Se ci venisse chiesto qual è la
quarta lingua più usata in rete, difficilmente risponderemmo il farsi,
ma questo dato, sicuramente inaspettato, diventa chiaro se solo si
guarda alla vertiginosa diffusione dei blog in Iran a partire dal 2001.
A tutt'oggi nel Paese si contano tra i 60 e 100mila blog su un totale
di utenti Internet compreso tra i 5 ed i 7 milioni.Hossein Derakshan é
stato il primo a realizzare un suo blog e sin da subito in molti hanno
seguito il suo esempio, dopo aver superato le primissime difficoltà di
natura squisitamente tecnica: il codice ASCII non permette infatti di
scrivere né in farsi, né con caratteri cirillici né in arabo;
l'ostacolo é stato poi aggirato ricorrendo all'Unicode.Ma cosa spiega questa "attrazione fatale" tra gli iraniani ed Internet? Il
quadro del Paese é complesso, per cui le motivazioni sono diverse e tra
loro intrecciate. Tutto é iniziato nel 2000, quando testate
giornalistiche, emittenti televisive e radiofoniche sono dovute
sbarcare in rete per eludere la censura che andava emergendo dopo il
biennio 1998-2000, animato da grandi aspettative di rinnovamento in
seguito all'elezione di Khatami
Per dare la misura della repressione
cui l'Iran é andato incontro basti pensare che sono una novantina i
giornali costretti a chiudere negli ultimi anni.Il web ha rappresentato
quindi per gli iraniani non solo un mezzo d'informazione, ma anche il
veicolo ideale attraverso cui esprimere le proprie emozioni, pensieri e
condividerli con gli altri. Come spiega la sociologa iraniana Masserat
Amir-Ebrahimi, i blog hanno offerto ai più giovani la possibilità di
manifestare liberamente la loro personalità ed affermare la propria
individualità in un contesto in cui vengono costretti ad un
apprendimento di tipo puramente mnemonico. Inoltre la rete permette ai
ragazzi di "saltare" i rigidi paletti che caratterizzano i rapporti con
l'altro sesso.La studiosa propone un'interessante chiave di lettura del
fenomeno: i blogger realizzano compiutamente quella che definisce una personalità multipla,
indispensabile per sfuggire alla censura degli ayatollah. La società
iraniana propone infatti ruoli ben determinati a seconda dell'ambito in
cui s'interagisce, mentre Internet consente a ciascuno di presentarsi
com'è realmente o come pensa di essere. Questo
meccanismo é detto strategia di dissimulazione ed
invisibilità.Attraverso il web si possono tra l'altro affrontare temi
considerati tabù nel Paese, come nel caso di alcune donne vittime di
violenza e poi accusate del reato di prostituzione o dell' omicidio dei
loro aguzzini e quindi condannate a morte. La vicenda fu ampiamente
discussa nei blog e suscitò comprensibilmente indignazione, così
un'organizzazione a tutela dei diritti umani intraprese una raccolta di
firme e le donne furono salvate.Il boom dei blog é stato in un certo
senso sancito da un festival ad hoc tenutosi lo scorso
anno tra l'8 ed il 10 giugno a Teheran ed organizzato dal National
Youth Organization of Iran e dal PersianBlog.Nonostante questo la
situazione non é affatto rosea: blogger e cybergiornalisti vengono
sistematicamente arrestati e privati di ogni diritto, si negano loro le
più elementari libertà, non possono vedere né parlare coi familiari,
scegliere un avvocato che li difenda, sono detenuti in luoghi segreti e
le accuse a loro carico sono spesso assolutamente generiche, tra le più
gettonate quella di propaganda contro il regime, offesa dei valori
sacri, attentato alla sicurezza nazionale ed incitamento al
disordine.Gli artefici di tutto questo sono i magistrati di
orientamento conservatore, i quali hanno innescato un vero e proprio
giro di vite in seguito alle elezioni del febbraio 2004, che hanno
visto la vittoria dei conservatori in virtù del fatto che ai candidati
riformisti è stato impedito di presentarsi. Questo ha poi spinto il
vice-presidente Abtahi a dimettersi e a denunciare il blocco
reazionario costituito da magistrati e forze di sicurezza, ormai sicuri
di avere in mano la presidenza nelle elezioni di quest'anno. Abtahi si
dice però ottimista, in quanto ritiene che il cambiamento si produca
all'interno della società investendo le forze vive del paese, prima ed
oltre le istituzioni; dunque il rinnovamento politico é in mano agli
iraniani ed i conservatori potranno solo rallentarlo, non frenarlo.Ma
cosa rende possibile la censura dei blog?Il fatto che la gestione del
traffico web da e per l'esterno sia controllato e smistato a livello
centrale dai network governativi; tra i siti contenuti nella loro black
list quello di gooya, directory commerciale dai contenuti sgraditi agli
ayatollah, il portale di Reporters Sans Frontieres e quello riformista
di Emrooz, la cui chiusura ha spinto una blogger a lanciare l'idea di
inscenare su Internet una protesta di massa: tutti i blog si sarebbero
chiamati con il nome del portale. Inizialmente molti erano scettici, ma
poi ben 250 blog hanno raccolto l'invito e ripreso i contenuti di
Emrooz.Da parte loro i censori dimostrano, come spesso succede in
questi casi, grande stupidità, in quanto é chiaro che non hanno neppure
lontanamente colto la specificità di questo medium: disattivare i
server é inutile, in quanto la rete é decentrata e quindi estremamente
flessibile e dinamico l'approccio di cybergiornalisti e blogger.Fa
riflettere d'altra parte l'indifferenza ostentata dall'Occidente nei
confronti della vicenda e che ha comprensibilmente deluso i blogger
iraniani; è evidente il contrasto tra l'azione risoluta che si
intraprende quando entra in ballo la minaccia nucleare e l'assordante
silenzio che circonda questi fatti. I blogger insomma si trovano a
combattere su due fronti: quello interno che li vede contrapposti agli
ayatollah e quello esterno su cui lottano contro l'indifferenza di
Paesi che in altre circostanze dichiarano decisi a battersi per
esportare la democrazia. Riferimenti bibliografici: Marina Forti, in Il Manifesto, 28/12/2004, pg 14 www.peacelink.it |