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La Ricerca
nel mondo si fonda sulla possibilita' da parte degli scienziati di
accedere agli articoli scientifici. Al momento gli articoli scientifici
sono pubblicati su riviste specializzate a pagamento. Ogni
universita' quindi deve impegnare parte dei suoi fondi nell'acquisto
degli abbonamenti alle riviste cartacee ed online. Percio' un
ricercatore di Los Angeles avra' a disposizione un numero maggiore di
riviste rispetto ad uno di Milano ed a sua volta questi potra' contare
su una maggiore quantita' di informazione rispetto ad un suo collega in
Egitto. Questa
disparita' di condizioni costituisce uno degli aspetti principali del
digital-divide scientifico (vedi scidev.net) ed e' da qui che bisogna
partire per risolvere alla radice il problema dell'accesso ai saperi.
Nel mondo accademico una delle proposte piu' discusse oggi e' quella
degli "Open Archive" o archivi aperti. Come dice il nome stesso sono
archivi online conteneti articoli scientifici che possono essere
scaricati gratuitamente.
da newbrainframes
La
sperimentazione degli archivi aperti e' per molti aspetti in fase
avanzata: il primo archivio e' stato inaugurato a Los Alamos nel '91.
Anche in Italia esistono alcuni progetti interessanti tra cui TORII del
SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) di Trieste.
L'esistenza di archivi aperti sparsi per il mondo impone il problema
dell'accesso ai dati. Anche questo aspetto del problema e' gia'i' stato
affrontato. Infatti e' nata l'Open Archive Initiative (OAI) per creare
uno standard nel campo degli archivi liberi. L'idea
sostanzialemente e' quella di rendere tutti gli archivi compatibili tra
di loro in modo che possano essere consultati tramite un unico motore
di ricerca. Il fatto che questi archivi gia' esistano non risolve
tout cour il problema dell'accesso ai saperi. Per capire il perche'
facciamo qualche passo indietro per capire qual e' l'iter che porta
alla pubblicazione su una rivista scientifica e l'importanza di una
pubblicazione per un ricercatore. La pubblicazione su una
rivista scientifica avviene per passi. L'editore, dopo aver ricevuto
l'articolo proposto da un gruppo di ricerca, lo spedisce ad alcuni
ricercatori che fanno da referee. Ovvero valutano il lavoro
proposto che, se e' valido, viene quindi pubblicato. Questo impegno
viene svolto gratuitamente dai ricercatori di tutto il mondo ed e' un
elemento chiave del processo di pubblicazione. Il fatto che gli
articoli di queste riviste abbiano tutti passato un esame da parte dei
referee e' un certificato di garanzia sulla qualita' del lavoro stesso,
costituendo per il ricercatore un elemento sostanziale di valutazione
del proprio curriculum. Infatti nelle universita' le commissioni che
valutano i ricercatori e i professori considerano prima di tutto il
numero di pubblicazioni fatte su riviste scientifiche con referee. E'
chiaro che pubblicazioni fatte su archivi liberi non varrebbero nelle
valutazioni proprio perche' queste pubblicazioni sarebbero libere.
Per colmare questo gap si e' proposta la creazione di una comunita'
trasversale di istituzioni di ricerca che effettuino un controllo di
qualita' sui contributi depositati negli archivi aperti. Queste
commissioni dovrebbero selezionare gli articoli migliori e garantire
quindi un effettivo servizio di referee. Tuttavia per ora non esiste
nulla del genere. Perche' un ricercatore dovrebbe pubblicare anche negli open archive?
Nella maggior parte dei casi lo stesso articolo potrebbe essere
pubblicato sia sulla rivista scientifica che sull'open archive.
Infatti, la maggior parte delle riviste scientifiche, pur chiedendo il
trasferimento di copyright dal ricercatore, permettono la pubblicazione
dell'articolo anche su archivi aperti. Questo e' vero soprattutto nel
campo della fisica e della matematica. A tal proposito si puo'
consultare il sito romeo.eprints.org in cui e' possibile sapere per
ogni rivista se e' consentita la pubblicazione su archivi aperti dei
vari articoli. Quando si accede al sito infatti viene chiesto il nome
della rivista (ad esempio physical review) e si ha subito un'idea del
numero di riviste che consentono la pubblicazione sugli archivi liberi.
Inoltre la pubblicazione su open archive avrebbe anche dei
risvolti positivi per lo stesso ricercatore: infatti gli permetterebbe
di raggiungere un numero maggiore di scienziati e quindi avere un
numero maggiore di citazioni per il suo lavoro (anche questo fattore di
valutazione di un curriculum). Sembrerebbe tutto risolto:
le riviste consentono la pubblicazione libera ed i ricercatori hanno
tutto da guadagnare. Invece basta andare su un motore di ricerca per
gli archivi liberi per accorgersi subito che gli archivi liberi sono
ancora un'eccezione. Pertanto si potrebbe sostenere che le riviste oggi
permettono la pubblicazione libera proprio perche' sono ancora pochi
gli archivi aperti. Al momento, soprattutto in Italia, la
situazione e' dovuta in gran parte alla disinformazione. Soltanto pochi
sanno dell'esistenza degli open archive e le istituzioni non sono certo
attivamente mobilitate per sensibilizzare sul problema. Qualcosa pero' sta iniziando a muoversi. In tal senso e' da citare l'iniziativa della CRUI (la Conferenza dei Rettori delle Universita' Italiane) svoltasi a Messina il 4-5 novembre '04 dal titolo Gli atenei italiani per l'open access:verso l'accesso aperto alla letteratura di ricerca.
Con questa iniziativa le universita' italiane si sono impegnate a
promuovere la diffusione delle pubblicazioni Open Access secondo i
punti chiave della Dichiarazione di Berlino sull'Open Access. La Dichiarazione
di Berlino e' nata in accordo con lo spirito della precedente
dichiarazione della BOAI (Budapest Open Access Initiative).
L'iniziativa di Budapest ha come scopo primario quello di fare
pressione sui ricercatori per spingerli a pubblicare su open archive.
Tale iniziativa mette quindi in primo piano il consenso dell'autore
alla pubblicazione libera rispettando quindi il diritto di autore.
Questo tipo di iniziative, nel lungo periodo, potrebbero inoltre far
convergere su interpretazioni del diritto d'autore meno rigide.
Una delle posizioni piu' interessanti e' quella portata avanti da
Creative Commons: un consorzio internazionale che promuove l'utilizzo
di licenze in base alle quali gli autori di opere dell'ingegno
rinunciano all'esercizio esclusivo di alcuni diritti e,
contemporaneamente, concedono ai fruitori delle stesse maggiori
liberta', che contribuiscono alla diffusione della cultura e della
conoscenza. Le Creative Commons funzionano in seno al diritto d'autore,
per il quale "tutti i diritti sono riservati", offrendo una rosa di
possibilita' piu' ampia nella quale, per scelta dell'autore, solo
alcuni diritti sono riservati. Il tentativo, peranto, e' quello di
bilanciare le istanze di protezione dei creatori e quelle di accesso
della comunità (in questo caso quella scientifica). In Italia le
Affiliate Institutions sono l'Ieiit-Cnr e il Dipartimento di Scienze
Giuridiche dell'Università di Torino. Queste, insieme ai soggetti che
ne animano la comunita', hanno aderito alla proposta di un disegno di
legge con alla base un'idea molto semplice: cio' che e' finanziato con
soldi pubblici deve essere di dominio pubblico. In pratica i diritti
esclusivi relativi ad un'opera dell'ingegno dovrebbero estinguersi nel
momento in cui l'opera viene prodotta/riprodotta grazie ad un
finanziamento pubblico. Un'opera e' prodotta/riprodotta grazie ad un
finanziamento pubblico se non fosse stato possibile (ri)prodourla senza
quello stesso finanziamento. L'iniziativa di legge pero' pare rivolta
piu' al mercato consumer ed alla tutela dei prodotti culturali ed
artistici piu' che ai saperi scientifici. Se il ddl "scarichiamoli" non
e' estendibile tout cour al sapere scientifico (ed ancora meno ai
risultati della Ricerca scinetifica) e' ipotizzabile viceversa che gli
Open Archive possano essere estesi anche a musica, cinema e letteratura
in regime di pubblico dominio. Sia nel caso degli Open
Archive, sia in quello di un portale del pubblico dominio, il problema
di fondo rimane lo stesso: bisogna prima di tutto rompere il silenzio
che nella comunita' accademica circonda questi temi e individuare chi
possa/debba essere il soggetto politico e tecnico capace di creare e
gestire un archivio aperto (tramite ad esempio software eprints.org). |