Creative Commons License
Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.
Luglio 2008
L M M G V S D
« Giu    
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031  

Effetto Albemuth

Notizie, commenti, conflitti e immaginari sulla e dalla Rete

Commenti ( 1 ) Le luci del retroscena

LE LUCI DEL RETROSCENA
NUOVI MEDIA E CRISI DELLA PRIVACY

La lettura di due racconti di donne (apparsi rispettivamente sul “New York Times” e su “Usa Today”) alle prese con problemi di gestione della propria immagine su Internet, getta una luce particolare sull’amara riflessione cui Stefano Rodotà si abbandona nelle ultime pagine di un recente libro-intervista: “il mio dubbio è: la privacy non sarà forse stata una parentesi tra il villaggio tradizionale e il villaggio globale?”1. Prima di abbozzare una risposta a questo interrogativo, riassumo brevemente le storie in questione.
La protagonista del primo racconto2 è la stessa autrice dell’articolo, una giornalista del “New York Times” che si chiama Stephanie Rosenbloom. Con garbo e ironia, la Rosenbloom spiega come chiunque digiti il suo nome nello spazio di ricerca di Google venga rinviato a una pagina Web in cui compare la foto di un’esile brunetta che indossa scarpe da ginnastica e “nuota” fra le pieghe di una T-shirt formato XL. Un caso di omonimia? No, quella ragazza è proprio lei, ritratta nell’inverno del 1996 durante le prove di uno spettacolo teatrale organizzato dal suo college. Il problema è che il bruco di dieci anni fa si è trasformato in farfalla: la Stephanie Rosenbloom di oggi è una bionda, elegante e autorevole professionista e gradirebbe che i lettori, qualora la curiosità li spingesse a usare Internet per scoprire che faccia si nasconde dietro la sua firma, potessero vederla così come appare attualmente. Ma ottenere un simile risultato si è rivelato tutt’altro che semplice. Da un lato, il personale di Google le ha spiegato che rimuovere quella vecchia immagine comporta complessi problemi tecnici che, di solito, vengono affrontati solo nei casi di palese e grave danno all’immagine pubblica di una persona. Dall’altro gli amici smanettoni le hanno spiegato che l’unico modo per assumere un certo controllo sulla propria immagine online consiste nell’assecondare la logica del mezzo, consigliandole quindi di creare un personal blog e promettendo che così – a condizione che la pagina riesca a calamitare un congruo numero di link - saranno le sue nuove foto a comparire in cima agli esiti di eventuali ricerche.
La seconda storia3 riguarda il caso di Allison Martin, una giovane ragazza di Chicago che, in un’intervista pubblicata su “Usa Today”, rivendica con queste parole la “sincerità” con cui si racconta ai lettori del suo blog: “Dal momento che presumo che quelli che visitano la mia pagina siano tutti amici, o almeno conoscenti, la mia filosofia è quella di essere del tutto onesta – sia che si tratti di confessare quanto sono scomodi i miei pantaloni a tubino, sia che si tratti di esprimere un’opinione in merito al Primo Emendamento della Costituzione americana”. Il guaio è, commenta l’intervistatrice nel proseguo dell’articolo, che i giovani blogger come Allison non si rendono conto di due fatti: 1) chiunque, non solo gli amici, può accedere alle loro pagine, 2) tutto ciò che viene pubblicato su Internet è per definizione “indelebile”, e potrà essere spiato da sguardi indiscreti (e potenzialmente malintenzionati) anche fra decenni. La diffusa inconsapevolezza in merito ai “danni collaterali” di un eccesso di sincerità, ammonisce l’articolo, ha già prodotto molte vittime (lavoratori licenziati per avere rivelato particolari delicati della vita d’ufficio, ragazze costrette a subire avance telefoniche dopo avere reso noto il numero del proprio cellulare, ecc) e potrebbe rivelarsi devastante per i protagonisti di future carriere professionali o politiche, esponendoli a potenziali ricatti.
Ancorché diversi, entrambi i casi rinviano alla difficoltà, per non dire impossibilità, di controllare le informazioni relative alla propria persona da parte degli utenti dei nuovi media. Quella che viene messa in questione è, per usare ancora le parole di Rodotà, la possibilità di “proiettarsi liberamente nel mondo attraverso le proprie informazioni, mantenendo però sempre il controllo sul modo in cui queste circolano e vengono utilizzate da altri”4. Altrove lo stesso Rodotà spiega come tale possibilità ne evochi implicitamente un’altra, vale a dire quella di “poter scegliere quando ‘esibirmi’ e quando invece rimanere al riparo dagli occhi del pubblico”5. Ma a fondare questa seconda possibilità di alternanza temporale (quando, quando) è in realtà la natura spaziale del concetto di privacy: è infatti ancora Rodotà a ricordare come l’idea di privacy sia di fatto un’estensione dell’idea di proprietà borghese: così come non si entra in una proprietà (il diritto proprietario come diritto di escludere l’altro dall’accesso a un oggetto o a uno spazio), allo stesso modo non si “entra” nell’altrui vita privata6. Ma la potenza “delocalizzatrice” dei nuovi media – unitamente alla “eternità” delle informazioni pubblicate in Rete – ci obbliga a mettere in dubbio se sia ancora possibile tracciare una linea di confine fra spazio pubblico e spazio privato.
“L’aria della città rende liberi”, recita un vecchio detto, alludendo anche alla protezione che l’anonimato urbano offre nei confronti di occhi e orecchie altrui. Il “villaggio tradizionale” evocato da Rodotà (il quale ricorda che “nel Medioevo la riservatezza era possibile solo per i monaci e i banditi”7) condannava l’individuo a condurre una vita “senza segreti”, esponendone i comportamenti al costante e pervasivo controllo da parte dei vicini. Al contrario, le recriminazioni in merito all’anomia della moderna vita urbana, in cui nemmeno gli abitanti dello stesso condominio si conoscono l’un l’altro, testimoniano paradossalmente l’acquisita libertà nei confronti dell’altrui invadenza. Del resto, dietro le nostalgiche celebrazioni del “caldo abbraccio” comunitario non si cela quasi mai un reale rimpianto per il passato, visto che siamo tutti ben consapevoli del fatto che, come osserva Erving Goffman, il ritorno di relazioni premoderne nell’attuale contesto storico (ritorno che si realizza per i cittadini dei paesi governati da regimi totalitari) si rivelerebbe intollerabile: “la vita urbana diventerebbe insopportabile per molti se ogni contatto fra due esseri comportasse un dover condividere fatiche, preoccupazioni e segreti”8. Com’è noto, nel modello drammaturgico delle moderne relazioni sociali proposto da Goffman, il confine fra pubblico e privato che consente all’individuo di non essere costretto a condividere con tutti i propri segreti coincide di fatto con quello che separa ribalta e retroscena. Recitando il proprio ruolo, l’individuo-attore mette in scena il possesso di caratteristiche sociali che dovrebbero garantirgli di essere valutato e trattato in un determinato modo dagli altri. Il condizionale deriva dalla resistenza del pubblico nei confronti della pretesa dell’attore: “se controvoglia permettiamo a certi simboli di status di affermare il diritto di un attore a un determinato trattamento, siamo sempre pronti a sfruttare una qualsiasi incrinatura nella sua armatura simbolica per screditare la sua pretesa”9.
Torniamo allora al racconto di Stephanie Rosenbloom. L’obiettivo della giornalista è quello di essere valutata e trattata dai lettori “per quello che è” (traduci: per il ruolo che desidera recitare e vedere riconosciuto in questa fase della sua vita), vale a dire un’autorevole e affascinante giornalista del “New York Times”. Ma l’immagine del suo passato che riemerge dagli algoritmi di ricerca rovina la recita, consentendo ai maligni istinti del pubblico di mettere in dubbio le sue “credenziali”. Siamo in presenza di un effetto destabilizzante della tecnologia nei confronti del gioco drammaturgico descritto da Goffman. In particolare, quella che viene messa in crisi è una delle strategie sociali che, secondo il sociologo, consente all’attore di venire a capo delle resistenze del pubblico. Ci riferiamo al fatto che l’attore non è mai solo nel proprio lavoro di messa in scena: alla recita, scrive Goffman, collabora un complesso di persone “complici nel far sì che la situazione appaia quella che essi vogliono”10. Per definire questi gruppi di individui che collaborano nell’inscenare una routine professionale (per esempio, nel caso della Rosenbloom, i colleghi giornalisti) Goffman utilizza il concetto di equipe, concetto che assimila a quello di “società segreta”: “gli individui formano un’equipe nella misura in cui mantengono il segreto su come essi collaborano per mantenere una particolare definizione di una situazione”11. Il “luogo” ove viene custodito il segreto è il retroscena: “Qui l’attore può rilassarsi, abbandonare la sua facciata, smettere di recitare la sua parte e uscire dal suo ruolo”12. Per restare al nostro esempio: la redazione in cui i giornalisti - che pure continueranno a recitare altri ruoli nelle reciproche relazioni interindividuali – possono permettersi di dimenticare l’esistenza del pubblico e parlare liberamente dei segreti cui quest’ultimo non deve avere accesso. E poco importa che tali segreti, come annota Goffman, siano perlopiù immaginari: “il pubblico immagina misteri e poteri segreti dietro la rappresentazione, l’attore si rende conto che i suoi segreti sono in realtà di poco rilievo. Come infinite leggende popolari e riti d’iniziazione stanno a dimostrare, spesso il vero segreto che si cela dietro al mistero è che questo non esiste”13.
Esistono tuttavia periodi storici in cui si sviluppano tendenze sociali di carattere anti-drammaturgico. In tali periodi viene messo in crisi il confine fra ribalta e retroscena, s’indebolisce la solidarietà fra membri delle equipe, cadono i veli che proteggono i segreti (o peggio, l’assenza di segreti) e il re si ritrova nudo. Le riflessioni di Edgar Morin14 sul voyeurismo della cultura di massa, il villaggio elettronico globale teorizzato da McLuhan15, l’integrazione del backstage nello spazio di rappresentazione dei media elettronici messa in luce da Joshua Meyrowitz16 (per tacere dell’esplosivo dilagare contemporaneo del fenomeno della Reality Tv) sembrerebbero accreditare la tesi secondo cui gli ultimi decenni della nostra era rappresentano uno di tali periodi (basti pensare ai dispositivi paralleli di spettacolarizzazione della vita privata degli uomini politici e degli esponenti dello star system). Resta da stabilire se il recente, fulmineo diffondersi della comunicazione mediata dal computer stia contribuendo ad amplificare e accelerare la tendenza antidrammaturgica innescata dal media televisivo, oppure se sia accompagnato da processi in controtendenza.
Le storie di Stephanie e Allison sembrano accreditare la prima ipotesi. Tuttavia, prima di scavarne più a fondo le implicazioni, occorre esaminare criticamente il punto di vista di Sherry Turckle, l’antropologa del cyberspazio che, in un noto testo di una decina d’anni fa17, si è avventurata in tutt’altra direzione, identificando nelle reti di computer lo strumento in grado di consentire all’individuo una sorta di controllo totale sulla messa in scena della/delle propria/proprie identità. Anche il modello di Goffman contempla che lo stesso individuo “indossi”, a seconda del contesto sociale, differenti maschere, recitando di volta in volta ruoli differenti ma, dal momento che il modello è nato per studiare relazioni faccia a faccia, Goffman mette in luce come questa possibilità debba sottostare a precise regole spazio-temporali: “L’individuo si assicura che coloro davanti a i quali egli rappresenta una delle sue parti, non saranno gli stessi davanti ai quali rappresenterà un’altra parte in un ambito diverso”18. Il modello della Turckle attribuisce invece alle relazioni mediate dal computer - emancipate dai vincoli spazio-temporali delle relazioni faccia a faccia – la proprietà di offrire all’individuo-attore un livello assai più elevato di libertà: il gioco delle identità si apre a infinte alternative (tante quante sono le “finestre” che un programma consente di tenere contemporaneamente aperte sullo schermo del computer) grazie al fatto che il palcoscenico non è più interfaccia trasparente della relazione io-altri ma si trasforma in una sorta di specchio in cui l’attore si riflette, decidendo di volta in volta quale maschera indossare.
Quando ci confrontiamo con la nostra immagine nello specchio-schermo del computer, sostiene Turckle, arriviamo progressivamente a vederci in modo diverso. Non più sottoposta alla maliziosa verifica del pubblico, che non vede più il mio volto ma solo l’evanescente traccia delle parole che compaiono sullo schermo (ricordiamo che il modello relazionale di Sherry Turckle è costruito su MUD e chat, vale a dire sui giochi di ruolo e sui programmi di dialogo interattivo in tempo reale fra più utenti connessi via Internet), la mia performance diventa molto più libera, consentendomi ampi margini di sperimentazione. Al riparo dallo sguardo altrui, protetto dall’anonimità (in Rete si viene identificati da uno o più nickname, non dal vero nome), non sei più costretto a preoccuparti delle “caselle” (ruolo professionale, appartenenza di genere, età, appartenenza etnica, religiosa o ideologica, ecc) in cui gli altri tendono a inquadrarti ma puoi “essere chiunque tu voglia essere”. Se, secondo la drammaturgia sociale di Goffman, “sincero” è chi crede nell’impressione comunicata con la propria azione, allora l’individuo impegnato nel gioco di autorappresentazioni plurime descritto da Sherry Turckle è sincero per definizione, nella misura in cui è sempre quel che, di volta in volta, pretende di essere. Una sincerità che sconta tuttavia il prezzo di una condizione al limite dell’autismo: nessuno interagisce realmente con qualcun’altro, ma tutti interagiscono con lo schermo, che rinvia ad ognuno l’immagine della maschera indossata di volta in volta. Naturalmente esiste sempre il rischio che qualcuno non accetti la mia pretesa identitaria, ma tale rischio è assai più limitato che nelle tradizionali relazioni faccia a faccia perché l’alternanza fra i ruoli di attore e di pubblico viene in qualche modo a cadere: tutti sono attori e pubblico nello stesso momento, per cui tutti hanno interesse a riconoscere l’attendibilità delle altrui performance nella speranza di essere ripagati della stessa moneta.
E’ questo il motivo per cui la Turckle attribuisce valore terapeutico alla vita sullo schermo, definita come un palcoscenico “in cui si mima la vita, o la si vive davvero, o ancora la si verifica, la si sperimenta per accettarla e per diluire la brutalità e la violenza continua e materiale”19. Un elogio postmodernista della leggerezza e della superficie che a qualche anno di distanza suona ingenuo, ove si tenga conto del volto decisamente meno “friendly” che le nuove tecnologie di comunicazione hanno rivelato nel frattempo (basti pensare agli sconvolgimenti della Net Economy, all’uso politico della Rete da parte dei movimenti sociali e della politica tradizionale, allo scontro culturale e giuridico attorno ai temi della proprietà intellettuale, ma soprattutto alle sfide alla privacy di cui ci stiamo occupando in queste pagine), mentre lo sperimentalismo esistenziale delle chat, su cui si fonda il modello in discussione, è rimasto confinato ad alcune nicchie di utenza (benché numericamente non trascurabili). Resta l’interesse del discorso della Turckle in quanto “estremizzazione” del modello drammaturgico - interesse legato in primo luogo alla valorizzazione del carattere “protettivo” attribuito alle pratiche di simulazione di identità nei confronti dell’aggressività del pubblico nelle relazioni faccia a faccia. Come cercherò infatti di dimostrare nell’ultima parte dell’articolo, è proprio l’intensificazione di tale aggressività a determinare – unitamente all’evoluzione delle tecnologie di comunicazione – quella crisi del modello drammaturgico che rischia di relegare, come teme Rodotà, la privacy al ruolo di parentesi fra villaggio tradizionale e villaggio globale.
Partiamo dall’aggressività del pubblico. Si è già ricordato come Goffman, da un lato, consideri come connaturato al gioco drammaturgico il rischio di rifiuto delle pretese identitarie dell’attore da parte del pubblico, dall’altro valorizzi la funzione dell’equipe (dei gruppi di individui che collaborano nell’inscenare una determinata routine) come struttura sociale in grado di neutralizzare il rischio attraverso pratiche di gestione del segreto fondate sulla separazione fra spazio pubblico (ribalta) e privato (retroscena). Ma il ruolo delle equipe entra in crisi nel momento in cui la transizione alla società postmoderna - o se si preferisce alla seconda modernità (Anthony Giddens)20 e/o alla modernità riflessiva (Ulrich Beck)21 – avvia quel processo di frammentazione sociale che, fra le tante conseguenze, ha anche quella di minare la credibilità e l’autorevolezza dei “sistemi esperti” in quanto produttori di socialità e fiducia. La nozione di sistema esperto, com’è noto, viene utilizzata da Giddens per descrivere il processo di modernizzazione come transizione dal mondo tradizionale - in cui la socialità si struttura prevalentemente attorno a sistemi di parentela, comunità locali e istituzioni religiose; mentre a calamitare le relazioni di fiducia sono gli individui che incarnano tali istituzioni – al mondo moderno - in cui socialità e fiducia ruotano attorno alle capacità astratte (sistemi esperti) incarnate dalle nuove istituzioni (stato nazione, classe politica, partiti, sindacati, corporazioni professionali, ecc) che hanno preso il posto delle istituzioni tradizionali: la fiducia non viene accordata al singolo politico, giornalista, medico, professore, ecc bensì al “sapere esperto” che costui detiene ed applica nell’esercizio delle proprie funzioni. La parziale sovrapponibilità fra i concetti di equipe e sistema esperto è evidente, nella misura in cui rinviano entrambi a una funzione di certificazione sociale di pretese individuali. Appare dunque intuitiva la relazione che la transizione al postmoderno istituisce fra frammentazione sociale, revoca di fiducia nei confronti dei sistemi esperti, riduzione del potere di certificazione delle equipe nei confronti delle performance degli attori-individui.
Per quanto attiene l’evoluzione tecnologica, l’attacco al modello drammaturgico arriva dagli effetti del processo di separazione dello spazio dal luogo: i media elettronici promuovono rapporti fra persone assenti, deterritorializzano le relazioni sociali e rimettono in discussione la centralità di quelle relazioni faccia a faccia che rappresentano il terreno privilegiato del modello goffmaniano. Si tratta di un processo che raggiunge l’acme con la rapida diffusione della comunicazione mediata dal computer, laddove viene a mancare anche il simulacro audiovisivo dell’immagine dell’altro, sostituito dall’immagine virtuale delle parole di un altro che non è più solo assente ma addirittura “presunto”, deprivato com’è dell’effetto di verità dell’audiovisivo (sospendendo ovviamente ogni interrogativo sui possibili effetti dell’ibridazione fra reti di computer e televisione, che avanza parallelamente alla diffusione delle connessioni a banda larga). Come si è visto, Sherry Turckle prospetta uno scenario in cui il gioco drammaturgico sopravvive al duplice attacco della crisi delle equipe e della virtualizzazione delle relazioni, trasformandosi in una sorta di interazione ludica fra individui-attori che sperimentano liberamente un ventaglio più o meno ampio di ruoli. Ho già spiegato i motivi che confinano questo modello teorico in un orizzonte limitato di esperienze; a tale rilievo critico occorre aggiungere, a seguito delle ulteriori argomentazioni introdotte, l’incapacità di tematizzare il problema della produzione di socialità e fiducia successiva alla crisi di sistemi esperti ed equipe. I soggetti descritti dalla Turckle sembrano infatti sprofondare in una sorta di autoreferenzialità narcisistica (ognuno si rispecchia nello schermo della macchina, mentre l’accettazione dei ruoli sociali messi in scena è garantita a priori dall’impulso utilitaristico al reciproco riconoscimento). Ecco perché preferisco seguire la traccia che Manuel Castells indica attraverso il concetto di individualismo in rete: “L’individualismo in rete è un modello sociale, non una raccolta di individui isolati. Piuttosto, gli individui costruiscono i loro network, online e offline, sulla base dei loro interessi, affinità e progetti”22. In altre parole, gli individui “atomizzati” dell’era di Internet contribuiscono alla produzione di socialità e fiducia in quanto membri di network che essi stessi creano: ad assumere la funzione dei sistemi esperti (e delle equipe) sono le comunità virtuali (mailing list, newsgroup, forum online, weblog, ecc)23. Tocca a questo punto rispondere ai seguenti interrogativi: le relazioni sociali “virtualizzate” implicano una irreversibile fuoruscita dal modello drammaturgico? In quale misura è ancora possibile tracciare un confine fra spazio pubblico e fra spazio privato (fra ribalta e retroscena)?
Torniamo un’ultima volta sulle storie di Stephanie Rosenbloom e Allison Martin. Perché Stephanie non riesce a gestire la propria immagine online? Mettendo fra parentesi gli aspetti tecnici del problema (che pure hanno un peso notevole e, nel caso in esame, rappresentano il primo ostacolo alla rimozione dell’immagine di cui la giornalista vorrebbe sbarazzarsi, impedendo l’esercizio di quel diritto all’oblio24 che Stefano Rodotà considera una componente essenziale della privacy), resta la difficoltà di armonizzare le rappresentazioni che Stephanie vorrebbe mettere in scena di sé, rispettivamente, in quanto giornalista e in quanto donna. In quanto giornalista, Stephanie non può più contare su un riconoscimento di status “garantito” apriori dall’appartenenza all’equipe professionale. Per cui è costretta a riprogettare la propria immagine utilizzando uno strumento come il personal blog, che potrebbe consentirle di ottenere attenzione in primo luogo in quanto donna e poi (forse) anche in quanto giornalista. Allison non ha viceversa altro obiettivo che presentarsi per “quel che veramente è” (vale a dire mostrare ad amici e conoscenti la faccia con cui maggiormente si identifica), e a tale scopo esercita fino in fondo una “sincerità” il cui prezzo è l’inconsapevole rinuncia al diritto all’oblio (se e quando vorrà cambiare ruolo e personalità rischierà di ritrovarsi a sua volta inchiodata alla vecchia immagine).
Lo spazio comunicativo che mette in gioco questi paradossi è uno spazio in cui è venuta meno la distinzione fra pubblico e privato, secondo l’intuizione di Derrick De Kerckhove25 a proposito dei network di blogger. La crisi di fiducia nei confronti dei sistemi esperti (e la conseguente perdita di ruolo delle equipe) scatena infatti una radicale diffidenza nei confronti dei “segreti”, veri o presunti, che si nascondo nei retroscena delle categorie professionali di ogni tipo (giornalisti, scienziati, uomini politici, medici, accademici, ecc.). La sindrome del complotto, che non a caso contamina larghi settori della cultura internettiana, rappresenta l’emergenza patologica del sospetto che si è venuto accumulando nei confronti dei saperi specialistici (e delle pratiche professionali su essi fondate), che marcano la propria distanza dalla “gente comune” adottando linguaggi esoterici, veri e propri cartelli di “vietato l’accesso ai non addetti ai lavori” infissi sulla porta dei “retrobottega”. Ecco perché l’intera storia delle comunità virtuali, con una progressione culminata nel fenomeno dei weblog, appare caratterizzata dalla tensione verso la trasparenza: le luci si spostano dalla ribalta, concepita come luogo degli inganni, al retroscena, idealizzato come luogo di un’interazione comunicativa aperta, onesta e sincera (a volte fin troppo, come dimostrano le violente controversie che scoppiano di frequente in questo contesto). Il riconoscimento di saperi, virtù, competenze, carisma, status, ecc, si riferisce all’individuo in quanto tale – a prescindere da ogni ruolo istituzionale -, e si effettua nell’ambito di una comunità di pari in cui il giudizio collettivo sostituisce l’investimento gerarchico.
Possiamo definire questo scenario come un’irreversibile fuoruscita dal modello drammaturgico? Mi sembra più corretto parlare di un radicale cambiamento nelle regole della messa in scena - un cambiamento che, nel momento in cui abolisce la distinzione fra ribalta e backstage, costringe l’individuo-attore a impegnarsi in un lavoro di recitazione permanente, in modo che coerenza e consistenza del ruolo vengano garantite al livello più elevato possibile (notiamo per inciso come tali esigenze di continuità e coerenza entrino ulteriormente in conflitto con gli ideali di “nomadismo identitario” ventilati dalla Turckle). Quanto alla crisi delle equipe, si assume qui che la loro funzione venga progressivamente assunta da nuovi dispositivi di legittimazione delle pretese di status, come gli “indici di gradimento” che i singoli attori-individui riescono a ottenere nell’ambito di una determinata comunità virtuale (per esempio i blogger che collezionano più link da parte di altre pagine web). Con due importanti differenze: da un lato, alla legittimazione di status quasi automatica garantita dalle equipe subentra un dispositivo agonistico fondato sulla lotta per il riconoscimento, dall’altro, la “spontaneità” della performance fa premio rispetto alla tecnica di recitazione: così come i protagonisti “presi dal popolo” dei reality show televisivi ottengono più successo degli attori professionisti, i blogger più pronti a mettere in gioco storia ed emozioni private risultano più apprezzati e credibili di quelli che scommettono solo sul proprio patrimonio di competenze e conoscenze (non a caso, nel circuito dei weblog a carattere giornalistico-informativo, il tasso di partecipazione emotiva con cui vengono presentate e commentate le notizie viene percepito, più che come “perdita di oggettività”, come valore aggiunto: il pubblico esce dall’anonimato, si fa protagonista e “dice la sua” su qualsiasi argomento).
Al puzzle di argomenti necessari a sciogliere l’interrogativo sul futuro (o sull’assenza di futuro) della privacy manca solo un’ultima tessera. L’ossessione per la trasparenza che caratterizza la cultura della rete è contrassegnata da un paradosso. La diffidenza nei confronti delle istituzioni e delle gerarchie sociali non coinvolge esclusivamente le pretese di status “certificate” da equipe e sistemi esperti, ma anche e soprattutto principi, valori e pratiche associati alla gestione del potere politico (basti ricordare la celeberrima “Dichiarazione di indipendenza del cyberspazio” in cui John Perry Barlow invita i governi del mondo intero a non mettere becco negli affari della Rete). Da tutto ciò deriva un’istanza contraddittoria: da un lato, si auspica un massimo di trasparenza per quanto riguarda le procedure, gli atti e le decisioni delle istituzioni che riguardano la gestione del potere, dall’altro, si rivendica la necessità di tutelare la libertà dei cittadini (in particolare di quella particolare tipologia di “cittadino del mondo” che è l’utente di Internet) nascondendone ideologie, gusti sessuali, credenze religiose, ecc. dietro il muro dell’anonimato. I maggiori ostacoli che si oppongono alla realizzazione di questa relazione asimmetrica (trasparenza dal basso verso l’alto, opacità dall’alto verso il basso) non sono di natura tecnologica né giuridica: esistono soluzioni tecnologiche (come la crittografia) adeguate allo scopo, e le regole elaborate dalle varie Authority per la tutela dei dati personali (con punte di eccellenza – vedi l’attività svolta dal Garante italiano negli ultimi anni) garantiscono livelli più che adeguati (fatta salva la necessità di continui aggiornamenti in relazione all’evoluzione tecnologica) di tutela della privacy. I veri ostacoli sono di natura politica e culturale. Sul piano politico, a partire dall’11 settembre 2001, abbiamo assistito a un’impressionante progressione di scelte legislative (dal famigerato Patriot Act americano alle recentissime decisioni europee, successive agli attentati di Madrid e Londra) che hanno drasticamente ridotto lo spazio di libertà in Rete (vedi la ritenzione di dati relativi al traffico di cellulari e posta elettronica). Ma è soprattutto sul piano culturale che si delinea il rischio di gravi passi indietro sul fronte della privacy. E il punto non è solo l’incalzare delle preoccupazioni in tema di sicurezza che, di fronte all’offensiva terrorista, riducono drasticamente la combattività in tema di privacy: a fare problema sono anche e soprattutto le trasformazioni culturali analizzate nelle pagine precedenti. Proviamo a riassumere.
Fatta eccezione per l’ambito di esperienze analizzato da Sherry Turckle – ambito in cui il mantenimento dell’anonimato è indispensabile precondizione per sperimentare una serie di identità differenti -, la tendenza che prevale nelle relazioni sociali mediate dal computer è quella di una radicale messa in discussione del confine fra spazio pubblico e spazio privato, fra ribalta e retroscena. Nella lotta per il riconoscimento dei pari che si svolge fra membri delle comunità virtuali non è più possibile sfruttare il principio del “lei non sa chi sono io” – non è più possibile, cioè, ottenere un riconoscimento di status fondato sul ruolo sociale (certificato dall’appartenenza a un’equipe, professionale o di qualsiasi altro genere). Tutti sono costretti a spiegare “chi sono io” accendendo le luci non solo sulla ribalta ma anche e soprattutto sul retroscena, esponendo allo sguardo altrui i “segreti” su cui si fondano sapere (reale o presunto), carisma, carattere, virtù, ecc dell’individuo-attore. Parlare di fine dell’anonimato urbano e di ritorno al pervasivo controllo del vicinato (elettronico) è probabilmente eccessivo, se non altro perché nel nuovo “villaggio” manca la presenza fisica del vicino, non vi è tuttavia dubbio che la mutazione che ho cercato di descrivere rappresenti la sfida più pericolosa alla sopravvivenza della privacy.

Un Commento a “Le luci del retroscena”

  1. Luca, il Febbraio 14th, 2006 alle 6:21 pm, dice:

    Interessante l’articolo, io mi laureo proprio con una tesi sulle comunità on-line e devo dire di essere abbastanza su questa linea….

Commenta qui sotto


Puoi commentare, o fare un trackback dal tuo sito.