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Il blogger-boom made in Iran PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesca Garrisi   

Se ci venisse chiesto qual è la quarta lingua più usata in rete, difficilmente risponderemmo il farsi, ma questo dato, sicuramente inaspettato, diventa chiaro se solo si guarda alla vertiginosa diffusione dei blog in Iran a partire dal 2001. A tutt'oggi nel Paese si contano tra i 60 e 100mila blog su un totale di utenti Internet compreso tra i 5 ed i 7 milioni.Hossein Derakshan é stato il primo a realizzare un suo blog e sin da subito in molti hanno seguito il suo esempio, dopo aver superato le primissime difficoltà di natura squisitamente tecnica: il codice ASCII non permette infatti di scrivere né in farsi, né con caratteri cirillici né in arabo; l'ostacolo é stato poi aggirato ricorrendo all'Unicode.Ma cosa spiega questa "attrazione fatale" tra gli iraniani ed Internet?
Il quadro del Paese é complesso, per cui le motivazioni sono diverse e tra loro intrecciate. Tutto é iniziato nel 2000, quando testate giornalistiche, emittenti televisive e radiofoniche sono dovute sbarcare in rete per eludere la censura che andava emergendo dopo il biennio 1998-2000, animato da grandi aspettative di rinnovamento in seguito all'elezione di Khatami

Per dare la misura della repressione cui l'Iran é andato incontro basti pensare che sono una novantina i giornali costretti a chiudere negli ultimi anni.Il web ha rappresentato quindi per gli iraniani non solo un mezzo d'informazione, ma anche il veicolo ideale attraverso cui esprimere le proprie emozioni, pensieri e condividerli con gli altri. Come spiega la sociologa iraniana Masserat Amir-Ebrahimi, i blog hanno offerto ai più giovani la possibilità di manifestare liberamente la loro personalità ed affermare la propria individualità in un contesto in cui vengono costretti ad un apprendimento di tipo puramente mnemonico. Inoltre la rete permette ai ragazzi di "saltare" i rigidi paletti che caratterizzano i rapporti con l'altro sesso.La studiosa propone un'interessante chiave di lettura del fenomeno: i blogger realizzano compiutamente quella che definisce una personalità multipla, indispensabile per sfuggire alla censura degli ayatollah. La società iraniana propone infatti ruoli ben determinati a seconda dell'ambito in cui s'interagisce, mentre Internet consente a ciascuno di presentarsi com'è realmente o come pensa di essere. Questo meccanismo é detto strategia di dissimulazione ed invisibilità.Attraverso il web si possono tra l'altro affrontare temi considerati tabù nel Paese, come nel caso di alcune donne vittime di violenza e poi accusate del reato di prostituzione o dell' omicidio dei loro aguzzini e quindi condannate a morte. La vicenda fu ampiamente discussa nei blog e suscitò comprensibilmente indignazione, così un'organizzazione a tutela dei diritti umani intraprese una raccolta di firme e le donne furono salvate.Il boom dei blog é stato in un certo senso sancito da un festival ad hoc tenutosi lo scorso anno tra l'8 ed il 10 giugno a Teheran ed organizzato dal National Youth Organization of Iran e dal PersianBlog.Nonostante questo la situazione non é affatto rosea: blogger e cybergiornalisti vengono sistematicamente arrestati e privati di ogni diritto, si negano loro le più elementari libertà, non possono vedere né parlare coi familiari, scegliere un avvocato che li difenda, sono detenuti in luoghi segreti e le accuse a loro carico sono spesso assolutamente generiche, tra le più gettonate quella di propaganda contro il regime, offesa dei valori sacri, attentato alla sicurezza nazionale ed incitamento al disordine.Gli artefici di tutto questo sono i magistrati di orientamento conservatore, i quali hanno innescato un vero e proprio giro di vite in seguito alle elezioni del febbraio 2004, che hanno visto la vittoria dei conservatori in virtù del fatto che ai candidati riformisti è stato impedito di presentarsi. Questo ha poi spinto il vice-presidente Abtahi a dimettersi e a denunciare il blocco reazionario costituito da magistrati e forze di sicurezza, ormai sicuri di avere in mano la presidenza nelle elezioni di quest'anno. Abtahi si dice però ottimista, in quanto ritiene che il cambiamento si produca all'interno della società investendo le forze vive del paese, prima ed oltre le istituzioni; dunque il rinnovamento politico é in mano agli iraniani ed i conservatori potranno solo rallentarlo, non frenarlo.Ma cosa rende possibile la censura dei blog?Il fatto che la gestione del traffico web da e per l'esterno sia controllato e smistato a livello centrale dai network governativi; tra i siti contenuti nella loro black list quello di gooya, directory commerciale dai contenuti sgraditi agli ayatollah, il portale di Reporters Sans Frontieres e quello riformista di Emrooz, la cui chiusura ha spinto una blogger a lanciare l'idea di inscenare su Internet una protesta di massa: tutti i blog si sarebbero chiamati con il nome del portale. Inizialmente molti erano scettici, ma poi ben 250 blog hanno raccolto l'invito e ripreso i contenuti di Emrooz.Da parte loro i censori dimostrano, come spesso succede in questi casi, grande stupidità, in quanto é chiaro che non hanno neppure lontanamente colto la specificità di questo medium: disattivare i server é inutile, in quanto la rete é decentrata e quindi estremamente flessibile e dinamico l'approccio di cybergiornalisti e blogger.Fa riflettere d'altra parte l'indifferenza ostentata dall'Occidente nei confronti della vicenda e che ha comprensibilmente deluso i blogger iraniani; è evidente il contrasto tra l'azione risoluta che si intraprende quando entra in ballo la minaccia nucleare e l'assordante silenzio che circonda questi fatti. I blogger insomma si trovano a combattere su due fronti: quello interno che li vede contrapposti agli ayatollah e quello esterno su cui lottano contro l'indifferenza di Paesi che in altre circostanze dichiarano decisi a battersi per esportare la democrazia.

Riferimenti bibliografici:
Marina Forti, in Il Manifesto, 28/12/2004, pg 14
www.peacelink.it
 
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