Forse c'è qualcuno che pensa che si possa uscire dalla crisi investendo nell'industria bellica, o ricostruire in Abruzzo aumentando le spese militari. Di certo c'è che l'Italia si avvia verso un nuovo programma di riarmo, investendo oltre 15 miliardi di euro. Il 31 dicembre prossimo è la data ultima per firmare il contratto definitivo per l'acquisto dei 131 F-35; il parere delle commissioni autorizza non obbliga. “La possibilità di ripensarci ancora c’è – spiega Massimo Paolicelli, della Rete per il disarmo. La Norvegia, il 30 marzo 2009 ha sospeso fino al 2012 la sua partecipazione al programma del JSF. Noi chiediamo al Governo italiano di non procedere con la firma di un contratto che equivale ad un assegno in bianco”. E, siccome non basta la sola protesta, ecco come, secondo Sbilanciamoci, potrebbero essere spesi in maniera alternativa, quei 15 miliardi di euro:
L'otto aprile scorso, a distanza di soli due giorni dal terribile terremoto che ha scosso l'Abruzzo, le Commissioni Difesa di Senato e Camera hanno espresso parere favorevole (con l'astensione dei commissari del Pd), sul piano governativo, per l'acquisto di 131 caccia-bombardieri F-35 e per l'ampliamento della base aerea di Cameri (Novara) dove i velivoli verranno assemblati.
“Un piano di riarmo che in diciotto anni ci costerà oltre 15 miliardi di euro”: la denuncia parte dalla Rete italiana per il disarmo e dalla campagna Sbilanciamoci; il costo per l'acquisto degli F35 è di 12,9 miliardi di euro ma, si arriverebbe a 15 miliardi di euro se si aggiungono quelli già stanziati e quelli necessari per la base di Cameri. Giulio Marcon, di Sbilanciamoci, spiega che “poco meno della metà di questi caccia saranno a decollo verticale, e quindi, servirà una nuova portaerei per ospitarli. E inoltre – continua- gli esperti, come il generale Fabio Mini, ci dicono che gli F35 devono essere affiancati dai caccia F22-Raptor, che noi non abbiamo, ma che sono disponibili, anche se inutilizzati, negli Stati Uniti, dai quali saremmo costretti a comprarne un pò”.
Il quattro giugno scorso, a Roma, presso il Ministero del Lavoro, è stata siglata la proroga di un altro anno della cassa integrazione per 315 lavoratori di due aziende del Gruppo Filanto: la Tecnosuole (105) e la Zodiaco (210). Soddisfatti i sindacati di categoria:”Se da una parte registriamo ancora una fase di stallo per l'accordo di programma siglato in aprile, dall'altra è vero anche che, proprio sulla base di quest'accordo, il Governo ha concesso questi ulteriori ammortizzatori in deroga alla legge finanziaria”. Sarà la Regione Puglia a prevedere un proprio apporto contributivo pari al 30% per la copertura della cassa integrazione, proprio perchè concessa in deroga. E così si va avanti per un altro anno, senza alcuna prospettiva futura di ricollocazione all'interno delle aziende del Gruppo delle centinaia di lavoratori, coinvolti ormai da anni in un estenuante processo di espulsione dal ciclo produttivo. Per un'agonia che si protrae, un'altra che avanza: è la crisi dell'Adelchi, altra ex azienda leader del comparto calzaturiero, i cui amministratori hanno annunciato la revoca del rientro al lavoro dei circa 500 dipendenti in cassa integrazione ordinaria delle aziende Crc, Gsc Plast e Nuova Adelchi. Il rientro al lavoro era previsto gradualmente entro il 15 giugno prossimo, quando le linee di produzione ancora presenti negli stabilimenti di Tricase sarebbero dovute ripartire a pieno regime. I titolari di queste aziende del Gruppo Adelchi lamentano la mancanza di lavoro e di liquidità. I sindacati hanno indetto un'assemblea per mercoledì 17 giugno prossimo, alle dieci, all'interno dei locali dell'azienda per definire le azioni da intraprendere. E' la scena di un film già visto: cambiano solo i personaggi e la location. E' la crisi di due ex colossi del calzaturiero, leader fino agli inizi degli anni 90 per la produzione di calzature di qualità, e da tempo coinvolti in una crisi per molti aspetti ormai irreversibile. Un motivo su tutti: in molti capannoni mancano da tempo i macchinari, spostati all'estero dove sono state delocalizzate le produzioni: va bene un anno di cassa integrazione, va bene la mobilità, ma se porti via le macchine, è abbastanza difficile riuscire a garantire poi ai lavoratori la possibilità di rientrare al lavoro. Diciannove euro al mese: tanto costa il lavoro di un operaio in Bangladesh. E nel Salento: il lavoro nero occupa una buona fetta di sviluppo. Quello sommerso, nero o grigio che sia: quello che non porta dignità, ma solo tanta insicurezza. In ogni senso, e in ogni luogo.
Truffa sui Por: 4 aziende nei guai
scritto da REDAZIONE
3 GIUGNO 2009
Sequestro probatorio per quattro aziende operanti nella zona industriale di Casarano e legate al Gruppo “Filanto”: il provvedimento è stato emesso giovedì 28 maggio, dai militari del nucleo regionale della Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Bari, su disposizione del pubblico ministero del Tribunale di Lecce Imerio Tramis, nell'ambito di un'inchiesta avviata e coordinata dallo stesso pm al fine di accertare eventuali irregolarità nella concessione di finanziamenti pubblici. Quattro imprenditori sono ora indagati a piede libero per truffa aggravata: c'è il sospetto che abbiano percepito illecitamente i contributi stanziati dalla Regione Puglia tramite i fondi POR 2000/2006, in modo particolare la misura 4.1 azione D dei P.I.A. (pacchetti integrati di agevolazioni). I sigilli sono stati apposti a 28 macchinari industriali, del valore commerciale di un milione e duecentomila euro: secondo gli inquirenti si tratterebbe di apparecchiature già utilizzate. Le quattro aziende, alle quali è stata concessa la facoltà d'uso dei macchinari, hanno percepito un contributo complessivo pari a otto milioni e settecento mila euro: secondo il pm avrebbero percepito indebitamente quattro milioni e seicentomila euro. Dalle prime indiscrezioni emergerebbe il coinvolgimento, tra le quattro aziende, della “Tecnosuole”, una delle aziende satelliti del gruppo Filanto, coinvolta da tempo in una grave crisi occupazionale: proprio domani, 4 giugno, a Roma è previsto un incontro al Ministero per lo sviluppo economico al fine di ottenere la proroga della cassa integrazione per le imprese Tecnosuole(!) e Labor. Un incontro a cui parteciperanno i rappresentanti aziendali, insieme agli esponenti istituzionali della Regione Puglia e della Provincia di Lecce, di Confindustria e delle organizzazioni sindacali. Si dovrà discutere del destino di 350 lavoratori, ormai da tempo in cassa integrazione e, da alcuni mesi, senza neanche quella. Sarebbe davvero un paradosso se le indagini confermassero le irregolarità dei finanziamenti percepiti dalla Tecnosuole: la stessa impresa che si presenta, qualche giorno dopo il sequestro, al capezzale dello Stato per chiedere altri milioni di euro per il rinnovo della cassa integrazione. Il tutto con l'accompagnamento delle Istituzioni, ad ogni livello. Fuori da ogni gioco, evidentemente, i lavoratori.
Il Regina Pacis come i peggiori canili
scritto da REDAZIONE
20 MAGGIO 2009
La conferma delle pene previste nel processo di primo grado: così si è espresso il sostituto procuratore della Repubblica di Lecce, Giuseppe Vignola, al termine della requisitoria nella prima udienza del processo di appello in capo a Don Cesare Lodeserto e ad alcuni suoi collaboratori per le percosse subite da un gruppo di migranti trattenuti nell'ex Cpt “Regina Pacis” di San Foca, coinvolti in un tentativo di fuga dal Cpt la notte del 22 novembre 2002.
Dure le parole di Vignola, soprattutto in riferimento al clima nel quale si sono svolte le indagini e il successivo processo, che lui definirebbe come “I ceffoni di Don Cesare”; Vignola cita i suoi colleghi che nel tempo si sono succeduti nelle indagini, i pubblici ministeri Carolina Elia, Imerio Tramis e Paola Guglielmi, nonché la giudice Annalisa De Benedictis: “ All'epoca ero procuratore aggiunto e per questo seguivo il lavoro dei miei colleghi e, mentre questi lavoravano in silenzio, i processi si celebravano nelle sagrestie e nelle redazioni. Ai colleghi, come spesso accade, venivano rivolte accuse infamanti. Io ho scelto quest'aula per esprimere oggi tutta la mia solidarietà verso quei magistrati, e concludo chiedendo a me stesso come si fa a solidarizzare con un universo così violento: una processione di persone e di rappresentanti delle Istituzioni partecipò ad una veglia notturna all'epoca dell'arresto di Lodeserto, come se i magistrati che chiesero ed emisero la misura cautelare fossero dei pazzi esaltati. Come se i giudici fossero animati da voglia di protagonismo”.
Dopo dieci anni di aule giudiziarie, è giunta la sentenza definitiva per la morte sul posto di lavoro della signora Ornelia Cavalera, 44 anni, di Supersano: omicidio colposo per Raimondo e Giuseppe Stefanizzi (quest'ultimo, nel frattempo, deceduto), i datori di lavoro di fatto della povera lavoratrice.
Tutto ha inizio il 7 gennaio del 2000, nelle campagne di Acquarica del Capo (Lecce): la donna, accortasi che dal tubo di scappamento del trattore (che era in moto perché azionava la macchina cernitrice delle olive), usciva un fumo nero e maleodorante, ha afferrato una cassetta e si è chinata per metterla contro il tubo e deviare così il fumo. Quando la donna si è avvicinata al trattore e si è chinata, il grembiule che aveva addosso si è impigliato tra gli ingranaggi dell'albero motore: l'indumento è stato risucchiato all'interno del macchinario, e ha trascinato con se anche la donna che, perdendo l'equilibrio è caduta tra quegli ingranaggi ferendosi mortalmente.
Dalle prime indagini e da un primo riscontro degli atti emerse subito la sorpresa: la signora Cavalera figurava come legale rappresentante della cooperativa “Campi del Sud”, per la quale lei stessa lavorava come bracciante agricola. Solo il lavoro accurato del legale difensore del figlio della vittima (Eddy Frascaro), l'Avvocato Marcello Petrelli, che ha affiancato il Pm Paola Guglielmi, ha reso possibile una ricostruzione veritiera e dettagliata della vicenda, che ha portato la Corte di Cassazione a confermare per i due imputati le condanne a otto mesi reclusione per omicidio colposo, per inosservanza delle norme sulla sicurezza sul lavoro.
“I pezzi grossi hanno paura perché se si viene a sapere qualcosa perdono quello che hanno acquistato”. Chi sono i pezzi grossi? “Chi detiene in questo momento il potere politico, economico”. “ Non ho paura delle lettere anonime quanto delle minacce che conosco”.
A distanza di otto mesi dall'omicidio di Peppino Basile, il consigliere comunale e provinciale dell'IdV ucciso a coltellate ad Ugento, omicidio rimasto ancora senza un colpevole, né un movente chiaro, pubblichiamo un'intervista rilasciata da Don Stefano Rocca a L'imPAZiente.
Mentre le indagini continuano, alla ricerca di una pista e di un colpevole, mentre nel paese monta lo scontro politico tra gli amministratori locali e il parroco, con minacce di querele, tra i cittadini pare prevalere la paura: ma c'è differenza tra la paura della gente comune e quella dei pezzi grossi.