In un recente studio la Business Software Alliance (BSA), l’organismo che raggruppa i produttori di software originali, ha lanciato il suo allarme a proposito della pirateria digitale. Queste le principali accuse della BSA: la pirateria sarebbe responsabile dell’aggravio dei costi per l’industria, tanto per le grandi aziende quanto per i fornitori di servizi informatici.
Complessivamente i Paesi più “cattivi” segnalati dalla BSA sono quelli asiatici, dove i programmi piratati sembrano avere ormai preso piede, d’altra parte però su scala globale il tasso di pirateria nel 2005 è rimasto invariato rispetto all’anno precedente, segnando un 35 %. Questo dato però non deve trarre in inganno, avverte la BSA, perché a fronte della crescita del mercato IT nei Paesi emergenti si registra un aumento delle perdite nel settore informatico, giunte ad oggi a quota 34 miliardi di dollari. Andando a esaminare più nel dettaglio i dati relativi i singoli Paesi si può vedere che in Italia il fenomeno pirateria è in crescita: nel 2005 infatti, il 53 % dei software utilizzati era piratato, a fronte del 50 % del 2004. Nel nostro Paese inoltre, proprio lo scorso anno la pirateria ha segnato il suo “record” dal 2000, quando sono state varate misure più severe per tutelare il diritto d’autore. Ma quali sono le ragioni di tale “cattiva” condotta nostrana? Secondo Francesca Giudice (presidente BSA Italia) “le principali cause di questa grave crescita del fenomeno in Italia sono la persistenza di comportamenti illegali nelle piccole e medie imprese e la sempre maggiore diffusione della cosiddetta pirateria di strada e dello scambio illecito su Internet”. A proposito del ricorso nelle piccole e medie imprese al software piratato per contenere le spese in una fase come questa di crisi economica la Giudice ribatte che “si tratta di un rimedio effimero e altamente rischioso per via delle conseguenze che potrebbero insorgere a carico dell’azienda e dei singoli responsabili”. Predicozzi pro-copyright a parte, non è forse arrivata l’ora di iniziare a discutere seriamente dei costi spesso assolutamente proibitivi e comunque spropositati dei prodotti “originali”? Tornando alla “classifica” della BSA, pari merito con l’Italia troviamo i cugini “iberici” Spagna e Portogallo, segue a ruota la Francia con un incremento della diffusione di software piratati del 2 %. Tra i Paesi “primi della classe” se ne trovano alcuni spesso fanalino di coda per quel che riguarda invece democrazia, libertà civili e diritti umani: Russia, Cina, ma anche India e Marocco che “vantano” una riduzione del 4 % dei software piratati. Gli Stati con le percentuali più basse di software pirata sono gli Usa (21%), che sembrano particolarmente attenti e rispettosi del diritto d’autore ma, a livello di establishment governativo, non altrettanto dei diritti umani, quindi la Nuova Zelanda (23%), l’Austria (26%) e la Finlandia (26%). Il pistolotto della BSA viene “coronato” dalla citazione di un dato contenuto all’interno di una ricerca realizzata con IDC, attraverso il quale viene previsto con sorprendente precisione e puntualità che “un’eventuale riduzione di dieci punti che portasse al 25 % il tasso di pirateria globale, riuscirebbe a creare in tutto il mondo 2,4 milioni di nuovi posti di lavoro, 400 miliardi di dollari di crescita economica e 67 miliardi di dollari di nuovo gettito fiscale”. Sembrerebbe una specie di Paese della Cuccagna e , se solo ci credessimo, dovremmo ringraziare per questo proprio i produttori di software “originali” ! |