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scritto da claudia pedone
10.03.2008
Può costringere intere giornate al letto, ma l'annientamento che procura può spingere anche molto oltre, fino a procurare la morte vera e propria, di sé stessi e di quanti vi sono attorno. Il responsabile? Il male del secolo: la depressione.
Alla ribalta della cronaca la strage del tarantino. Un uomo che
soffriva di depressione ha messo fine, a colpi di martello, alla sua
vita e a quella di tutta la sua famiglia. L'omicidio-suicidio si
presenta come la manifestazione più esacerbante di un male che già da
tempo, molto probabilmente, lo "martellava" dentro, abbattendo, come
accade per quanti soffrono di questa patologia, voglia di vivere,
spinte motivazionali e adeguato senso della realtà.
Solo la punta dell'iceberg di questa epidemia del nostro millennio, che sporca d'inchiostro le pagine dei giornali. Infatti il fenomeno, morti a parte, è diffuso a tal punto che l'Organizzazione mondiale della sanità preconizza che la depressione sarà a breve la quarta causa mondiale di handicap e addirittura la seconda nei paesi industrializzati. Tempo fino al 2020 e i pronostici potranno essere direttamente verificati. La differenza fra tristezza, melanconia, abbattimento di morale e depressione si misura profonda e affonda le sue radici in un contesto sociale ben particolare.
Sintomatologia, farmacologia, psicoanalisi. La medicalizzazione del problema si rivela una lama a doppio taglio: da una parte permette di diagnosticare e curare un malessere in altri casi lasciato al suo autonomo decorso (dunque, se il numero di soggetti depressi è cresciuto, è anche in virtù del perfezionamento dello strumento per la loro individuazione), dall'altra parte si ritrova un'ampia "clientela", fonte di ricchezza per le lobbies farmaceutiche, che ambirebbero a far assorbire pastiglie e ingurgitare gocce anche a chi ha solo perso la stima in sé stesso.
Per rendersi conto delle proporzioni del problema in questione, in ogni caso, basti leggere i dati: in alcuni Stati, come nella Francia che detiene il record mondiale nell'uso di antidepressivi, almeno un soggetto su cinque conosce durante la sua vita un episodio di depressione maggiore. Studi specializzati si adoperano nell'individuazione delle cause: neurotrasmettitori alterati, dopamina, noradrenalina, cortisolo, cause genetiche, disposizione anomala della proteina Gs alfa, episodi traumatici nell'infanzia, abusi e lutti precoci. E altrettanta varietà si può enumerare nella proposta dei rimedi: psicoterapia, terapia farmacologica, condizionamento comportamentale, fino anche all'elettroshock.
Qualcosa di ben più difficile da gestire di un momento di sconforto, il fenomeno della depressione dilaga a dismisura e diviene il sintomo di un'intera società che si è ammalata. Ormai defunti i vecchi riferimenti istituzionali di una volta: famiglia, scuola, Chiesa, partito, l'individuo si trova da solo davanti al compito di crescita che gli è affidato. Costruire sé stessi diviene un impegno troppo difficile e complicato, tuttavia, in un mondo che offre sempre meno modelli reali, positivi e a portata di mano e richiede standard di efficienza spesso irraggiungibili. Alain Ehrenberg, sociologo direttore del gruppo di ricerca "Psychotropes, Politique, Société" del Cnrs, individua proprio nell'individualismo e nel culto della performance, all'interno dei quali si gioca il compito di costruzione di sé, le principali cause di questo implodere, in quanto ci si ritiene inadeguati rispetto agli standard di una società non troppo a misura d'uomo e ci si ritrova privi di altri modelli di vita possibile.
Si apre così il vortice della depressione, con la sua ampia gamma di sfumature e di tormenti, che risucchia tutto in un buco nero, da gioie, desideri, motivazioni, affetti, fino a tutto ciò che rimane in una vita sempre più svuotata e che diviene la strada aperta alla fine ultima. Il suicidio e qualche volta anche l'omicidio. Ultimo passo di una morte che avanza giorno dopo giorno.
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