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di Francesca Garrisi
Qualche anno fa Tim Berners Lee spiegava
in questi termini cosa lo aveva spinto a creare il Web: "la mia visione
era quella di un sistema che rendesse facile la condivisione tanto di quello
che tu sapevi o pensavi quanto di quello che qualcun altro sapeva o
pensava". Questa logica collaborativa é alla base della nascita e della
diffusione dei blog, il cui merito indiscusso é stato consentire alle persone
di affrontare qualsiasi tema per loro di una qualche rilevanza, entrare in
contatto con quanti condividono il loro interesse, farli colloquiare e scambiarsi
dritte di ogni tipo da una parte all'altra del mondo.
Molti cominciano a intravedere le
potenzialità di uno strumento quale il blog, tanto che qualcuno ha pensato bene
di coniare il termine open source politics (traducibile con giornalismo civico)
per fotografare il radicale cambiamento del modo di fare informazione che
questi hanno prodotto.
Il fenomeno comunque é nei primi stadi e si presenta come un qualcosa di
totalmente nuovo, spiazzante, quindi é ancora ampiamente diffuso lo scetticismo
e la diffidenza in proposito. Dan Gillmor, giornalista per la carta stampata da
25 anni ed autore del libro "We the Media", la pensa diversamente: ha
infatti da poco detto addio al giornalismo mainstream per dedicarsi ad un suo
blog giornalistico.
Dan Gillmor, giornalista per la carta stampata da
25 anni ed autore del libro "We the Media", la pensa diversamente: ha
infatti da poco detto addio al giornalismo mainstream per dedicarsi ad
un suo blog giornalistico. Non é un caso che l'uomo abbia spiegato le
ragioni della sua scelta in un'intervista rilasciata lo scorso 11
dicembre ad Ohmynews; questa testata giornalistica online é nata in
Corea del Sud nel 2000 per fronteggiare il blocco politico-mediatico in
cui il Paese versava. Quello
che ha spinto Gillmor a prendere questa decisione é stata la copertura
mediatica delle recenti presidenziali, definita da lui stesso "non la
nostra ora più felice"(vedi qui).
Il giornalista non avrebbe comunque fatto partire il suo progetto prima
del due novembre perché il pubblico non avrebbe avuto interesse e tempo
sufficiente da dedicargli e perché probabilmente il blog sarebbe stato
fagocitato dalle elezioni in corso rischiando così di appiattirsi su
queste. Nonostante l'addio
alla carta stampata, Gillmor non rinnega la sua esperienza come
giornalista mainstream, elogia al contrario questa professione che
definisce "la più grandiosa al mondo"(vedi qui)
e da cui vuole partire per coniugare il meglio di quanto ha prodotto
con l'energia, l'esaltazione e la motivazione del giornalismo
grassroots. Sicuramente l'uomo ha un certo fiuto nel cogliere
l'evoluzione dell'universo mediatico, visto che dichiara di aver preso
questa decisione per essere protagonista dello sviluppo del blog
journalism e viverlo nel suo concreto farsi. Gillmor
vuole evitare la strumentalizzazione politica del suo progetto, infatti
tiene a precisare che questo sarà al di fuori ed al di là di qualsiasi
logica partitica, nel tentativo di evitare la contrapposizione netta
tra destra e sinistra. Forse per questo motivo, magari discutibilmente,
mette sullo stesso piano l'autoritarismo dei conservatori e
l'anti-capitalismo liberal e dando un colpo al cerchio ed uno alla
botte afferma di voler prendere da ambo le parti il meglio di quanto
hanno prodotto. Interessante
il parallelo proposto da Gillmor tra i blog e le trasmissioni
radiofoniche del partito conservatore frutto dell' ossessione del
monopolio liberal dei media; in entrambi i casi il medium ha
rappresentato una valvola di sfogo per il pubblico, consentendogli di
creare un'alternativa all'informazione prodotta ed imposta dall'alto. I
primi blog sono stati poi realizzati dai conservatori all'indomani
dell'11 settembre, quando é diventata protagonista la gente con le sue
testimonianze, il suo diretto contributo, abbandonando il ruolo di
semplice audience. A questo proposito Gillmor si dice assolutamente
convinto che le persone al di fuori dei confini tracciati dai media
tradizionali abbiano molto da dire e che il giornalismo on-line sia
sotto questo punto di vista un'ottima occasione in quanto può offrire
un valore aggiunto a quello mainstream. Il
progetto di Gillmor poggia interamente sull'immagine che l'uomo dà del
giornalismo non come conferenza, ma come conversazione, per cui la
prima regola é saper ascoltare, soprattutto quando l' interlocutore
dice qualcosa di non piacevole ed é in grado di motivarlo
adeguatamente; solo così si cresce. Ben vengano quindi i media
partisan, se questi danno pari spazio alle loro notizie ed alle
repliche o alle critiche del pubblico; quello che si deve assolutamente
evitare é invece l'uso di un medium quale semplice cassa di risonanza
delle proprie idee, quale meccanica replica, una sorta di copia-carbone
del proprio pensiero quindi. Indubbiamente
condivisibili le riflessioni di Gillmor a proposito della
responsabilità di chi scrive: prima regola é l'accuratezza, chi non la
rispetta dovrebbe essere ignorato, il pubblico da parte sua dovrebbe
poi essere più critico e attento, attingere notizie da molteplici
fonti. Da parte sua il cronista non può che sollecitare il lettore a
percorrere più strade diverse, documentarsi in modo anche alternativo a
quello da lui proposto e quindi andare al di là della specifica pagina
web in cui é incappato. Gillmor infatti non confida tanto nella
regolamentazione dall'alto quanto nella reciprocità di responsabilità
dell'audience e di chi fa informazione. Meno
condivisibili a mio avviso le previsioni avanzate da Gillmor sul futuro
dei giornali, che a suo dire scompariranno per far posto a display
elettronici ad alta definizione, senza sfarfallio ed in grado di
riprodurre al meglio la pagina stampata. Da parte mia ritengo invece
che la consacrazione della rete non significherà la scomparsa dei
giornali, così come in passato l'avvento della televisione non ha
comportato la sparizione della radio o del cinema. Secondo me Internet
ed i blog porteranno invece ad un riassetto dell'universo mediatico nel
suo complesso e ad una ridefinizione dei ruoli e dei pubblici di
riferimento di ciascun medium. Il
merito di Gillmor é quello di essere un giornalista che vive
l'evoluzione del panorama mediatico quasi fosse sulla sua pelle, che
sembra averne un'intuizione pura, istantanea. Detto questo, forse
l'uomo ha avuto dalla sua anche la fortuna di trovarsi al posto giusto
al momento giusto, se ha preso parte a quella che é poi rimasta una
specie di leggenda nel mondo della finanza: Phoenix, 26 marzo 2002, Joe
Nacchio, direttore generale di un colosso della telefonia della
regione( la Qwest), parla al PC Forum nel corso di una conferenza.
L'uomo si lamenta delle difficoltà incontrate dalla sua compagnia nella
raccolta di capitali, nel frattempo però, in modo abbastanza curioso,
si arricchisce a dispetto della società che perde invece pesantemente
colpi. In quest'occasione Gillmor é nel pubblico e trasmette i lavori
della conferenza in tempo reale sul suo blog, qualche secondo dopo
riceve un'e-mail da Buzz Bruggeman, avvocato della Florida, contenente
un link della pagina web di Yahoo Finanza in cui si legge che Nacchio
ha incassato più di 200 milioni in titoli mentre il prezzo del titolo
della sua compagnia é in discesa; immediatamente Gillmor inserisce il
link nel suo blog. Il giornalista contribuisce così a creare una sorta
di conferenza parallela a quella ufficiale, che lui definisce un
"feedback circolare", iniziato in una conferenza in Arizona, "zippato"
ad Orlando tornato in Arizona e diventato globale (vedi qui). Internet,
spiega Gillmor, sta cambiando le tre principali figure del giornalismo
tradizionale(pubblico, giornalisti e chi fa notizia), che vanno
progressivamente confondendosi. I cronisti devono mantenere i valori
cardine del loro lavoro(accuratezza e chiarezza) e contemporaneamente
sollecitare i lettori ad una maggiore partecipazione, perché questi
sono spesso molto più preparati dei giornalisti, ma ciò non é un male.
L'audience assume un duplice ruolo: può essere aspro critico dei
newsmakers, o valido alleato scambiando con questi spunti ed idee. Il
pubblico é quindi in grado di supportare il processo informativo
facendo un lavoro anche migliore dei giornalisti mainstream. Il
merito del giornalismo tradizionale é stato secondo Gillmor quello che
aver reso possibili scoop quali quello del Watergate, grazie alla
solida base economica di cui i giornali disponevano e che ha consentito
loro di battersi a difesa della pubblica rispettabilità e
dell'interesse comunitario. L'uomo individua però il rischio del
conservatorismo nel giornalismo odierno, la forte resistenza al
cambiamento, e pensa che il più temibile nemico di un giornalista sia
lui stesso, in quanto il giornalismo corporativo uccide la qualità per
accrescere i profitti a breve termine. A tal proposito Gillmor giudica
infatti deleteri i gruppi nati dalla fusione di industrie legate
all'informazione da una parte ed all'intrattenimento dall'altra; questo
ha danneggiato il serio giornalismo aprendo un vuoto che il nuovo
giornalismo si é incaricato di colmare. La "profana alleanza" tra i due
suddetti ambiti ha fatto sì che il libero flusso delle informazioni
venisse tollerato solo se contenuto e vincolato da misure repressive o
da norme quali quelle a tutela del copyright. E'
certamente lodevole la motivazione e l'impegno di Gillmor nel
giornalismo grassroots, fa però riflettere la sua sfiducia nei
confronti dei partiti tradizionali. Questo pessimismo dimostra quanto
grave sia oggi la crisi del principio di rappresentanza, che investe
tanto l'uomo della strada quanto l'intellettuale, il quale é
particolarmente sensibile ed esposto a questa. Detto questo, da
Gillmor, in quanto giornalista particolarmente ricettivo ed acuto, ci
si aspetterebbe una risposta più articolata ed ampia a questa
problematica. Qualche dubbio
suscita la presunta neutralità della rete sotto il profilo politico.
Internet a mio avviso ha invece un forte connotato politico, ovviamente
non in termini di contrapposizione partitica, quanto in termini
programmatici, a seconda che lo si intenda nella sua versione 1.0 e
quindi come sistema aperto( si pensi ad applicazioni di file sharing
quali Napster e Gnutella) o 2.0, cioè un sistema chiuso, ideale per
l'e-commerce e perciò utile a perpetuare il modello top-down. Bibliografia Franco Carlini, Oltre la notizia, il blog, ne Il Manifesto, 02/01/05, pg 8. Sitografia www.ohmynews.org; www.dangillmor.com; www.wethemedia.oreilly.com |