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scritto da michele frascaro
Qualche giorno fa, a Lecce, si è svolta la manifestazione di apertura della campagna elettorale della Sinistra-L'arcobaleno, alla presenza del Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola. Una manifestazione particolare, durata più di tre ore dove (se si esclude l'intervento di Nichi Vendola) non hanno parlato i politici, ma si è parlato tanto di politica, di quella fatta di storie in carne ed ossa, della vita delle donne e degli uomini che abitano questo Paese. Ha parlato una rappresentante del comitato per la difesa di Punta Palascia, a tracciare un percorso che vede l'ambiente come risorsa da tutelare e non come patrimonio da sfruttare in ogni suo spazio; una ragazza di arcilesbica per rilanciare la laicità di uno Stato che deve essere rispettoso dei principi cattolici e non genuflesso verso le gerarchie ecclesiastiche; un ragazzo che lavora in uno dei tanti call center disseminati anche nel territorio salentino, a raccontare la precarietà, non con fredde lezioni di economia, ma con la cruda testimonianza di chi lavora a tre euro l'ora; poi Babù, fratello di Were Melitus, il parlamentare keniota ucciso a Nairobi, e che tanti amici aveva nel Salento: a parlare dei migranti e delle loro difficoltà ad esserci in un Paese che ancora stenta a parlare di cittadinanza e di diritti, tutto preso dalla fame di sicurezza e dalla caccia al clandestino. E poi Fabio, uno dei tanti lavoratori del Tac salentino entrati nel percorso buio della mobilità: un intervento il suo di una lucidità straordinaria, un racconto breve ma esaustivo di chi si era illuso, entrando in una grande azienda, di aver raggiunto una certa stabilità, per poi ritrovarsi nel baratro dell'incertezza.
Buona lettura
Mi presento, sono Fabio, ho lavorato cinque anni e mezzo presso la Blueprint s.p.a. di Casarano che produce calze e da circa due mesi sono stato licenziato insieme ad altri 29 donne e uomini. Il nostro è solo l’ultimo, di una lunga serie di licenziamenti che si protrae ormai da diversi anni; io, insieme a centinaia di lavoratori di questa ditta e di tutto il settore Tac del Basso Salento, stiamo subendo questa situazione, e sui drammi di padri e di giovani lasciati senza un lavoro, è calato un pericoloso silenzio che ha permesso a questi signori di agire in modo non proprio trasparente, senza rendere conto a nessuno del loro operato. Mi riferisco soprattutto alle procedure usate dall’azienda, non solo non valutando tutte le possibili alternative al licenziamento, ma scegliendo unilateralmente il sindacato più “comodo” alle loro esigenze mantenendo una parvenza di regolarità. Quando la nostra scelta è stata di rivolgerci ad un'altra sigla sindacale, precisamente alla Cgil, la reazione è stata quella di accelerare le pratiche di messa in mobilità. Hanno quindi incredibilmente rifiutato di dialogare con noi e coi nostri rappresentanti.
Sembra un paradosso ma oggi è alquanto difficile parlare della mia condizione di disoccupato quando ancora tutti portiamo sul braccio il lutto di alcuni nostri fratelli lavoratori. Sembra un’assurdità il sentirsi quasi fortunati, l’essere ancora vivi quando qui affianco, vicino alle nostre vite, altre se ne spengono seguite da un mormorio di voci che presto si lascerà cadere in quella consuetudine che tutto occulta e tutto maschera.
Ma questa è la nostra paradossale realtà.
E’ la realtà delle promesse quotidiane che sistematicamente cedono il posto alle falsità, agli inganni. E questa realtà diventa enorme e soffocante nei piccoli centri, dove s’inneggia allo sviluppo e, al tempo stesso, si celebra la lotta tra poveri, tra chi cerca di tenersi stretto stretto il suo posto di lavoro, e chi, tutto un tratto, si trova per strada non sapendo più come fare per tirare avanti. Viviamo un temporale emotivo, fatto di rabbia e sconforto, viviamo sulla nostra pelle l’antica condizione di incolpevoli che pagano per colpe non loro, portiamo sulle nostre spalle il peso dei diritti violati e calpestati in nome del profitto.
Ho lasciato gli studi per un lavoro che doveva prospettarsi certo, per il bisogno di essere autonomo e non pesare sui genitori. Altri miei compagni hanno progettato una famiglia e hanno acceso dei mutui chi per comprare una macchina, chi per acquistare una casa, chi per permettere ai propri figli di studiare. Adesso siamo stati gettati nel baratro dell’incertezza, in quella dimensione di precarietà esistenziale che non è solo precarietà lavorativa, ma ben altro: è la precarietà del non poter pensare al proprio domani, è la precarietà dei sogni che si spengono, è la precarietà che non investe solo noi ma tutte le persone che ci circondano, le nostre donne, i nostri padri, i nostri figli. Affianco alla stanza del nostro sindaco c’è una foto che lo ritrae insieme al cavaliere del lavoro, signor Antonio Filograna, per anni a capo dell’azienda Filanto e che oggi annovera più di mille operai in mobilità.
A questi uomini vengono riconosciuti premi, onorificenze, a questi uomini, innalzati a baluardi dello sviluppo, verrà riconosciuta sempre la solidarietà di chi si inginocchia al potentato economico, dimenticando soprusi e nefandezze, ricatti e vessazioni.
A noi operai, semplici lavoratori ci chiedono di comprendere le logiche di un mercato che, in definitiva, ci ha sempre considerato al pari di una merce, di una forza lavoro impersonale da poter sostituire a proprio piacimento. Gli imprenditori rimangono con il loro nome, noi infoltiamo l’anonimato delle cifre senza nome e senza cuore.
La mia speranza, la speranza delle compagne e compagni che rappresento, è che questa società in cui viviamo, abbia un sussulto di orgoglio, sappia al più presto riappropriarsi di quello spirito, di quel sentire, di quello sguardo alto che riesca a vedere oltre la necessità dei pochi, di quella forza della mano tesa che quando stringe unisce i cuori e le storie. Dimenticarsi dei dimenticati sarebbe un ulteriore offesa a chi con il proprio lavoro e la propria dignità di lavoratore ancora oggi può essere il contraltare dell’egoismo ed esempio per le generazioni future.
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