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Effetto Albemuth

Notizie, commenti, conflitti e immaginari sulla e dalla Rete

Commenti ( ) Innovazione e democrazia non vanno necessariamente d’accordo

Il mito tecnodeterminista, secondo cui alla penetrazione delle nuove tecnologie di comunicazione (web in testa) corrisponderebbe automaticamente un più elevato tasso di partecipazione e democrazia in tutti in campi della vita sociale (dall’impresa alla politica, dall’informazione all’educazione), continua a essere smentito dai fatti (che a loro volta continuano a essere ignorati dalle schiere dei tecnoentusiasti “ingenui”). Mi riferisco, nell’occasione, agli esiti di due ricerche segnalate, rispettivamente, da Wired e dal Guardian. Continua a leggere …


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Commenti ( ) Licenza di diffamare?

Leggo (con un po’ di ritardo, ma sono giorni di esami e di tesi…) l’editoriale con cui Paolo De Andreis è intervenuto su Punto Informatico in merito al caso Ricca (il blogger che si è visto bloccare un post “diffamatorio” su Emilio Fede). La tesi di De Andreis è chiara: i reati di opinione sono anacronistici nell’era di Internet, non solo perché vengono percepiti come “censura”, ma anche e sopratutto perché le denunce per diffamazione hanno il solo effetto di creare reazioni a valanga che moltiplicano l’offesa invece di bloccarla. Posto che le argomentazioni di De Andreis non sono prive di fondamento, mi chiedo: che si fa allora? diamo licenza di linciare? No, dice De Andreis, ma chi subisce la diffamazione dovrebbe reagire non con la denuncia, cioè sottraendosi al dialogo, bensì replicando alle accuse o agli insulti in Rete. E qui ogni accordo cade: in ragione di quale principio (etico, sociale, politico, culturale) uno dovrebbe essere obbligato a difendersi in Rete, anche se non ne ha la minima intenzione!? E ancora: per quale ragione uno dovrebbe accettare che in quel contesto (al quale, essendo libero, nessuno può essere obbligato a partecipare) vi siano persone che lo diffamano!? Accettare le argomentazioni di De Andreis significa rinunciare a un principio fondante della libertà moderna, che è in primo luogo libertà dall’asfissiante giudizio comunitario sull’individuo (ricordate il detto l’aria della città rende liberi, che alludeva fra l’altro alla possibilità per il singolo di sottrarsi all’assilante controllo delle comunità di paese). Vogliamo restituire a Internet il potere oppressivo delle comunità premoderne (che si esercitava appunto anche attraverso la calunnia) nei confronti dell’individuo? Vogliamo togliere all’individuo la possibilità di difendersi (anche legalmente) dal linciaggio delle folle? Le mobs di Internet non sono solo smart (come nel titolo di Rheingold) sono anche le folle del linciaggio che in Rete, spesso, assume aspetti ancora più odiosi di quello organizzato dai vecchi media (dal quale ci si può almeno difendere con i vecchi mezzi dei reati a mezzo stampa). E allora? E allora non c’è via di scampo: per equilibrare il diritto a non essere censurati e il diritto a non essere diffamati occorre trovare un modo (sia pure adeguato al nuovo contesto tecnologico e culturale) di rendere tutti responsabili di quello che dicono e pubblicano (in rete come altrove).


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Commenti ( ) Si fa presto a dire blog (parte seconda)

In attesa che (come spero) mi rispediscano il commento “disperso” cui si riferisce il post di poco fa, comincio ad anticipare alcune osservazioni su quello che ricordo. L’amico di Diario Aperto (di cui ho smarrito il nome assieme al commento…) contesta le mie critiche al metodo della ricerca, rivendicando la significatività dei dati che emergono da un campione di tutto rispetto (più di 4000 interviste) ancorché non rappresentativo (per i motivi che ho già spiegato). Non credo che qui ci sia reale motivo di contendere: da un lato, perché gli stessi curatori ammettono onestamente i limiti strutturali del campione (legati sopratutto al reclutamento “a valanga”), dall’altro perché ho a mia volta sottolineato come l’enorme massa di materiale raccolto offra comunque al ricercatore sontuosi spunti di riflessione. Ciò detto, resta il fatto che le pecche metodologiche (come cercherò di dimostrare più avanti) creano significativi effetti distorsivi nell’interpretazione di alcuni dati. Su un altro aspetto c’è addirittura accordo totale: la cosiddetta “blogosfera” - ove la si intenda come una comunità più o meno omogenea, benché stratificata, per principi, comportamenti e valori - letteralmente non esiste; esiste, piuttosto, un arcipelago di nicchie (o di sottoculture, volendo usare una vetusta categoria sociologica) che usano nei modi più diversi la medesima piattaforma tecnologica. Continua a leggere …


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Commenti ( 2 ) Ai curatori di Diario Aperto

Devo scusarmi vivamente con uno dei curatori della ricerca Diario Aperto sui blog, il quale aveva postato un lungo e interessante commento critico alla mia “controintepretazione” di alcuni dati: dopo aver letto rapidamente il commento, mi ero ripromesso di vederlo con più calma e metterlo online con una mia risposta, senonché mi sono accorto di averlo cancellato per errore insieme alla marea di spam che mi intasa il blog…Nella speranza che abbia tenuto traccia dell’intervento, lo pregherei vivamente di rispedirmelo (anche in forma ridotta, nel caso non riesca a recuperarlo o ricostruirlo integralmente) perché mi pare che rappresenti un eccellente spunto per avviare, finalmente, una discussione seria sul tema.


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Commenti ( ) Si fa presto a dire blog

La cosa più divertente di molte ricerche italiane sulla blogosfera è il fatto che chi le conduce è spesso impegnato in patetici sforzi per camuffarsi da persona comune. Fingendo di dimenticare di essere a loro volta docenti universitari, giornalisti, esperti di marketing, ecc., i curatori moltiplicano le ironie sulle astratte elucubrazioni teoriche dei colleghi e strizzano l’occhio ai blogger: siamo dei vostri, usiamo lo stesso linguaggio, fra noi sì che ci si capisce e via vellicando l’amor proprio e le idiosincrasie del target. Continua a leggere …


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