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Cybercensura & e-government: quando la Cina non fa paura PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesca Garrisi   

E’ di qualche settimana fa l’accordo Italia-Cina in materia di innovazione tecnologica. La collaborazione tra i due Paesi su temi quali “l'esportazione” del Codice dell'Amministrazione Digitale e l'e-government ha infatti preso il via ufficialmente con l’incontro tenutosi a metà giugno tra Chen Dawei, Viceministro per l'Informatizzazione della Repubblica Popolare Cinese, e Lucio Stanca, Ministro italiano per l'Innovazione e le Tecnologie. Nel presentare questo progetto di cooperazione i rappresentanti dei due governi sembrano sfidarsi in una sorta di gara di retorica, fatta di proclami e dichiarazioni d’intenti spesso così spinte ed eccessive da risultare lontane anni luce dalla realtà.

Se infatti in un comunicato dell’Ufficio Stampa di Stanca l’intesa siglata viene definita “proficua, anche perché tra i due Paesi sono emerse molte questioni comuni sul fronte della modernizzazione, in particolare della Pubblica amministrazione”, un entusiasta Viceministro cinese afferma che “quest'albero che abbiamo piantato oggi( lo scorso 16 giugno), sicuramente crescerà e darà i suoi frutti; mentre il Ministro Stanca nel processo di e-government è ormai oltre metà strada, noi siamo appena all'inizio. Ma grazie a questa collaborazione speriamo di raggiungere presto le posizioni italiane”. Inoltre Italia e Cina, secondo il Ministro italiano, hanno la stessa visione del “coinvolgimento delle amministrazioni locali senza imposizioni dall'alto, che ben si addice ad un paese così vasto, decentrato e con migliaia di amministrazioni locali”. Dal canto suo Chen Dewey tiene a precisare che in Cina “è in atto una grande trasformazione: da un'economia pianificata ad una di mercato e il compito del Governo dal monitoraggio si concentra sulla fornitura di migliori servizi a cittadini e imprese. È in questa fase che l'e-government può dare maggiore efficienza ed efficacia all'azione del Governo, come dimostra l'esempio italiano”. A questo proposito Stanca sottolinea “il grande interesse che la Cina annette all'adozione, con la collaborazione italiana, di nuove tecnologie informatiche per sviluppare moderni modelli gestionali della propria pubblica amministrazione, finalizzati non solo all'efficienza ma anche alla trasparenza. In tal senso l'Italia ben volentieri e' pronta a fornire la propria cooperazione al Governo di Pechino”. Parlare di trasparenza circa l’operato del Governo cinese suona come una beffa, alla luce delle puntuali e sistematiche violazioni in materia di libertà civili e diritti umani di cui la Cina è stata responsabile, sia prima che dopo l’avvio di quella che è stata definita “un’ intesa proficua”. Vale quindi la pena di ricordare le ultime in ordine di tempo di una serie di gloriose misure di cui è stato protagonista quel campione di democrazia che è il Governo di Pechino in materia di cyber-diritti. All’inizio di giugno l’organizzazione Reporter Senza Frontiere (RSF) ha pubblicamente espresso il proprio biasimo per la decisione assunta dal governo cinese di chiudere portali e blog che non fossero stati registrati in via ufficiale entro il 30 giugno, in modo da gestire l’informazione che “minaccia il Paese”. Come se non bastasse le autorità hanno dichiarato di aver elaborato una procedura di monitoraggio in tempo reale dei siti, allo scopo di individuare quelli non conformi alla linea governativa. Da parte sua la Microsoft ha pensato bene di limitare pesantemente , e quindi auto-censurare, la versione cinese del suo blog tool MSN spaces, per far sì che il dispositivo rifiuti parole come “democrazia” e “Dalai Lama”. La corporate sembra insomma aver ritenuto opportuno seguire la linea di condotta assunta già in precedenza da Yahoo!. Va detto poi che i vertici di questi colossi dell’informatica quando vengono interpellati a proposito delle motivazioni da cui sono derivati provvedimenti di questo tipo, si rifiutano di rispondere o si giustificano dichiarando di essersi limitati a rispettare la legislazione vigente. Ma non finisce qui: la Cina è anche il Paese in cui si può essere processati per aver messo in Rete articoli contenenti estratti di canzoni punk. Ne sa qualcosa Zhang Lin, colpevole di aver postato dei pezzi contenenti alcuni testi del gruppo cinese Pangu, con i quali avrebbe “danneggiato l’unità nazionale, la sovranità e l’integrità territoriale diffondendo falsità che avrebbero disturbato l’ordine sociale e compromesso l’equilibrio sociale”. Ciò giustifica forse che all’uomo non venga neppure riconosciuto il diritto a vedere il suo avvocato o ad avere un pubblico processo? Questi non sono che brevi cenni di quanto è accaduto e continua a succedere in Cina, che questo sito insieme ad altri in passato ha denunciato, ma che i media tradizionali fanno passare sotto silenzio ritenendo tali episodi probabilmente meno interessanti o mediatizzabili di accordi governativi officiati in pompa magna. Questi però il più delle volte o vengono stipulati al solo scopo di produrre introiti economici, oppure risultano in seguito del tutto inconsistenti e privi di efficacia sul piano pratico, costituendo semplicemente una specie di spot elettorale per chi li realizza. Tutto questo fa perdere di vista l’aspetto davvero importante della questione, e cioè che la Cina vive una fase complessa, per certi versi contraddittoria: alla convulsa ascesa economica che la caratterizza fa da contrappeso una grave carenza di democrazia. D’altra parte quest’espansione commerciale incontrollata ed indiscriminata non può che compromettere ulteriormente la tutela dei diritti umani. Dovremmo inoltre riflettere sul fatto che, per l’ennesima volta, si dimostra l’ipocrisia di un Paese occidentale, nel caso specifico l’Italia, il quale in astratto si trova in prima linea a difendere libertà e democrazia, ma che in concreto subordina assai frequentemente questi principi al raggiungimento dei propri obiettivi economici e dei propri interessi particolaristici.

Per saperne di più: "La tortura telematica cinese" di Francesca Garrisi.

link utili

www.studiocelentano.it

www.innovazione.gov

www.rsf.org

 
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