Effetto Albemuth
Notizie, commenti, conflitti e immaginari sulla e dalla Rete
Categoria: Generale. Inviato: Domenica, 27 Luglio, 2008.
APORIE DELL’IBRIDAZIONE COME METODO DI RICERCA
Nell’ottavo capitolo di un recente lavoro, ho tracciato una mappa concettuale dei modelli teorici che hanno tentato in vari modi di sistematizzare le trasformazioni economiche, politiche, tecnologiche e culturali che marcano questo passaggio di millennio1. Senza riproporre integralmente lo schema in questione, mi limito qui a rilanciare alcune osservazioni in merito alle convergenze fra tre dei paradigmi analizzati: teorie neo e postmarxiste della moltitudine; interpretazioni anarco-liberali della New Economy; mediologie postmoderniste (con particolare riferimento agli sviluppi “radicali” della tradizione dei cultural studies). La tesi è che questi discorsi, pur ispirati a tradizioni di pensiero, metodologie di analisi e presupposti ideologici differenti, condividano tre aspetti di fondo: 1) non riconoscono più alcun significativo valore teorico-pratico al concetto di classe sociale, nella misura in cui indicando negli individui e nelle moltitudini i nuovi protagonisti del legame sociale; 2) attribuiscono valenza progressiva al processo di dissoluzione dello stato-nazione e alle sue conseguenze politiche (che gli anarco-liberisti associano all’empowerment degli individui e i moltitudinari all’apertura di spazi di autogoverno per la società civile); 3) danno una valutazione positiva dei processi di “americanizzazione” della vita politica (che i mediologi associano al ruolo “democratizzante” delle nuove tecnologie di comunicazione, laddove i moltitudinari interpretano la crisi dei meccanismi di rappresentanza democratica come sintomo della fine di ogni “autonomia del politico”, e come occasione per la sperimentazione di nuove forme di democrazia diretta e partecipativa2).
Da questi elementi scaturisce un’euforia “postmodernista” che sfida tanto le conseguenze della crisi economica mondiale in corso - iniziata con lo scoppio della bolla speculativa della Net Economy per poi precipitare in concomitanza con l’attuale crisi energetica -, quanto la ridefinizione degli equilibri politico-militari planetari - partita con gli attentati dell’11 settembre 2001 e successivamente degenerata con l’apertura di molteplici fronti di guerra. Paradossalmente, l’aura d’incanto che ha accompagnato la rivoluzione digitale degli anni Novanta3, con le sue aspettative di democratizzazione, liberalizzazione e cosmopolitizzazione, non solo è sopravvissuta al disincanto della duplice crisi appena evocata, ma sta vivendo una stagione ancora più euforica, ad onta del crescente controllo di governi e grandi imprese sulle tecnologie di rete e sui loro utenti4, del drastico ridimensionamento dei rapporti di forza che i knowledge workers hanno subito a favore delle corporation hi tech, della progressiva riduzione degli spazi di democrazia e della “colonizzazione” delle tecnologie per la condivisione delle conoscenze da parte dei modelli di business del Web 2.05. In questa sede proverò ad abbozzare un’analisi teorica delle radici sociali, culturali ed economiche (delle “radici di classe”, per chiamare le cose con il loro nome) che spiegano l’opacità ideologica che ispira tanto ottimismo, in barba alle controtendenze in atto. A tale scopo: 1) partirò da una serie di considerazioni critiche sulla metodologia di tre ricerche empiriche sui nuovi media, 2) inserirò tale analisi metodologica nel contesto di alcune tendenze evolutive della tradizione dei cultural studies; 3) metterò in relazione tali sviluppi con l’onda lunga della “cultura dei movimenti”; 4) avanzerò infine la tesi secondo cui la cancellazione del confine fra sfera pubblica e sfera privata - che è uno degli effetti più significativi dei processi culturali in questione - alimenti e rispecchi ad un tempo la “falsa coscienza” dei knowledge workers, nella misura in cui costoro appaiono oggi sottoposti all’egemonia culturale del capitale informazionale (mentre i livelli di autonomia che avevano espresso negli anni Novanta sono ormai un lontano ricordo).
La prima delle ricerche di cui intendo occuparmi (tutte e tre italiane e tutte e tre dedicate alla blogosfera) si chiama “Diario Aperto”6 ed è frutto della partnership fra Splinder (la maggiore piattaforma italiana di blogging), la società di ricerche di mercato SWG, l’Università di Trieste e il quotidiano online “Punto Informatico”. Proviamo ad analizzare i dati più interessanti che emergono dalle risposte agli oltre quattromila questionari online somministrati ad altrettanti blogger e/o lettori di blog. In primo luogo, merita di essere segnalata un’apparente contraddizione: da un lato, l’83% degli intervistati dichiara di avere molta o abbastanza fiducia nei blog, l’89% li ritengono più originali e liberi e il 72 % più interessanti dei media tradizionali; dall’altro lato, il 49% ammette di utilizzare proprio i noiosi e inattendibili “vecchi” media come fonte principale dei propri post. Contraddizione apparente, si è detto, perché, come confermano una serie di ricerche americane7, la vocazione dei blogger non è quella di “fare concorrenza” a giornali e network televisivi, bensì quella, nella migliore delle ipotesi, di commentare e approfondire la “materia prima” prodotta dall’informazione professionale, nella peggiore, di utilizzarla come spunto di “chiacchiere” online che mirano a “intrattenere” gruppi di “amici di penna” e non a fare informazione né, tanto meno, controinformazione: non a caso, il 64,5% degli intervistati dichiara di scrivere avendo in mente se stesso e non un qualsiasi tipo di pubblico ideale; una vocazione “intimista”8 che si esalta nelle risposte femminili (il 74,6% delle donne afferma di “bloggare” soprattutto per soddisfare un’esigenza di autoespressione, il 38% confessa di scrivere spesso di argomenti personali e l’81% preferisce chiacchierare di episodi di vita reale piuttosto che occuparsi delle informazioni che occupano le pagine dei media).
Altrove9, ho commentato questi dati sottolineando il loro interesse economico per gli uffici marketing delle Internet company: questo “regime della chiacchiera”, infatti, rappresenta un terreno ideale sia per intercettare gusti e tendenze di una fascia privilegiata di consumatori, sia per sfruttare commercialmente il patrimonio di credibilità e fiducia che si genera spontaneamente nei network online (la ricerca rivela che il 41,7% degli intervistati ha trovato in un blog informazioni che hanno portato all’acquisto di un prodotto, e che l’informazione più influente nel determinare una decisione di acquisto è il racconto delle descrizioni positive di chi lo ha già acquistato). Per questo motivo, polemizzavo10 con la tesi dei curatori della ricerca, i quali, viceversa, attribuivano proprio a tali tendenze alla personalizzazione/privatizzazione della comunicazione online un carattere “progressivo” rispetto ai contenuti e ai linguaggi “impersonali” dei media tradizionali. Al tempo stesso, criticavo la metodologia utilizzata per la costruzione del campione, in quanto i curatori ammettevano: 1) di essersi fatti suggerire dagli stessi blogger quali domande inserire nel questionario, 2) di aver scelto il metodo “a valanga” (sfruttando il sistema del passa parola fra i membri delle comunità di utenza) per reclutare gli intervistati. Da queste due scelte, osservavo, derivava un evidente rischio di appiattimento della posizione dei ricercatori su quella dei propri informatori, cui veniva delegato il compito di definire preliminarmente il campo dell’indagine, tanto dal punto di vista dei contenuti trattati quanto da quello della sua composizione/estensione.
L’idea che le caratteristiche più “rivoluzionarie”, o comunque culturalmente più innovative, della comunicazione mediata dal computer vadano ricercate proprio nelle tendenze alla personalizzazione/privatizzazione di contenuti e forme espressive, che emergono in misura particolarmente evidente nelle reti sociali dei blogger, ritorna in un’indagine etnografica, “Blog-grafie”11, condotta su un campione di circa seicento diari online italiani condotta da una équipe di ricerca dello IULM di Milano. Rinunciando apriori ad analizzare la minoranza dei blog d’informazione (considerati poco interessanti, in quanto avviati alla “integrazione” nel sistema dei media mainstream), l’attenzione dei ricercatori si concentra sulla maggioranza dei blog classificabili come diari online, il cui interesse risiederebbe precisamente nella tendenza a cancellare la distinzione fra sfera pubblica e sfera privata, trasformandosi in luogo di un’esperienza “ibrida” in quanto, al tempo stesso, personale, relazionale e politica. Delle risonanze fra questo punto di vista e lo slogan movimentista “il personale è politico” mi occuperò più avanti. Per il momento mi interessa sottolineare, da un lato, la corrispondenza fra tale approccio e una scelta metodologica che privilegia gli strumenti etnografici dell’autobiografia e delle storie di vita, dall’altro le convergenze con le tesi del postmodernismo radicale alla Sherry Turckle12; allo stesso modo in cui la Turckle parla dell’opportunità di attivare processi di “autocostruzione” del sé, che nascerebbe grazie alla sperimentazione identitaria resa possibile dalla comunicazione mediata dal computer, la ricerca dello IULM sostiene che i diari online consentono: 1) “di affermare, ritrattare o modificare costantemente la rappresentazione della propria identità”13; 2) di “creare una memoria visibile del proprio essere nel mondo”.
Questa idea secondo cui, nelle relazioni online in generale e nella blogosfera in particolare, diverrebbe possibile “costruire” liberamente la propria identità, si fonda su un presupposto: nell’ambiente sociale online l’interrogativo in merito a chi si è prevale sull’interrogativo in merito a cosa si è. I dialoganti entrerebbero cioè in relazione “in quanto esseri umani”, e non in quanto attori sociali, perché nella blogosfera “ci si relaziona gli uni agli altri in modo molto più libero dai condizionamenti sociali e contestuali cui sono soggette le comunicazione interpersonali dirette”14 ; un’asserzione che, come ho già osservato altrove15, rischia di suonare come una banalità metafisica, nella misura in cui il generico riferimento all’entrare in relazione “in quanto esseri umani” non venga associato ad alcuna concreta determinazione storica, sociale e culturale, nella misura in cui, cioè, venga accantonata ogni velleità di analisi delle relazioni di conflitto e di potere che si sviluppano nell’ambiente tecnologico, economico, politico e culturale dell’era digitale, dimenticando che l’identità individuale non si è magicamente trasformata nella posta di un libero gioco soggettivo di “autocostruzione”, ma continua a essere il prodotto di fattori oggettivi - come il capitale economico, sociale, culturale e reputazionale – che determinano i rapporti di forza fra gruppi e individui in relazione alle risorse - reddito, saperi, competenze tecnico-culturali - di cui essi dispongono.
La terza ricerca, “Ibridamenti”16, frutto di una partnership fra Splinder (vedi sopra) e l’Università Cà Foscari di Venezia, prende le mosse dai risultati delle due ricerche precedenti (dandoli in qualche modo per acquisiti) per avviare un ambizioso progetto di con-ricerca fra ricercatori universitari e blogger che, attraverso la costruzione di un blog collettivo che ha lo stesso titolo del progetto, si propone di trasformare l’oggetto dell’indagine in strumento privilegiato dell’indagine stessa17. Ritroviamo qui gli elementi critici già evidenziati dall’analisi dei precedenti progetti, rafforzati dallo sforzo coerente ed esplicito di sistematizzare un nuovo modello metodologico. Il potenziale immediatamente economico della ricerca (la cui importanza già sottolineavo a proposito del progetto di “Diario Aperto”) viene esplicitamente rivendicato, esaltando la collaborazione fra l’Università e Splinder in quanto opportunità per la creazione, ad un tempo, di nuovi campi di conoscenza e nuove fonti di valore18. Per quanto concerne, invece, la metodologia, si insiste sul fatto che il ricercatore, per indagare le interazioni interne alla blogosfera, deve divenire egli stesso blogger, cosicché l’oggetto della sue osservazioni si sovrappone alle pratiche tecnologiche e socioculturali che egli viene apprendendo.
Sul piano delle relazioni empiriche fra ricercatori e blogger, ciò presuppone che i primi assumano pienamente il punto di vista ideologico dei secondi, secondo cui non esiste (o meglio, non deve esistere) alcun riconoscimento dei ruoli sociali che i soggetti coinvolti nella relazione esercitano nel mondo offline (niente gerarchie, niente riconoscimento di autorevolezza, competenza, professionalità, ecc.), per cui le relazioni reciproche sono (o meglio, si presume che siano) del tutto paritarie e orizzontali, come conferma la negoziazione permanente di lessico e contenuti19 (vedi quanto già detto a proposito delle precedenti ricerche e della delega ai blogger della scelta dei temi su cui condurre dialoghi e interviste). Sul piano teorico, l’idea è quella di “andare oltre Clifford Geertz”: se il grande antropologo ha criticato il paradigma classico dell’antropologia, attestato sul presupposto dell’irriducibile differenza/intraducibilità fra culture, per introdurre la pratica di “concetti-ponte” in grado di creare canali di connessione e scambio fra il ricercatore e le culture oggetto della sua indagine, si tratterebbe oggi di passare alla pratica degli ibridamenti, in ragione della quale è la stessa differenza fra soggetti in relazione a essere messa in discussione. Il punto d’arrivo è la con-fusione fra “noi” e “loro” da cui, nel caso specifico, dovrebbe scaturire una possibilità di “comprensione antropologica” fra ricercatori e blogger20.
Una volta trasformatosi in (o travestitosi da) blogger, al ricercatore che ha adottato il punto di vista, il lessico e l’agenda setting del suo informatore “indigeno” (quello che la “vecchia” antropologia, in cui rientra ormai anche Clifford Geertz, definiva “going native”), non resta ormai che condividerne le pratiche di (auto)indagine in merito alle motivazioni e alle finalità del blogging. Oggetto e fine della ricerca divengono dunque (vedi “Blog-grafie”) una serie di pratiche riflessive, a partire da quella della narrazione di sé. Al centro degli interessi è l’individuo, al di qua e al di là di ogni determinazione sociale (e quindi di qualsiasi conflitto sociale e/o rapporto di potere), in un contesto culturale in cui convergono le pratiche (e le loro superfetazioni accademiche) dell’autobiografia, del racconto di storie di vita, dell’autocostruzione identitaria (Turkle), della cura di sé (l’ultimo Foucault, certo non quello della riflessione sul biopotere)21.
L’evoluzione (o involuzione, secondo i punti di vista) metodologica di cui ci stiamo qui occupando non viene dal nulla, ma affonda le radici nelle derive “postmoderniste” che hanno caratterizzato il campo dell’etnografia dei media, dei cultural studies e del femminismo teorico nell’ultimo decennio, soprattutto negli Stati Uniti e in Inghilterra. Tipici, in questo senso, i percorsi di due autrici come la psicosociologa della rete Sherry Turkle22 e l’etnologa dei media Christine Hine23. Alla prima dobbiamo la “traduzione” in salsa psico-socio-tecnologica delle tesi sulla “fine della grandi narrazioni” del filosofo francese J-F Lyotard24, nonché di quelle della crisi del concetto moderno del sé da parte del femminismo di matrice angloamericana. Per Turkle, com’è noto, la comunicazione online - nella misura in cui “emancipa” le relazioni fra individui dalle regole sociali dell’interazione faccia a faccia - dischiude la possibilità di una sperimentazione terapeutica di un set di identità alternative. Di qui il concetto di una possibile autocostruzione del sé che prescinda dai rapporti di potere incarnati nelle differenze di classe, genere e gerarchia che caratterizzano il mondo offline (notiamo, per inciso, che questo approccio è stato impropriamente accostato a quello di un’autrice come Donna Haraway25 che, viceversa, manifesta forte attenzione nei confronti dei temi del potere e dei soggetti collettivi). Dal canto suo, Christine Hine affronta il problema dell’analisi dei nuovi media, da un lato, riproponendo l’approccio dei cultural studies, che mira a indagare come un medium (in questo caso Internet) venga usato e incorporato nella vita quotidiana delle persone; dall’altro lato, focalizzando a tale scopo l’attenzione sulle interazioni microsociologiche e sul presente, piuttosto che sui grandi mutamenti sociali. Dopo avere così delineato il campo di ricerca, Hine “adatta” la tradizione etnografica al contesto online in una direzione che anticipa la metodologia delle ricerche italiane appena analizzate: il ricercatore deve mettersi nella condizione di “vedere attraverso gli occhi” degli utenti della Rete e deve, a sua volta, sviluppare capacità di auto osservazione in quanto utente dello stesso medium.
Il mutamento di paradigma che si tenta così di legittimare nell’ambito della ricerca sociologica, antropologica ed etnografica emerge in modo ancora più coerente, chiaro ed esplicito nei lavori del fondatore e direttore del Comparative Media Studies Program del MIT di Boston, Henry Jenkins26. Jenkins, che ha concentrato la propria attenzione soprattutto sulle pratiche delle comunità dei fan dei prodotti dell’industria culturale (sit com, soap opera e/o celeberrime serie di avventure spaziali come “Star Trek”) indagandone linguaggi, modalità di aggregazione e organizzazione, strumenti di comunicazione, tic e manie culturali prima e dopo l’avvento di Internet, insiste sulla necessità di far dialogare il livello di osservazione scientifico con quello dell’auto osservazione da parte degli stessi fan (egli stesso si definisce un Aca/Fan, portatore di un’identità ibrida di accademico e fan) ai quali, sostiene, occorre riconoscere un’elevata capacità di analisi teorica delle loro stesse pratiche. La metodologia proposta si trova così ad oscillare fra osservazione partecipante e auto osservazione, fra etnografia e psicologia riflessiva., sfruttando - come si è già visto - le prospettive autobiografiche e della narrazione del sé, sempre più al centro della pratiche dei cultural studies ibridate con quelle del femminismo teorico (o meglio di alcune sue correnti). Il riconoscimento che la produzione accademica non è altro che una pratica sottoculturale o istituzionale fra le tante possibili viene spinto tanto in là da neutralizzarne ogni differenza rispetto alle pratiche delle culture popolari indagate (paradossalmente, l’americanizzazione del “pensiero della differenza” importato dalle università europee finisce quindi per approdare alla negazione della differenza).
Non meno importante, ai fini della comprensione dell’operazione metodologica di Jenkins (e allievi italiani), la centralità strategica che viene ad assumere l’analisi del testo: nei saggi dell’autore americano troviamo pagine e pagine di post ripresi da mailing list, newsgroup e blog che vengono riprodotti senza commento critico, quasi fossero in grado di “parlare da soli” (perché commentare, del resto, se i testi prodotti dai fan vengono assunti come espressione della capacità di autoanalisi teorica dei soggetti in questione?). Infine occorre mettere in luce l’estremizzazione del concetto di consumo “tattico” dei media, che Jenkins mutua da De Certeau27, e le conseguenze “politiche” che ne vengono fatte discendere. L’uso “alternativo” che le comunità dei fan fanno dei prodotti della cultura di massa, inventando storie parallele, oppure riadattandone il senso in funzione delle proprie identità di genere, generazionali, etnogeografiche, di classe, di nicchia subculturale, ecc. viene da Jenkins messa in relazione con le idee di bricolage e bracconaggio culturale elaborate da De Certeau, che il ricercatore americano esaspera, estremizzando i “livelli di autonomia” che i fan sarebbero in grado di attingere rispetto ai linguaggi e ai contenuti imposti dall’industria culturale (autonomia che l’avvento dei nuovi media avrebbe ulteriormente potenziato). Per Jenkins, non si tratta solo della capacità di aprire spazi per gli interessi dei gruppi subculturali all’interno delle rappresentazioni dominanti, bensì della capacità di trasformare la cultura di massa in cultura popolare, laddove l’ultimo termine va inteso come sinonimo di una costellazione di pratiche di elaborazione di “fantasie utopiche”, le quali rappresenterebbero a loro volta il primo passo verso lo sviluppo di vere e proprie forme di coscienza politica.
Nell’ultimo concetto cogliamo la forzatura ideologica che si tenta di operare attraverso l’introduzione del nuovo paradigma: bersaglio dell’operazione, come lo stesso Jenkins riconosce esplicitamente28, è la cultura “antagonista” di hacker e jammers: costoro, con le loro pratiche di violazione della proprietà intellettuale e di manipolazione “sovversiva” di contenuti e linguaggi della comunicazione mainstream, miravano a distruggere il potere dei media, laddove i nuovi “bracconieri” si propongono, viceversa, di mettere le mani su una fetta di tale potere, in modo da poterne indirizzare la produzione in senso “democratico” e “popolare”. All’antagonismo rivoluzionario del cybersoviet subentra il riformismo cyberpop, che si installa nell’ambiguo spazio di confine fra marketing e libera condivisione di conoscenze e informazioni (l’industria culturale ha ormai compreso perfettamente che queste pratiche sociali di appropriazione dei suoi contenuti rappresentano una straordinaria opportunità di analisi delle nicchie di mercato, più che una effettiva minaccia ai suoi giacimenti di proprietà immateriale).
Proviamo, a questo punto, a convertire gli appunti critici fin qui raccolti in spunti per un’analisi delle radici di classe del mutamento di paradigma in atto. La con-fusione fra ricercatori e indigeni è meno il prodotto di un’evoluzione metodologica che la presa d’atto della comune appartenenza sociale: semplicemente, ricercatori universitari e blogger sono due facce della stessa medaglia, due manifestazioni identitarie di quella “classe creativa” (o classe hacker, o classe dei knowledge workers che dir si voglia29) che occupa una scena culturale definita tanto dalle tecnologie dei nuovi media quanto dalle discipline e dalle metodologie di ricerca emergenti nel mondo accademico. Se i blogger non riconoscono l’autorevolezza dei ricercatori (al pari di quella di altri intellettuali) è perché vengono da percorsi formativi ed esperienze professionali che li rendono in tutto e per tutto simili (in termini di capitale sociale, culturale e reputazionale accumulato) a chi dovrebbe analizzarne le pratiche. Quanto all’ambigua relazione fra imprese, università e media, che alimenta tutti i progetti di ricerca analizzati, non è mia intenzione (come mi è stato a volte rimproverato30) di avanzare critiche “moralistiche” in merito al loro possibile sfruttamento commerciale. Il punto è, se mai, cogliere la peculiare condizione di una generazione (sia di ricercatori che di produttori/utenti/consumatori) che si ritrova impigliata in quell’infernale dispositivo di appropriazione gratuita della creatività sociale da parte del capitalismo informazionale che sono le tecnologie del Web 2.031. In questo senso, la con-ricerca si presenta come una pratica orientata alla creazione di valore, all’accumulazione di conoscenze che, invece di essere oggetto di appropriazione gratuita, possano in qualche modo divenire oggetto di scambio sul mercato del lavoro. Tutto assolutamente lecito, se non meritorio, non fosse che tali pratiche si ammantano di giustificazioni ideologiche e si avvalgono di concetti e linguaggi che liquidano come inutile ogni sforzo di definire l’identità collettiva di questi strati sociali emergenti, nonché la loro collocazione nell’ambito dei conflitti di potere.
Le mitologie della “rivoluzione digitale” - tipiche degli anni Novanta - avevano, se non altro, il merito di delineare l’emergenza di un nuovo soggetto collettivo, di una sorta di Quinto Stato che si estendeva, dall’alto verso il basso, dal management delle startup della New Economy ai tecnici informatici, alle nuove professionalità del Web, ai lavoratori del terziario avanzato, ai comunitari virtuali e ad altre figure professionali “creative”; una costellazione di strati sociali emergenti egemonizzati dalla cultura dei progettisti della Rete e dai valori dell’etica hacker, fondati sul principio di cooperazione sociale e di libera condivisione di conoscenze e informazioni, concepite come commons immateriali; su nuove forme di “economia del dono”; su un’idea di lavoro come divertimento ed espressione di sé piuttosto che come alienazione in cambio di denaro; sulla promozione di nuove forme di democrazia diretta e partecipativa32. Le nuove mitologie del cyberpop - che le pratiche del blogging incarnano alla perfezione - esprimono, viceversa, una radicale tendenza verso la individualizzazione/personalizzazione delle identità e delle loro interrelazioni reciproche, verso l’orgia delle narrazioni autobiografiche e della messa in scena del privato. In precedenza, avevo anticipato l’idea di una forte consonanza fra questa ideologia e il vecchio slogan movimentista “il personale è politico”. In effetti, è come se l’onda lunga dei movimenti, accantonata qualsiasi velleità “sociale”, facesse ancora sentire i propri effetti, rilanciando proprio quelle caratteristiche culturali che, negli anni Sessanta e Settanta, le avevano attirato lo stigma di “ideologia piccolo borghese” da parte della sinistra tradizionale. Mettendo fra parentesi questo giudizio, che tanti ostacoli ha generato ai fini di una sensata analisi sociologica dei movimenti, conviene piuttosto ricordare il giudizio critico di Richard Sennett sui vizi della società “intimista”33, cioè sul progressivo slittamento dell’attenzione verso le personalità individuali, verso le loro emozioni e i loro sentimenti, nonché sul parallelo sprofondare nell’ombra di identità e interessi collettivi. Così come conviene ricordare le riflessioni di Erwin Goffman34 sul disprezzo dei movimenti nei confronti dei “comportamenti di retroscena” della classe politica, sulla ossessione del “disvelamento” che ha accompagnato l’intera parabola del 68 (facilitata e favorita, come ha evidenziato Joshua Meyrowitz35, dai meccanismi televisivi di messa in trasparenza del dietro le quinte), sul dilagare di una cultura “anti-drammaturgica”, degli impulsi alla de-sacralizzazione, alla trasgressione, alla esibizione del sé, in una sorta di Panopticon rovesciato in cui il singolo si espone volontariamente allo sguardo dei molti (vedi la logica convergente di reality show televisivi e diari online).
Tutto ciò non ha nulla a che vedere con la vecchia cultura “piccolo borghese” (che viceversa era ossessionata dalla preoccupazione di nascondere agli occhi del pubblico le vicende private), ma certamente può essere classificato come una nuova forma di “falsa coscienza” (in senso marxiano) della classe dei knowledge workers i quali, avendo progressivamente smarrito il senso (peraltro originariamente debole) della propria identità collettiva, sembrano oggi ripiegare su queste forme di auto celebrazione delle proprie capacità, competenze e storie individuali. Si è già ricordato come questa ideologia consegni questo strato sociale all’egemonia culturale e allo sfruttamento economico da parte dei colossi del Web 2.0 (l’auto esibizione è la materia prima dei processi di valorizzazione di motori di ricerca, social network, piattaforme di blogging, colossi dell’e-commerce., ecc.). Ma occorre aggiungere, a conclusione di questo disincantato discorso sugli effetti delle ideologie del “reincanto”, che li consegna anche all’egemonia politico-ideologica delle nuove destre “mediatiche”, come messo in luce da un recente studio di Federico Boni sulla fenomenologia di Berlusconi36: è proprio grazie alla sua straordinaria capacità di mettere in scena (fino alla pura oscenità) la propria vita privata (dai recessi del suo corpo malato o chirurgicamente “ringiovanito”, agli impulsi più aggressivi e volgari, alle banalità da “uomo comune” che “ce l’ha fatta” e “si è fatto da solo”) che il leader mediatico per eccellenza ci ha insegnato che, grazie all’apoteosi del retroscena, il privato non è più solo pubblico, è anche (immediatamente e direttamente) politico (e costitutivamente di destra) .
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