di Marinella Pepe Report secondo incontro del Seminario "Il post umano nelle reti_Dalla carne alla politica" (clicca qui per leggere il programma del Seminario).
Raccontarsi e raccontare storie: ecco l'essenza e l'ansia dell'essere
umano. L'uomo, quindi, animale narrativo, è attore d'indiscussa
raffinatezza stilistica in un processo ricorsivo, mai completamente
esaurito, di continua ricostruzione di senso, di continua manipolazione
di codici. Afferrare significati nascosti che sfuggono apparentemente
alla comprensione, che si celano per poi ricomparire; lasciarsi sedurre
dalla polisemia dei contesti, degli eventi, per poi rinarrarli in un
continuo ed infinito gioco di rimandi: questa è l'immagine dell'umano,
che viene fuori in un seminario intercattedra tenutosi a Roma presso
l'Università de "La Sapienza".
L'uomo,
quindi, come instancabile affabulatore e come impareggiabile esperto di
bricolage. Egli, infatti, è dotato non solo di abilità narrative, ma
anche di un'indole a "piegare" a proprio piacimento le funzioni degli
oggetti, adattandoli o creandone di nuovi. Manipolatore, pertanto, di
significati e di artefatti. Ma quanto la tecnologia e l'uso della medesima lo "snaturano" facendolo transitare verso una condizione "post-umana"?
A partire da una riflessione sulle implicazioni del rapporto
problematico tra umano e post-umano nasce, alla Facoltà di Scienze
della Comunicazione della Sapienza, un seminario volto ad analizzare,
sotto più profili e con il contributo teorico di più discipline e di
molti esperti, proprio il tema del post-umano nelle reti. Nel
secondo appuntamento di tale seminario sono intervenuti il prof.
Giuseppe Longo, teorico dell'informazione, ed il prof. Sergio Brancato,
docente di Teorie e tecniche del linguaggio cinematografico. Longo,
dopo un rapido accenno introduttivo agli evidenti limiti manifestati
dalle teorie dell'informazione che non contemplano il problema del
senso, si è soffermato sulle novità che hanno reso il '900 un secolo
tutt'altro che breve. Dalla seconda metà del '900, infatti, diventa
centrale il problema dell'informazione, per cui si verifica un vero e
proprio fiorire di teorie ed approcci epistemici che la riguardano. La
prima novità, pertanto, riguarda proprio l'emergere dell'informazione
come oggetto d'indagine. Un ulteriore elemento nuovo è dato dal fatto
che dagli anni '50 in poi diventa sempre più centrale ed insostituibile
il ruolo svolto dalle macchine dell'informazione, che nascono dal
felice connubio tra tecnologia, informazione e teoria. Secondo Longo
altri due elementi innovativi ridisegnano, mai come prima, le modalità
percettive dell'uomo: una crescente ibridazione uomo-macchina ed una
dinamica retroattiva, che in tale rapporto diventa sempre meno
arginabile. Al di là dei singoli aspetti, Longo ha tenuto a
sottolineare come le tecnologie informatiche abbiano modificato
essenzialmente il modo di esperire e di esserci nel mondo.
Partendo proprio da quest'ultima sollecitazione, l'intervento del prof.
Brancato si è risolto in una critica alla prospettiva
lineare-diacronica dell'analisi del post-umano. Per Brancato umano e
post-umano, in un'ottica schutziana, sono dei costrutti culturali che
vedono nel primo la manifestazione del respiro dell'era della modernità
e dell'orizzonte culturale dell'umanesimo, e nel secondo la naturale
espressione della crisi di quest'ultimo con l'inevitabile passaggio nel
post-moderno. Egli, quindi, propone di riconsiderare la prospettiva
lineare-diacronica, che vede nel post-umano una forma di transizione
dalla condizione umana. Sostiene, infatti, che, alla luce della
dinamica retroattiva del rapporto uomo-macchina, l'essere umano è sì
"produttore" di tecnologia, ma è al contempo un prodotto della stessa.
Va, dunque, ridefinita e superata l'idea protesica della tecnologia,
vista come un qualcosa di estraneo che sostiene in un processo di aiuto
la "naturalità" dell'essere umano. In realtà, secondo Brancato,
nasciamo già come essere tecnologici, noi siamo in quanto tecnologici.
Non può certo sfuggire in quest'affermazione l'eco moriniano de "Il
paradigma perduto", che lancia una sfida epistemica proponendo un
superamento della dicotomia tra natura e cultura, percependo
quest'ultima come un aspetto centrale nel processo evolutivo della
"natura" umana ed espressione tra le più alte della medesima. Entra
in crisi, pertanto, il mito innocente della naturalità dell'essere
umano. La cultura e, quindi, l'attitudine al tecnologico non vanno
viste come un qualcosa di estraneo alla natura umana, ma come una
declinazione estremamente raffinata della stessa, volta a governare la
complessità dei mondi possibili. Da questo seminario, dunque, più
che risposte emergono nuovi percorsi di riflessione. Siamo stati da
sempre post-umani? Gli scenari apocalittici che prefigurano un
imminente e tragico ecocidio (basti ricordare le opere di William
Gibson e di Ridley Scott) nascono fecondi da un errato paradigma
dell'umano, che si basa sull'ingenuo mito della progressiva perdita
della naturalità, o, in maniera certamente visionaria, annunciano una
crisi profonda dell'umano generata, in un'ottica coevolutiva, dall'aver
violato la sacralità del patto di reciprocità con "Gaia" nel suo
complesso? Da Shannon a Prigogine. E la strada è ancora lunga da percorre! |