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di Marinella Pepe Report terzo incontro del Seminario "Il post umano nelle reti_Dalla carne alla politica" . Si è tenuto all'Università "La Sapienza"
il terzo appuntamento del seminario organizzato dal Corso di Laurea in
Scienze della Comunicazione che ha come oggetto di riflessione il
rapporto tra post-umano e reti. Sono intervenuti il prof. Michele
Prospero, ricercatore presso la medesima università, ed il prof. Paolo
Virno. Un contributo critico alle riflessioni dei due docenti è strato
offerto dal prof. Alberto Abruzzese, che ha chiosato i contributi dei
due relatori. L'intervento del prof. Prospero, dal tema "Il corpo
politico", è ruotato attorno al rapporto problematico tra corpo e
politica. Egli ha soffermato la sua attenzione su come nel corso della
storia della filosofia moderna si siano venuti a creare due filoni in
qualche maniera opposti. Il primo facente capo a Vico, Leibniz e Kant,
che oppone il corpo, portatore di passioni ed interessi particolari,
alla sfera del diritto, il quale invece risulta qualcosa di
metatemporale, alieno dai bisogni espressi dalla corporeità.
In
opposizione a tale approccio è possibile individuare un modello
epistemico divergente, riferibile a Marsilio da Padova e che si esprime
nel concepire la politica quale "governo dei corpi"; in ragione di ciò
è pensabile che la legge stessa si costruisca a partire dalle istanze
della corporeità. Questi due filoni epistemici nel corso del '900
si declinano in due istanze contrapposte. La prima è foriera
dell'elaborazione delle forme di cittadinanza: il corpo è percepito
come l'elemento evocatore di quei diritti che la politica poi è
chiamata a riconoscere. Sostiene Prospero che, secondo tale istanza, il
corpo diventa "veicolo di allestimento della cittadinanza". Dagli
anni '80 in poi matura sempre più pienamente un rapporto sicuramente
meno inclusivo tra corpo e politica, infatti si propone in maniera
sempre più forte l'idea che la corporeità vada allontanata dalla sfera
etico-politica, perché portatrice di aspettative, evocatrice di istanze
che la razionalità politica ha il dovere di rigettare. Il '900,
quindi, diventa teatro sia dell'elaborazione di strategie inclusive di
cittadinanza che della sperimentazione di forme, di impianto vichiano,
di diritto senza corpo, di politica senza bisogni. Secondo Prospero
già da venti anni stiamo transitando verso una post-democrazia
essendosi esaurito il ciclo storico che ha definito i diritti sulla
base di bisogni da riconoscere, legittimare e difendere. Il corpo, in
altre parole, si è opacizzato, si è virtualizzato, non è più visibile.
Solamente la categoria del lavoro, come sostiene la filosofa Martha
Nussbaum, è in grado di donare lividezza al corpo estranenadolo
dall'opacità nel quale il post-moderno l'aveva avvolto, perché il
lavoro garantisce una sorta di socialità delle condizioni e dei bisogni
individuali. La partecipazione al seminario da
parte del prof. Paolo Virno ha contribuito a spostare la riflessione
anche su altro aspetto molto interessante. Egli, infatti, in un
brillante intervento ha soffermato l'attenzione sull'ipotesi di fine della storia e sulle forme di vita post-storiche. Egli
ha declinato l'istanza del post-storico come espressione del
post-umano, infatti per Virno nel momento in cui si ipotizza la perdita
della dimensione storica si implica la fuoriscita dai tratti definitori
dell'animale umano. Virno ha modulato il suo intervento a partire
dall'approccio teorico offerto dal filosofo Alexander Kojève. Per
quest'ultimo è possibile evidenziare due distinti modi di esistenza nel
post-storico: l'avvento di una nuova animalità (tipico del modello
americano) e l'affermarsi di un modus vivendi che trova la sua massima
espressione nello snobismo giapponese. Per quanto riguarda la prima
ipotesi, l'uomo è precipitato in una condizione del tutto analoga a
quella delle altre specie animali, infatti si è venuta a creare una
sorta di "ambientalizzazione" dell'essere umano; egli, infatti, non
esperendo più la sensazione dello sperimento in un mondo aperto
all'imprevisto si è creato una sorta di nicchia ambientale nella quale
vivere. I due elementi caratterizzanti tale condizione sono il
fatto che il "logos" (la facoltà di linguaggio genericamente intesa)
degradi a mero codice e, poi, il fatto che venga meno l'aspirazione
personale e politica alla felicità essendo appagati da un sentimento di
"contentezza". Questi due aspetti denunciano in modi sicuramente
diversi l'inibizione dell'idea di "potenza", resa evanescente
dall'eccesso di "atto". Partendo dall'ipotesi, sostenuta da Virno,
che il tempo storico sia dato dall'inscindibile compresenza di potenza
ed atto, dalla relazione biunivoca tra tutto ciò che è presente e tutto
ciò che è "non-ora" allora la sua fine è sancita nel momento in cui si
elide dal rapporto uno dei due termini. Si vive, quindi, in un presente
privato della sua storicità, svuotato della sua potenzialità: un
presente che è semplice somma di atti. Lo snobismo giapponese è il
secondo modello di esistenza del post-storico indicato da Virno e
precedentemente formulato da Kojève. Tale approccio all'esistenza,
plasticamente rappresentato dalla cerimonia del thè, afferma un vivo
contrasto tra le forme dell'agire e i contenuti dell'agire evidenziando
una sovrabbondanza delle prime sui singoli contenuti. In altre parole,
si verifica un'eccedenza della competenza rispetto alla performanza.
Virno sollecitato, poi, dalle riflessioni del prof. Alberto Abruzzese
ha ampliato la sua riflessione offrendo, alla luce di quanto affermato
precedentemente, una lettura critica della riforma universitaria e di
quella del mercato del lavoro. Secondo Virno, la riforma universitaria,
che nasce per cercare di valorizzare al meglio il concetto secondo il
quale l'uomo ha un'innata apertura all'apprendimento e per superare la
settorialità delle competenze, si esprime poi concretamente
nell'elaborazione di un sistema formativo che non fa altro che
moltiplicare le specializzazioni, violando la natura stessa della
riforma. Lo stesso discorso vale per quanto concerne il mercato del
lavoro; si chiede Virno se la tensione all'apprendimento tipica
dell'umano sia esprimibile solo ed esclusivamente all'interno della
categoria del lavoro (cfr la flessibilità) e non siano, invece,
ipotizzabili esiti diversi evocativi di potenzialità ulteriori
dell'umano stesso. Il passaggio dall'umano al pst-umano, dallo
storico al post-storico: la rivoluzione kuhniana, in altre parole, è
dettata dalla perdita progressiva del valore rivoluzionario del
potenziale. Si tratta di un processo irreversibile? O potremmo cominciare o ritornare a "sognare" i possibili?! |