al terrore’ distoglie risorse, energie e attenzione nei confronti delle tante ‘crisi dimenticate’. La novità del Rapporto Annuale 2005 è che sempre più spesso parlamenti, organi di giustizia nazionali e internazionali e opinione pubblica prendono posizione contro la strategia della ‘guerra al terrore’. Qual è l’impressione che vi siete fatti circa il ruolo dell’opinione pubblica nel processo di sensibilizzazione rispetto ai diritti umani e alle violazioni degli stessi? Abbiamo registrato un “cambiamento d’umore” in diversi paesi, ovviamente in quelli nei quali l’opinione pubblica è libera di esprimersi. Sempre di più, le strategie adottate per conseguire l’obiettivo della sicurezza vengono giudicate inefficaci e pericolose. Vi è la diffusa percezione che il mondo sia oggi più insicuro che mai. Anche quest’anno avete posto l’accento sul conflitto in Darfur iniziato 3 anni fa e che ha visto 2.200.000 tra rifugiati e sfollati e 285.000 persone uccise con le armi o morte per fame e malattie. In breve, quali sono state le cause del conflitto, quali le sue dinamiche di sviluppo in questi 3 anni e cosa chiedete voi per far fronte a quest’emergenza umanitaria all’Unione Europea ed ai Paesi africani? Il conflitto del Darfur nasce da rivendicazioni economiche e politiche di una regione emarginata dal governo centrale di Khartoum. Su questa base si sono innestati interessi economici e contrasti etnici. È un conflitto feroce, in cui il governo si serve di milizie paramilitari (janjawid) che fanno scorrerie nel Darfur, all’interno dei campi profughi e ultimamente anche oltre frontiera, in Ciad. Il rischio di un conflitto tra Ciad e Sudan è elevato. Nonostante le 13 risoluzioni del Consiglio di sicurezza, l’Onu non è stata in grado di fornire un solo peacekeeper in questi tre anni. Amnesty chiede l’invio in Darfur di una missione di pace Onu con un forte mandato che assicuri la protezione della popolazione civile, il rafforzamento dell’embargo sulle armi ai belligeranti, il disarmo delle milizie paramilitari e l’impegno del Sudan a cooperare con la Corte penale internazionale, oltre ovviamente a un serio accordo di pace che veda il rispetto dei diritti umani come punto cruciale. Qual è invece la situazione da voi fotografata nell’Iraq post-Saddam e in Medio Oriente? Qual è il vostro giudizio circa le condizioni di vita dei civili palestinesi nei Territori? Secondo Amnesty quali strade si potrebbero praticare per allentare la tensione in entrambe i contesti, partendo dal presupposto che la via della guerra per esportare la democrazia praticata in Iraq è clamorosamente fallita così come la politica delle esecuzioni mirate praticata da Sharon? L’Iraq sta conoscendo una drammatica stagione di violenza settaria e di terrore. L’intervento militare non ha portato sicurezza e le violazioni dei diritti umani commesse a partire dal 2003 sono impressionanti. Occorre avere l’umiltà di dire che si è sbagliato e cambiare approccio nei confronti dell’Iraq: mettere i diritti umani al primo posto significa adottare e obbligare ad adottare comportamenti, sul piano militare e politico, che rispettino le norme internazionali. Nel 2005 la situazione della popolazione palestinese dei Territori Occupati è peggiorata: più di tre milioni di persone sopravvivono quotidianamente sotto un assedio militare e psicologico che colloca la popolazione a una sorta di “arresto domiciliare collettivo”. La penetrazione del muro all’interno dei Territori, il controllo di fatto mantenuto da Israele su Gaza (basti pensare alla chiusura del valico commerciale di Karni), l’attuale crisi dovuta alla sospensione dell’erogazione dei fondi da parte dell’Unione europea e del riversamento delle tasse doganali dovute da Israele sta riducendo la popolazione palestinese in condizioni ancora più disperate. La strada per la convivenza in pace e sicurezza tra due popoli non può passare attraverso l’esacerbamento di condizioni di vita già precarie. Cosa sono le “operazioni coperte” e le “rendition” da voi denunciate e quali i Paesi coinvolti? Si tratta di trasferimenti illegali di prigionieri da un luogo all’altro del pianeta, effettuati grazie ad aerei noleggiati dalla Cia presso compagnie di facciata o prestanomi. La destinazione finale è sempre un centro di detenzione, noto (Guantanamo) o segreto (i cosiddetti ‘buchi neri’, la cui esistenza è stata denunciata in Europa orientale oltre che in Medio Oriente). AI è riuscita a individuare 1600 voli del genere dal 2001, la maggior parte dei quali ha usato lo spazio aereo europeo e, in molti casi, aeroporti europei. I paesi europei coinvolti sono moltissimi: tra questi, Germania, Irlanda e Regno Unito. L’Italia è a sua volta chiamata in causa in otto occasioni, in cui gli scali di Pisa e Roma Ciampino sono stati utilizzati nel contesto delle “rendition”. Passando agli Stati Uniti, qual è il vostro giudizio? Cosa chiedete in proposito agli Usa e cosa invece rimproverate al suo alleato storico, la Gran Bretagna? Gli Usa, in quanto unica superpotenza, hanno la grande responsabilità di aver avviato nel 2001 lo smantellamento del sistema internazionale di protezione dei diritti umani. L’amministrazione Bush ha portato avanti il tentativo di rendere lecito ciò che è illecito (la tortura, in primo luogo) ed è ricorsa a tutta una serie di violazioni dei diritti umani (arresti arbitrari, detenzioni segrete, detenzioni senza accusa né processo, legislazioni antiterrorismo) in nome della “guerra al terrore”. Il suo esempio è stato imitato da governi tradizionalmente alleati (come quello britannico) ed è stato usato come alibi da governi di segno diverso per proseguire indisturbati a reprimere i diritti umani. fine prima parte clicca qui per leggere la seconda
|