Effetto Albemuth
Notizie, commenti, conflitti e immaginari sulla e dalla Rete
Categoria: Generale. Inviato: Giovedì, 2 Giugno, 2005.
I. Internet non è una cura per la democrazia
La prospettiva del dibattito teorico su rete e democrazia muta a seconda che Internet venga considerata un mezzo di comunicazione - un nuovo “canale” per l’interazione fra i soggetti politici che si affianca ai canali tradizionali - oppure un “ambiente”, una sfera di rapporti sociali integrata con le relazioni economiche, politiche, culturali al punto da fare corpo unico con esse. Dal primo punto di vista la domanda chiave è se e in quale misura la rete contribuisca all’estensione e al rafforzamento della democrazia, se viceversa si assume il secondo l’interrogativo diventa quale forma politica tenda ad assumere una società innervata dalle tecnologie di rete. Questo contributo assume esplicitamente il secondo punto di vista, e muove dal presupposto che la crisi della democrazia sia un evento irreversibile. La crisi non riguarda ovviamente l’ideologia democratica - che dal 1989 la superpotenza americana tenta di esportare con la forza in tutto mondo - bensì quella forma politica storicamente determinata che è nata e si è sviluppata assieme al moderno stato nazione. Negli ultimi cinquant’anni la democrazia rappresentativa (intesa come sistema di principi, valori, regole e procedure emerso 1) dall’ordine degli stati europei succeduto alle guerre di religione, 2) dalle grandi rivoluzioni borghesi, 3) dalla rivoluzione industriale, 4) dalla cooptazione della classe operaia nella gestione dello stato sancita dal patto sociale del welfare) è venuta esaurendo la propria funzione fino a ridursi a simulacro mediatico. Le cause del suo tramonto sono note: globalizzazione di produzione e investimenti, dipendenza dei governi dai mercati finanziari globali e conseguente perdita di controllo sulle leve della politica economica, svuotamento del contratto sociale fra capitale e lavoro, crescita esponenziale dei flussi migratori e formazione di un’enorme massa di esseri umani senza diritti in quanto privi dello status di cittadini, progressiva frammentazione di una società che recupera unità solo attraverso le immagini dei media che diventano il vero luogo della politica, innestando processi di spettacolarizzazione e personalizzazione. E’ rispetto all’ultimo punto che la comunicazione mediata dal computer viene da più parti invocata come rimedio ai “processi degenerativi” della politica, come strumento per restituire legittimità e rappresentatività alle istituzioni democratiche attraverso robuste iniezioni di democrazia diretta. Come già detto, partirò qui da un’ipotesi diversa: le tecnologie di rete sono concause dei processi di trasformazione appena evocati e fanno un corpo unico con la “società frammentata” che emerge dalle rovine del mondo precedente, perciò le nuove relazioni politiche che esse contribuiscono a determinare non vanno interpretate come una “cura” per la democrazia, ma come abbozzi d’un sistema politico postdemocratico.
II. Classi senza rappresentanza
L’attuale scenario può essere descritto come relazione paradossale fra un tessuto sociale emergente privo di rappresentanza e istituzioni politiche prive di referenza. Questa descrizione ha il difetto di dare per scontato che il tema della rappresentanza mantenga tutta la sua importanza in un ipotetico sistema postdemocratico, ma si tratta di un utile punto di partenza per formulare un primo interrogativo: la società frammentata è una società da cui sono sparite tutte le classi a vocazione “universalista” (mi riferisco alla pretesa d’incarnare interessi e valori generali condivisa dalla borghesia e dal proletariato industriali e dalle loro espressioni politiche), oppure è una società in cui emergono nuove classi dominanti che tuttavia ancora non riescono a istaurare la loro egemonia culturale e politica? Il concetto di “informazionalismo” elaborato da Manuel Castells(1) sembra avvalorare la prima ipotesi. La teoria di Castells ingloba i temi classici del postindustrialismo (transizione dalla produzione di beni alla produzione dei servizi, ascesa delle occupazioni manageriali, declino del lavoro industriale, crescente contenuto di informazione nel lavoro) spostando però il centro dell’attenzione 1) sulla conoscenza come fattore produttivo determinante, 2) sulla forma a rete che vengono assumendo società e impresa. Il capitalismo informazionale implica un legame sempre più stretto fra cultura e forze produttive, mentre la sua unità organizzativa si fonda, più che su nuovi rapporti di classe, sull’infrastruttura tecnologica della rete, o meglio sulla relazione bipolare fra individuo e rete (quello che Castells chiama “individualismo in rete”). E’ un modello in cui individualizzazione del lavoro e frammentazione sociale procedono parallelamente, e nel quale le identità singolari e di gruppo si fanno sempre più specifiche e difficili da condividere, ma soprattutto assumono il carattere di identità costruite a mano a mano che la società perde la capacità di offrire modelli precostituiti. Questo tipo di “identità progettuale” è
riservata ai lavoratori dello strato superiore, cui si richiede la capacità di autoprogrammare il proprio lavoro e che devono godere dei margini di libertà necessari a sviluppare la propria creatività. E’ precisamente nel ruolo economico e nelle caratteristiche culturali di questo strato sociale che Richard Florida(2) riconosce, a differenza di Castells, i connotati di una nuova classe dominante: se creatività tecnologica ed economica vengono sempre più alimentate dalla creatività artistica e culturale, e se il capitalismo della conoscenza è costretto ad allargare la sua sfera di azione per catturare il talento di soggetti che nel precedente modo di produzione occupavano ruoli marginali, allora ci troviamo di fronte a un nuovo soggetto egemone (la “classe creativa”) che fonda il suo potere sulla conoscenza, esattamente come l’aristocrazia e la borghesia fondavano il loro potere sul controllo, rispettivamente, della terra e della produzione industriale. Il potere economico è passato nelle mani di una classe che non possiede né controlla proprietà materiali, ma fonda la propria egemonia sul patrimonio intangibile contenuto nella sua testa. In questo modello il conflitto fra capitale e lavoro si riduce alle tensioni fra creatività e organizzazione: da un lato il processo creativo richiede una qualche forma di organizzazione, dall’altro gli schemi organizzativi – che rispecchiano le gerarchie della vecchia produzione industriale – soffocano la creatività. Nel ragionamento di Florida il ruolo della proprietà intellettuale come strumento per estendere la “vecchia” logica capitalista ai nuovi fattori produttivi resta nell’ombra, mentre occupa un ruolo centrale nelle teorie del terzo autore che prenderò qui in considerazione, Wark McKenzie(3). McKenzie parla di “classe hacker”, estendendo il significato del termine al punto da configurarne l’identità di fatto con la nozione di classe creativa elaborata da Florida. Con una importante differenza: per Florida i manager alla guida delle Internet company fanno parte a tutti gli effetti della classe creativa (in quanto inventori di idee da vendere al venture capital e da convertire in marchi industriali), per McKenzie essi appartengono – assieme ai loro colleghi dell’industria culturale, delle telecomunicazioni e del software – a quel “capitale vettoriale” che può esistere solo estendendo i dispositivi giuridici della proprietà privata a tutta la sfera della produzione immateriale. Estendendo l’ambito della proprietà intellettuale con l’aiuto dello stato, il capitale vettoriale da un lato assoggetta i beni immateriali al principio di scarsità che governa il mercato capitalistico, dall’altro “crea” la classe hacker in quanto classe creativa espropriata dei propri mezzi di produzione. Un modello che propone una versione postmoderna dell’antagonismo marxiano fra capitale e lavoro. Malgrado le differenze, i tre discorsi teorici appena presentati convergono su un punto: sia che ipotizzino la dissoluzione delle classi sociali nel magma delle individualità in rete (Castells), sia che annuncino la nascita di una (la classe creativa di Florida) o due (la classe vettoriale e la classe hacker di McKenzie) classi emergenti, nessuno degli autori citati ritiene che la nuova composizione sociale abbia generato nuove forme di rappresentanza politica. In Castells, a fronte di una proliferazione di identità particolari, manca il soggetto stesso della rivendicazione di principi e valori universali. Florida parla del paradosso di una classe che non si vede come tale e che, a differenza di borghesia e proletariato, non si compatta per promuovere nuovi assetti politici e sociali: a causa del proprio individualismo e della frammentazione in nicchie professionali, la classe creativa rifugge da ogni forma di organizzazione politica dei propri interessi, coltivando l’illusione che il mondo continuerà a fornire in ogni caso l’ambiente di cui necessita. Il tema dell’individualismo e della frammentazione in strati professionali ritorna in McKenzie, che definisce la classe hacker come una classe che si produce di per sé ma non per sé stessa, in quanto identifica i propri interessi con quelli di altre classi (in particolare con quelli del capitale vettoriale) e compete con i propri simili, che vede come rivali nella corsa all’acquisizione di prestigio. Va tuttavia sottolineata una differenza: Florida vede lo sviluppo di una coscienza di classe dei creativi come presupposto per la nascita di nuove forme di rappresentanza democratica, mentre McKenzie sostiene che la difficoltà a identificare un interesse condiviso nasce dal fatto che la classe hacker è caratterizzata da “un interesse comune alla differenziazione qualitativa”. La classe hacker, scrive McKenzie, “non ha bisogno dell’unità nell’identità ma cerca la molteplicità nella differenza”. In questo modo la discussione teorica si sposta dalla lotta per lo sviluppo di nuove forme di rappresentanza al superamento del concetto stesso di rappresentanza. Nella misura in cui assume coscienza politica, sostiene McKenzie, la classe hacker non può che essere protagonista di una politica dell’irrapresentabile, di una politica “atopica”, nel senso che rifiuta quello spazio della rappresentazione che è lo spazio pubblico della democrazia moderna. Scatta a questo punto un ulteriore interrogativo: le pratiche “alternative” di socializzazione e di partecipazione politica che in questi anni si sono diffuse attraverso la rete possono essere considerate come un modello embrionale di sistema postdemocratico?
III. Dal mito neoanarchico all’ibridazione fra forme politiche
La cultura politica di Internet si è a lungo alimentata del mito neoanarchico sintetizzato dalla “Dichiarazione d’indipendenza del cyberspazio” di John Perry Barlow(4). Un mito che ha costruito l’immagine della rete come territorio “liberato” dall’ingerenza politica dei governi, un “altrove” abitato da una popolazione cosmopolita di “cittadini” emancipati da vincoli di appartenenza geografica, etnica, ideologica, ecc. e refrattari alle relazioni di tipo gerarchico: assoluta orizzontalità fra individui liberi ed eguali, assoluta libertà di espressione e di associazione in relazione alle proprie affinità, niente élite, nessuna esigenza di rappresentanza politica. Il mito ha potuto reggere finché gli effetti dell’integrazione fra la sfera della comunicazione mediata dal computer e altre sfere di relazione sociale (sistema economico e sistema politico in primo luogo) si sono manifestati in modo evidente: 1) attraverso la colonizzazione commerciale del Web da parte delle Internet company, 2) attraverso l’adozione di leggi ferocemente repressive a tutela della proprietà intellettuale, 3) attraverso il proliferare delle tecnologie di controllo dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Fortunatamente, la fine del mito non ha generato solo depressione e disincanto, ma ha anche creato le condizioni per una riflessione più lucida sulle forme di organizzazione e partecipazione politica che si sono sviluppate attraverso le pratiche della comunicazione mediata dal computer e sulla loro ibridazione con le forme della democrazia “classica”, nonché sull’emergenza di embrionali istituzioni postdemocratiche. Mi sembra che il dibattito su questi argomenti debba partire da tre dati di fatto:
1) Le tecnologie di open publishing e i vari tipi di forum on line hanno consentito ai nuovi movimenti sociali di sperimentare forme di organizzazione e mobilitazione estremamente efficienti, funzionando al tempo stesso come potenti canali di controinformazione, al punto da riuscire in diverse occasioni a condizionare l’agenda setting dei media mainstream.
2) I fenomeni di mobilitazione fulminea e spontanea attraverso il passa parola fra gli utenti di tecnologie wireless (le “Smart Mobs” analizzate da Howard Rheingold)(5) hanno dimostrato che, in presenza di eventi capaci di provocare diffuse e forti reazioni emotive, grandi folle di persone che non si conoscono le une con le altre sono in grado di perseguire un obiettivo comune (benché vada sottolineato che simili eventi neomediatici non sembrano capaci di sedimentare strutture organizzative né forme di memoria collettiva).
3) Superato il mito sull’egualitarismo assoluto, è iniziata la riflessione sulla rete come meccanismo di selezione di nuove élite culturali e politiche. Analizzando il fenomeno del blogging, Derrick de Kerckhove(6) ha per esempio evidenziato il ruolo dei meccanismi di “reputation capital” come selettori di opinion leader nell’ambito della blogsfera, che viene in questo modo a funzionare come una sorta di “neodoxa”. Meccanismi di questo tipo hanno svolto un ruolo determinante in varie, importanti occasioni politiche: dalla mobilitazione internazionale contro la guerra in Irak e all’ultima campagna presidenziale americana. Analoghi esempi di emergenza di élite informali e altamente instabili (in quanto revocabili in ogni momento attraverso i meccanismi del “rating” on line) arrivano dalla storia delle comunità di sviluppatori open source, laddove cooperazione sui progetti e competizione meritocratica (lotta per l’acquisizione di reputation capital) vanno di pari passo.
Analizzando questi meccanismi di aggregazione sociale e politica online, Geert Lovink(7) sembra escludere la possibilità di una loro “contaminazione” con le forme classiche della democrazia. E’ vero, argomenta Lovink, che i forum online possono essere paragonati a quei salotti borghesi del XIX secolo che rappresentavano una pietra angolare della cultura democratica, ma è altrettanto vero che essi non sono strutture democratiche in grado di assumere decisioni. Ancora più radicale la seconda obiezione: mentre la democrazia classica è una forma di potere legale che si esercita entro i confini dello stato nazione, Internet è una sfera globale di relazioni sociali fatte di regole implicite, network informali, conoscenze collettive e rituali che vengono continuamente incorporate nel software. Quindi le nuove regole, secondo Lovink, non vanno iscritte nelle leggi e nelle procedure legali di una democrazia “riformata”, bensì nel software: la democrazia fondata sulla rete si costruisce sviluppando nuovi tipi di liste, blog e interfacce. Ritengo che a questa posizione si possono avanzare tre critiche. In primo luogo, l’idea di contrapporre una democrazia del codice informatico alla democrazia del codice giuridico mi sembra riproporre il progetto di una improbabile “secessione” delle avanguardie tecnologizzate. In merito poi alla contrapposizione fra il “cosmopolitismo” di Internet e il radicamento nazionale della democrazia classica, non bisognerebbe mai dimenticare che le odierne democrazie reali sono ben lontane dall’aderire alle procedure e ai principi legali iscritti nelle costituzioni dei singoli stati nazione (basti pensare ai vincoli che le istituzioni transnazionali impongono in termini di decisioni economiche e militari). Infine non credo si debba sottovalutare il peso dei “salotti” online: è vero che non sono strutture in grado di assumere decisioni formali, ma nemmeno i media tradizionali lo sono, il che non ha loro impedito di divenire il principale luogo di dibattuto e decisione politica, a mano a mano che le istituzioni della democrazia classica entravano in crisi. Sono stati i vecchi media a mettere per primi in discussione la separazione fra spazio privato e spazio pubblico, ma sono stati i nuovi media a completare il processo generando uno spazio che appare pubblico e privato insieme. E’ lo spazio instabile e turbolento della neodoxa, ingovernabile da parte di qualsiasi disegno politico preordinato, che oggi minaccia i precari equilibri della democrazia rappresentativa. Ed è questo spazio che, se vuole sopravvivere, non può rinunciare all’obiettivo di contaminare/ibridare le forme della democrazia tradizionale. Mentre infatti le élite emergenti sfruttano i meccanismi di trasparenza e interattività tipici dei nuovi media, le vecchie élite tentano di appropriarsi di tali meccanismi per renderli asimmetrici: trasparenza dei sudditi versus opacità del sovrano, interattività addomesticata nelle procedure di un e.governament senza e.democracy. Di qui l’urgenza di superare – dopo il mito neoanarchico - anche i sogni di “secessione”. Se è vero che le democrazie reali in cui viviamo sono democrazie “mutate” (in cui lo spazio della politica è trasmigrato dai partiti ai media, e in cui le regole e i principi della democrazia nazionale devono confrontarsi con i vincoli imposti da sfere decisionali di natura transnazionale), e se è vero che le tecnologie di rete sono parte integrante di questa mutazione, allora non ci resta che prendere atto dell’urgenza di definire uno spazio costituzionale dell’era dell’informazione, come ha lucidamente argomentato l’ex presidente dell’Authority italiana per la privacy Stefano Rodotà(8) insistendo sulla necessità 1) di elevare il diritto di accesso al rango di diritto fondamentale, 2) di costituzionalizzare il principio che determinate informazioni devono essere obbligatoriamente rese pubbliche; 3) di rendere sempre più rigorosi ed efficienti i principi legali e le procedure tecniche per la tutela dei dati personali, 4) di attivare canali di interazione fra governanti e cittadini che consentano la transizione a una “democrazia continua” in cui i cittadini non siano più solo chiamati a esprimersi periodicamente attraverso il voto, o a intervenire episodicamente nei processi decisionali attraverso i referendum, ma possano ininterrottamente far pesare il loro punto di vista attraverso forme di “lobbysmo democratico”.
IV. Verso un neomedievalismo istituzionale
Nel paragrafo precedente ho rivendicato l’urgenza di una riflessione sulle possibili condizioni di ibridazione fra cultura politica della rete e procedure della democrazia rappresentativa. Resta aperto l’interrogativo sugli esiti di tale ibridazione: democrazia riformata o postdemocrazia? Ritorno a quanto affermato nelle prime righe di questo intervento: in quanto forma storicamente determinata, la democrazia degli stati nazione è irreversibilmente tramontata. A decidere della pace e della guerra non sono i singoli stati nazione ma l’unica superpotenza mondiale, mentre il principio di non ingerenza negli affari interni è stato cancellato dal sistema delle relazioni internazionali. Gli indirizzi governativi in materia di politica economica, da un lato non sono più sottoposti al giudizio dei cittadini-elettori ma a quello di organismi sovranazionali privi di qualsiasi legittimazione democratica (FMI, WTO, Banca Mondiale, vertici esecutivi della Comunità Europea, ecc), dall’altro appaiono impotenti di fronte alle decisioni assunte dal capitale finanziario globale e dalle imprese transnazionali. Lo “spazio pubblico” in cui si sviluppa il dibattito democratico che prelude alle decisioni politiche non coincide più con la sfera istituzionale (partiti, parlamento e amministrazioni) ma con la sfera mediatica. Lo sviluppo dei nuovi media ha potentemente contribuito ad aggravare la crisi: 1) accelerando i processi di globalizzazione produttiva e finanziaria, 2) dando vita a una neodoxa che, da un lato, ha “cosmopolitizzato” il dibattito culturale e politico, dall’altro ne ha ulteriormente spostato l’asse dalla sfera istituzionale alla sfera dei media, 3) sviluppando forme di organizzazione e di partecipazione politica molto più instabili e dinamiche di quelle della democrazia tradizionale. Ma se la cultura della rete non può (né vuole) “rianimare” la democrazia classica, può (a livello locale) contaminarne principi e procedure attivando nuovi canali di interazione fra governanti e cittadini, e può (a livello globale) costruire network di mobilitazione e controinformazione per lo sviluppo di azioni di lobbysmo democratico nei confronti dei centri di potere transnazionali. Descrivendo gli effetti di queste trasformazioni sugli equilibri istituzionali europei, Manuel Castells (9) parla di “stato a rete” e di “neomedievalismo istituzionale”. Al vertice della Comunità troviamo infatti istituzioni come il Consiglio e la Commissione che, mentre hanno il potere di assumere decisioni che incidono sulla vita quotidiana dei cittadini europei, non godono di nessuna legittimazione democratica. A bilanciare questo potere “monarchico” non è il Parlamento (quasi impotente), bensì la galassia delle amministrazioni locali chiamate a dare voce (a volte in concorrenza, a volte con il sostegno dei nuovi movimenti e delle organizzazioni informali di lobbysmo democratico) alle esigenze di partecipazione dal basso. In questo modo si produce un meccanismo di negoziati incessanti fra una pluralità di poteri sovrapposti e in competizione reciproca. L’autorità (legittimata o meno da forme di partecipazione democratica) non appare concentrata in un punto, ma distribuita lungo i nodi di una rete, per cui nemmeno i nodi più potenti possono ignorare gli altri nel processo di formazione delle decisioni. Si tratta di un modello che presenta analogie con il concetto di “costituzione mista” che Antonio Negri e Michael Hardt (10) hanno elaborato in relazione al sistema mondiale nato dalla fine della guerra fredda: potere imperiale (Stati Uniti), potere aristocratico (stati nazione, imprese multinazionali, G8, FMI, WTO, Banca Mondiale, ecc), società civile internazionale (nuovi movimenti, ONG, poteri regionali, ecc), ma anche con lo scenario politico del tardo medioevo europeo (Impero, Chiesa, leghe commerciali, corporazioni professionali, città libere). L’evoluzione dello scenario verso esiti imperiali o post-neodemocratici è la posta in gioco dei prossimi decenni di lotta politica.
Note
1 M. Castells, “The Information Age: Economy, Society and Culture”, Blackwell, Oxford 1996-2000.
2 R. Florida, “The Rise of the Creative Class”, Perseus Books Group 2002.
3 W. McKenzie, “A Hacker Manifesto”, President and Fellows of Harvard College, 2004.
4 http://homes.eff.org/~barlow/Declaration-Final.html
5 H. Rheingold, “Smart Mobs”, 2002.
6 Speech at Congress “Riconoscere/Riconoscersi”, Università degli Studi di Lecce, Corso di laurea in Scienze della Comunicazione, Lecce 5-7 aprile 2005.
7 G. Lovink, “My first Recession”, v2_Nai Publishers 2003.
8 S. Rodotà, “Tecnopolitica”, Laterza, Bari 2004.
9 Op. cit.
10 A. Negri, M. Hardt, “Empire“, President and Fellows of Harvard College, 2000
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