mercoledì 10 marzo 2010
 
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L'accesso e la distribuzione dei saperi scientifici PDF Stampa E-mail
Scritto da PazLab   

La Ricerca nel mondo si fonda sulla possibilita' da parte degli scienziati di accedere agli articoli scientifici. Al momento gli articoli scientifici sono pubblicati su riviste specializzate a pagamento.
Ogni universita' quindi deve impegnare parte dei suoi fondi nell'acquisto degli abbonamenti alle riviste cartacee ed online. Percio' un ricercatore di Los Angeles avra' a disposizione un numero maggiore di riviste rispetto ad uno di Milano ed a sua volta questi potra' contare su una maggiore quantita' di informazione rispetto ad un suo collega in Egitto.

Questa disparita' di condizioni costituisce uno degli aspetti principali del digital-divide scientifico (vedi scidev.net) ed e' da qui che bisogna partire per risolvere alla radice il problema dell'accesso ai saperi.

Nel mondo accademico una delle proposte piu' discusse oggi e' quella degli "Open Archive" o archivi aperti. Come dice il nome stesso sono archivi online conteneti articoli scientifici che possono essere scaricati gratuitamente.

da newbrainframes

La sperimentazione degli archivi aperti e' per molti aspetti in fase avanzata: il primo archivio e' stato inaugurato a Los Alamos nel '91. Anche in Italia esistono alcuni progetti interessanti tra cui TORII del SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) di Trieste.
L'esistenza di archivi aperti sparsi per il mondo impone il problema dell'accesso ai dati. Anche questo aspetto del problema e' gia'i' stato affrontato. Infatti e' nata l'Open Archive Initiative (OAI) per creare uno standard nel campo degli archivi liberi.
L'idea sostanzialemente e' quella di rendere tutti gli archivi compatibili tra di loro in modo che possano essere consultati tramite un unico motore di ricerca.
Il fatto che questi archivi gia' esistano non risolve tout cour il problema dell'accesso ai saperi. Per capire il perche' facciamo qualche passo indietro per capire qual e' l'iter che porta alla pubblicazione su una rivista scientifica e l'importanza di una pubblicazione per un ricercatore.

La pubblicazione su una rivista scientifica avviene per passi. L'editore, dopo aver ricevuto l'articolo proposto da un gruppo di ricerca, lo spedisce ad alcuni ricercatori che fanno da referee. Ovvero valutano il lavoro proposto che, se e' valido, viene quindi pubblicato. Questo impegno viene svolto gratuitamente dai ricercatori di tutto il mondo ed e' un elemento chiave del processo di pubblicazione. Il fatto che gli articoli di queste riviste abbiano tutti passato un esame da parte dei referee e' un certificato di garanzia sulla qualita' del lavoro stesso, costituendo per il ricercatore un elemento sostanziale di valutazione del proprio curriculum. Infatti nelle universita' le commissioni che valutano i ricercatori e i professori considerano prima di tutto il numero di pubblicazioni fatte su riviste scientifiche con referee. E' chiaro che pubblicazioni fatte su archivi liberi non varrebbero nelle valutazioni proprio perche' queste pubblicazioni sarebbero libere.
Per colmare questo gap si e' proposta la creazione di una comunita' trasversale di istituzioni di ricerca che effettuino un controllo di qualita' sui contributi depositati negli archivi aperti. Queste commissioni dovrebbero selezionare gli articoli migliori e garantire quindi un effettivo servizio di referee. Tuttavia per ora non esiste nulla del genere.
Perche' un ricercatore dovrebbe pubblicare anche negli open archive?

Nella maggior parte dei casi lo stesso articolo potrebbe essere pubblicato sia sulla rivista scientifica che sull'open archive. Infatti, la maggior parte delle riviste scientifiche, pur chiedendo il trasferimento di copyright dal ricercatore, permettono la pubblicazione dell'articolo anche su archivi aperti. Questo e' vero soprattutto nel campo della fisica e della matematica. A tal proposito si puo' consultare il sito romeo.eprints.org in cui e' possibile sapere per ogni rivista se e' consentita la pubblicazione su archivi aperti dei vari articoli. Quando si accede al sito infatti viene chiesto il nome della rivista (ad esempio physical review) e si ha subito un'idea del numero di riviste che consentono la pubblicazione sugli archivi liberi.
Inoltre la pubblicazione su open archive avrebbe anche dei risvolti positivi per lo stesso ricercatore: infatti gli permetterebbe di raggiungere un numero maggiore di scienziati e quindi avere un numero maggiore di citazioni per il suo lavoro (anche questo fattore di valutazione di un curriculum).

Sembrerebbe tutto risolto: le riviste consentono la pubblicazione libera ed i ricercatori hanno tutto da guadagnare. Invece basta andare su un motore di ricerca per gli archivi liberi per accorgersi subito che gli archivi liberi sono ancora un'eccezione. Pertanto si potrebbe sostenere che le riviste oggi permettono la pubblicazione libera proprio perche' sono ancora pochi gli archivi aperti.
Al momento, soprattutto in Italia, la situazione e' dovuta in gran parte alla disinformazione. Soltanto pochi sanno dell'esistenza degli open archive e le istituzioni non sono certo attivamente mobilitate per sensibilizzare sul problema.

Qualcosa pero' sta iniziando a muoversi. In tal senso e' da citare l'iniziativa della CRUI (la Conferenza dei Rettori delle Universita' Italiane) svoltasi a Messina il 4-5 novembre '04 dal titolo Gli atenei italiani per l'open access:verso l'accesso aperto alla letteratura di ricerca.
Con questa iniziativa le universita' italiane si sono impegnate a promuovere la diffusione delle pubblicazioni Open Access secondo i punti chiave della Dichiarazione di Berlino sull'Open Access.

La Dichiarazione di Berlino e' nata in accordo con lo spirito della precedente dichiarazione della BOAI (Budapest Open Access Initiative). L'iniziativa di Budapest ha come scopo primario quello di fare pressione sui ricercatori per spingerli a pubblicare su open archive. Tale iniziativa mette quindi in primo piano il consenso dell'autore alla pubblicazione libera rispettando quindi il diritto di autore.

Questo tipo di iniziative, nel lungo periodo, potrebbero inoltre far convergere su interpretazioni del diritto d'autore meno rigide.
Una delle posizioni piu' interessanti e' quella portata avanti da Creative Commons: un consorzio internazionale che promuove l'utilizzo di licenze in base alle quali gli autori di opere dell'ingegno rinunciano all'esercizio esclusivo di alcuni diritti e, contemporaneamente, concedono ai fruitori delle stesse maggiori liberta', che contribuiscono alla diffusione della cultura e della conoscenza. Le Creative Commons funzionano in seno al diritto d'autore, per il quale "tutti i diritti sono riservati", offrendo una rosa di possibilita' piu' ampia nella quale, per scelta dell'autore, solo alcuni diritti sono riservati. Il tentativo, peranto, e' quello di bilanciare le istanze di protezione dei creatori e quelle di accesso della comunità (in questo caso quella scientifica).
In Italia le Affiliate Institutions sono l'Ieiit-Cnr e il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell'Università di Torino. Queste, insieme ai soggetti che ne animano la comunita', hanno aderito alla proposta di un disegno di legge con alla base un'idea molto semplice: cio' che e' finanziato con soldi pubblici deve essere di dominio pubblico. In pratica i diritti esclusivi relativi ad un'opera dell'ingegno dovrebbero estinguersi nel momento in cui l'opera viene prodotta/riprodotta grazie ad un finanziamento pubblico. Un'opera e' prodotta/riprodotta grazie ad un finanziamento pubblico se non fosse stato possibile (ri)prodourla senza quello stesso finanziamento. L'iniziativa di legge pero' pare rivolta piu' al mercato consumer ed alla tutela dei prodotti culturali ed artistici piu' che ai saperi scientifici. Se il ddl "scarichiamoli" non e' estendibile tout cour al sapere scientifico (ed ancora meno ai risultati della Ricerca scinetifica) e' ipotizzabile viceversa che gli Open Archive possano essere estesi anche a musica, cinema e letteratura in regime di pubblico dominio.

Sia nel caso degli Open Archive, sia in quello di un portale del pubblico dominio, il problema di fondo rimane lo stesso: bisogna prima di tutto rompere il silenzio che nella comunita' accademica circonda questi temi e individuare chi possa/debba essere il soggetto politico e tecnico capace di creare e gestire un archivio aperto (tramite ad esempio software eprints.org).

 
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