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Effetto Albemuth

Notizie, commenti, conflitti e immaginari sulla e dalla Rete

Commenti ( 1 ) Due provocazioni in tema di copyright

Su iniziativa del gruppo parlamentare europeo dei Verdi, è partita una campagna di controinformazione che ha l’obiettivo di controbattere il terrorismo ideologico dell’industria culturale contro la condivisione “non autorizzata” di file audio e video. In particolare, segnalo, e invito a far circolare, il video “I Wouldn’t Steal”, efficace spot contro l’idea secondo cui scaricare contenuti digitali protetti da copyright sarebbe un’azione del tutto simile a un furto. Nel frattempo prosegue il concorso DegradArte, provocatoria risposta al contestatissimo articolo della Legge S1861 che “liberalizza” la pubblicazione di opere d’arte su Internet a condizione che queste vengano preliminarmente “degradate”. Ho volentieri accettato di far parte della giuria che premierà la migliore opera degradata pervenuta agli organizzatori del concorso e ricordo a chi fosse interessato a partecipare al concorso che basta: 1) scegliere un oggetto protetto da copyright (video, immagini, musica, testi…); 2) sottoporlo a uno o più processi digitali che diminuiscano la qualità dell’immagine, del suono o del testo; 3) assicurarsi che nell’opera finita l’oggetto sia riconoscibile e che sia visualizzabile da una pagina web; 4)inviare l’opera a DegradArte.


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Commenti ( ) Carità pelosa

Da qualche anno le grandi imprese esibiscono volentieri i propri meriti (reali o presunti) in materia di Corporate Social Responsibility: aiuti alle aree più povere del mondo, attenzione all’impatto ambientale dei prodotti, finanziamenti alla ricerca contro gravi malattie, politiche di assunzionie “politicaly correct” (niente discriminazioni nei confronti di minoranze teniche, donne, gay, ecc). Forse non vale la pena di chiedersi in quale misura (io un’idea in merito ce l’ho, e voi?) questa “svolta etica” rispecchi una effettiva volontà di “conversione” o risponda a pure esigenze di immagine (nell’era di Internet il rischio di subire “sputtanamenti” da parte del passa parola degli utenti-consumatori è aumentato esponenzialmente, per cui sembra saggio mettere le mani avanti…). Ma un episodio recente può comunque aiutarci a valutare la “pelosità” di certe intenzioni caritevoli. Nei giorni scorsi è rimbalzata sulle pagine di molti media, online e offline, la polemica fra Negroponte e Intel a proposito del famoso notebook ultraeconomico che il guru del MediaLab lanciò qualche tempo fa, come strumento per ridurre il digital divide a danno dei Paesi in via di sviluppo. La macchinetta da cento dollari avrebbe dovuto consentire ai milioni di giovanissimi africani, asiatici e latinoamericani che vivono in zone dove la Rete è ancora un miraggio, di accedere a loro volta alle conoscenze e alle opportunità garantite dai media digitali. Com’è noto, il progetto ha incontrato notevoli difficoltà a causa del tiepido sostegno ottenuto dai governi interessati e dalle imprese consorziate nel progetto (denominato OLPC ). particolarmente rovernti le polemiche fra Intel, che ha da poco abbandonato il progetto, e Negroponte, che ha accusato la società leader del mercato dei processori di aver voluto sabotare il progetto per meglio promuovere un suo prodotto, il Classmate (più caro, accessoriato e decisamente “for profit”) come soluzione alternativa al digital divide. Intel ha replicato sdegnata, esibendo le proprie credenziali “umanitarie” (anche loro, al pari di Google, non vogliono venire etichettati come “evil”) e ribadendo la tesi che il loro computer funziona mentre quello di Negroponte è una trappola. Non mi interessa entrare nel merito delle accuse incrociate fra i litiganti, mi limito a citare il brano di un articolo dell’Economist che, a mio parere, esprime con lucido cinismo la “filosofia” del grande capitale in materia di tecnologia, “aiuto” ai Paesi in via di sviluppo e profitti: “La questione di fondo è capire se esiste un mercato in grado di generare profitti per i computer superconomici nel mondo in via di sviluippo. Se l’opzione for profit può essere realizzata solo attraverso prodotti il cui prezzo è superiore alla disponibilità economica dei potenziali utenti, allora l’opzione caritatevole resta valida. Ma se invece è possibile sviluppare una strategia for profit, allora ci sono buone ragioni per credere che il problema del digital divide possa essere risolto meglio dal mercato piuttosto che dalla carità o da politiche di corporate social responsibility”. Non servono, mi pare, ulteriori commenti.


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Commenti ( ) Degradando degradando che male fo?

Dopo le polemiche politiche (vedi post precedenti), qualcuno prova a trasferire il dibattito in meirto alla S1861 sul terreno della provocazione estetica e lanica la DegradArte . Vedere per credere e, volendo, partecipare.


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Commenti ( ) Botte e risposte

Prosegue, con una serie di repliche e controrepliche che una pagina di “Zeus News” riposta oggi integralmente, la discussione fra Fiorello Cortiana e Pietro Folena sulla controversa interpretazione dell’articolo 1-bis (quello della “liberalizzazione” dei contenuti “degradati”) della legge S1861. Segnalo anche, in proposito, l’intervista che Folena ha rilasciato ieri a “Punto Informatico” che, a mio parere, non risponde ai dubbi e alle perplessità sollevati da Cortiana e molti altri (né tantomeno li risolve).


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Commenti ( ) Persi nel “legalese”

Lost in Translation recitava il titolo di un film di successo, per noi italiani è assai più probabile perderci (o almeno perdere la possibilità di capire il senso di un provvedimento politico) nel “legalese” stretto in cui vengono redatte certe nostre leggi. Così la S1861, che riforma la SIAE e disciplina altri aspetti relativi alla pubblicazione di opere su Internet, ha potuto essere interpretata sia come un passo verso la liberalizzazione - è la tesi di Pietro Folena, ribadita ieri in una lettera a “Punto Informatico” - sia come l’ennesima manifestazione di ottuso conservatorismo della nostra classe politica in tema di proprietà intellettuale, come sostiene Fiorello Cortiana in un intervento che riproduco nella pagina interna di questo post. Personalmente, mi limito a citare parte del testo dell’articolo 1-bis (”È consentita la libera pubblicazione attraverso la rete internet, a titolo gratuito, di immagini e musiche a bassa risoluzione o degradate, per uso didattico o scientifico e solo nel caso in cui tale utilizzo non sia a scopo di lucro”), lasciando a voi l’arduo compito di divinare il senso dell’aggettivo “degradate”. Dopodichè passo la parola all’amico Fiorello, il cui giudizio condivido interamente. Continua a leggere …


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