Effetto Albemuth
Notizie, commenti, conflitti e immaginari sulla e dalla Rete
Categoria: Politica. Inviato: Martedì, 26 Giugno, 2007.
Del cyberpopulismo alla Grillo ho già detto tutto il male che penso, quindi non starò a ripetermi. Mi limito dunque a mettermi (virtualmente) le mani nei capelli leggendo l’annuncio dell’amico Pier Luigi Tolardo su Zeus News, secondo cui il comico genovese avrebbe “rotto gli indugi” e si starebbe preparando a scendere in campo con un suo partito. Per la verità le cose non sembrano così chiare (c’è ancora la speranza che Tolardo abbia equivocato). Quel che è certo è che in Rete è stato pubblicato il progetto di una costituenda “Lista dei Cittadini” che fra i promotori schiera, accanto a Grillo, giornalisti (Travaglio e Beha), scrittori (Tabucchi e Lidia Ravera), artisti (Dario Fo e Franca Rame), ex girotondini (Pardi) e intellettuali (il direttore di Micronega, Flores D’Arcais). Tutte persone rispettabilissime (alcuni amici carissimi), ma spero che si fermino in tempo prima di mettere in piedi l’ennesimo carozzone “radical chic”, travestito da movimento popolare e trapiantato dalle piazze (ieri infuocate da Nanni Moretti oggi malinconicamente vuote) a Internet. Meglio chiedersi perché “quelle” piazze (al contrario delle piazze anti G8 da un lato e delle piazze sanfediste anti Dico dall’altra) si sono svuotate, e perché Internet non riesce - né riuscirà - a riempirle di nuovo (i fan di Grillo accorrono ai suoi spettacoli e/o producono lunghi elenchi di firme in calce a questo o quell’appello, ma non si mobilitano in vere lotte su obiettivi concreti) Perché? Perché non hanno vera identità sociale (i “cittadini” sono come il “pubblico”: una categoria “astrale”, priva di ogni determinazione sociale e politica concreta), e perché la politica populista la sanno fare molto meglio le destre, alle quali sarebbe il caso di lasciare questo poco invidiabile monopolio.
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Categoria: Scenari internazionali. Inviato: Lunedì, 25 Giugno, 2007.
“E noi faremo come la Russia…” cantavano i militanti socialisti dopo la rivoluzione d’Ottobre del 1917. Novani’anni dopo, al popolo della rete toccherà cantare “E noi faremo come la Svizzera”? Pare proprio di sì, considerata la notizia che i nostri piccoli, ma ricchi, vicini hanno appena imposto per legge al loro “incumbent”, Swisscom, di operare come servizio universale, garantendo l’accesso alla banda larga su tutto il territorio nazionale. Se qualcuno facesse una proposta del genere in Italia i neoliberisti (senza distinzione fra destra e sinistra) griderebbero subito alla lesa libertà di mercato. Che gli svizzeri siano improvvisamente diventati comunisti?
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Categoria: Politica. Inviato: Domenica, 24 Giugno, 2007.
La destra avanza in tutto il mondo occidentale cavalcando in modo sempre più spregiudicato le paranoie della gente in materia di sicurezza. Il tutto con la complicità di giornali e tv, che alimentano la paura dando sempre più spazio alle notizie “allarmanti”, anche laddove le statistiche indicano chiaramente che gli episodi di criminalità sono in calo. Un bell’esempio di come questa strategia venga sistematicamente applicata anche nel mondo online, arriva da un articolo dell’Economist che “rimprovera” l’utente medio di Internet per la sua scarsa consapevolezza dei rischi associati al cyber-crime. Mettendo, come al solito, nello stesso calderone terroristi, disseminatori di virus, ladri di identità a fini di truffa e/o appropriazione indebita di numeri di carte di credito e hacktivisti che sfruttano la Rete per azioni di contestazione politica, l’autore dell’articolo si lascia scappare alcune cosette che fanno capire benissimo dove si voglia andare a parare. Se la sicurezza online è un bene comune, si dice, occorre chiarire chi “paga” per questo bene comune. Perciò la gente dovrebbe smetterla di usare vecchie macchine e vecchi software (comprate Vista!) che non offrono adeguate garanzie; dovrebbe capire che il suo computer può essere usato per danneggiare altri e comportarsi di conseguenza (cioè seguire pedissequamente le regole imposte da governi, major e softwarehouse), altrimenti prima o poi sarà necessario (come chiede l’Fbi!|) imporre a tutti i navigatori di “prendere la patente”, o almeno di dimostrare (dimostrare a chi!?) che sono buoni (buoni per chi!?) cittadini della Rete. Intanto le agenzie (Usa ovviamente) vegliano su di noi con operazioni che colpiscono un gruppo hacker che ha “dirottato” un milione di computer a fini criminali e un gruppo francese per la lotta all’Aids che ha osato attaccare il sito di una mutinazionale farmaceutica americana che rifiuta di vendere le sue medicine a prezzi accessibili per i malati africani: indovinate chi fra questi due è il vero bersaglio di questa nauseante filippica?
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Categoria: Libri. Inviato: Giovedì, 14 Giugno, 2007.
In un’epoca in cui i legami sociali si allentano e le identità individuali e collettive si fanno incerte, torna di moda un genere letterario classico quanto rischioso: l’invettiva filosofica. Non saprei come classificare altrimenti le cento pagine di “Apologia della barbarie. Considerazioni ostili sulla condizione umana in tempo di guerra” che l’amico Igino Domanin (con cui ho piacevolmente condiviso l’avventura editoriale di Quinto Stato) ha da poco dato alle stampe (l’editore è più che prestigioso: Bompiani). Genere rischioso, si diceva, perché - tanto nella forma del pamphlet politico quanto in quella del dialogo metafisico dell’autore con la propria epoca - sono costantemente in agguato le tentazioni dell’argomentazione brillante più che profonda, della cinica esibizione di qualunquistico disincanto e dell’ancor più irritante pistolotto moralistico. Fortunatamente in questo caso l’autore è riuscito a danzare sul filo del rasoio senza cadere (se non marginalmente) in nessuna di queste tentazioni. Diciamo subito che la barbarie di cui si vuole fare l’apologia non è quella di qualche irriducibile progetto antagonistico: i “nuovi barbari” del passamontagna che entusiasmavano Toni Negri qualche decennio fa non esistono più (o si sono ridotti al manipolo di esagitati che hanno “movimentato” la manifestazione romana di qualche giorno fa). Del resto Igino - appartenendo a una generazione che non avendo avuto modo - contrariamente a quella di chi scrive - di vivere in prima persona la guerra civile strisciante e non dichiarata degli anni 60/70 ed essendosi dunque nutrita di sconfitta senza avere nemmeno combattuto - difficilmente può provare simpatia per “quella” barbarie. E infatti Igino allude al significato originario del termine, a quella “vera” e rinnovata barbarie che sono i popoli e le culture non assimilati al paradiso della democrazia (ex occidentale, oggi aspirante planetaria) che si è instaurato (o meglio che si sarebbe dovuto instaurare) dopo la Caduta del Muro. Intendiamoci: quella di Igino non è affatto un’apologia “buonista” del terzomondismo. Al contrario, è un invito a non dimenticare che la Differenza (invocata a ogni piè sospinto al solo scopo di integrarla/normalizzarla) non è tale se non implica la possibilità del rapporto ostile, della guerra. E infatti è proprio in tempo di guerra che stiamo vivendo, anche se nessuno (a parte chi l’ha apertamente proclamata dopo l’attentato dell11 settembre 2001) sembra ricordarselo. Ecco, le cento pagine del libro potrebbero essere definite come una sorta di diario filosofico di guerra, visto con gli occhi (ma non dalla parte) di quello strano “combattente” che è il cittadino euroamericano: sazio - e quindi nauseato - di cibo; bulimico consumatore di immagini mediatiche vecchie e nuove; ossessionato dalla sicurezza; capace di provare un odio terribile, in barba all’esibizione di tolleranza e pacifismo “politically correct”, in una parola (per citare il titolo di un capitoletto) “L’uomo che guarda e che odia”. Non entro in un ulteriori dettagli, per non togliere al lettore il piacere della scoperta di chi sia il “criminale” di questo noir politico/filosofico, mi limito a un’osservazione critica: indicando nel singolo l’unica entità portatrice di pulsioni di ribellione contro la Fede postmoderna nel libero mercato, Igino chiude ogni possibilità di reale conflitto. Affermare, come fa l’autore a p. 96, che solo l’esperienza del singolo può illuminare gli accadimenti significa sposare quella visione “intimista” del mondo e della storia in cui Sennett ha giustamente identificato la radice della fine di ogni separazione fra uomo pubblico e uomo privato. Ma senza riformulare quella separazione, e senza riconoscere le determinazioni sociali che “fanno” il singolo (Marx sarà anche morto, ma non per questo è il caso di rivalutare le “robinsonate”), nessuna ribellione sarà mai possibile. Al massimo il singolo riuscirà a spegnere la tv (o il monitor del PC), ma poi resterà sul divano a rodersi il fegato…
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Categoria: Politica. Inviato: Mercoledì, 13 Giugno, 2007.
Travolto da vari impegni al rientro da Berlino, non ho avuto tempo di scrivere della straordinaria esperienza che stato il meeting di Networked Politics che si è svolto alla Fondazione Rosa Luxemburg negli stessi giorni in cui migliaia di manifestanti contestavano il G8 di Rostock. Sia il dibattito teorico che il confronto di esperienze sono stati di grande livello (così come di grande intensità è stato il rapporto umano fra i partecipanti, anche se molti si incontravano per la prima volta). Visto che sarebbe difficile riassumere tutto quello che ci siamo detti in quattro giorni di convegno, rinvio chi fosse interessato al dossier in Pdf che raccoglie i materiali preparatori (purtroppo tutti i documenti sono in inglese, che era la lingua franca del convegno)
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Categoria: Privacy. Inviato: Venerdì, 1 Giugno, 2007.
Mi tocca tornare ancora su Google che, da qualche mese, monopolizza l’attenzione di media e Popolo della Rete. Prima è arrivato l’annuncio del Google Developer Day, ampiamente commentato e illustrato in un articolo del New York Times, un nuovo passo di quella “campagna di seduzione” nei confronti della comunità open source che gli amici del Gruppo Ippolita hanno ben analizzato nel loro libro sul “lato oscuro” della società di Mountain View, ma soprattutto un’occasione per lanciare in nuovi applicativi (in concorrenza con la suite Office di Microsoft) di Google Gears che, come spiega il già citato articolo del NYT, saranno disponibili anche offline. Ma devo dire che mi sembrano più interessanti le polemiche sui rischi in materia di privacy associati al nuovo servizio che consentirà agli utenti di Google Map di scendere a curiosare anche a livello delle strade. Molte le perplessità nei confronti di questo nuovo occhio (come se non bastassero quelli delle migliaia di telecamere che controllano ormai ogni metro quadrato di molte grandi città americane ed europee!) spalancato sul nostro pianeta. Ma molte (e preoccupanti) anche le voci che irridono alla “paranoia” di chi si lamenta. In fondo, si dice, Google si limita a far vedere immagini pubbliche che ognuno di noi potrebbe vedere passeggiando per quelle stesse strade. Già, ma la differenza è che questo servizio consente a chiunque di essere “telepresente” in qualsiasi luogo raggiunto dall’occhio elettronico (e all’insaputa degli interessati!). Ricordate il vecchio detto “l’aria della città rende liberi”? Bene, il detto alludeva all’anonimato della vita urbana come protezione dall’ossessivo controllo da parte degli sguardi altrui che caratterizzava la vecchia vita di villaggio. Ora torniamo a quel controllo, esercitato su scala globale (con vari effetti, vedi il tipo finito nei guai perché inquadrato dalle telecamere che seguivano il Giro d’Italia mentre si concedeva una scappatella extraconiugale), che forse potrà deliziare una certa cultura protestante angloamericana (in cui la trasparenza viene appunto valorizzata in quanto controllo sull’osservanza dei valori comunitari da parte degli individui), ma che dovrebbe - si spera - irritare gli europei che non si siano ancora lasciati rincoglionire dai format della reality tv. Infine, come nota giustamente una signora intervistata dal NYT, se quel servizio l’avesse attivato lo Stato, tutti avrebbero gridato allo scandalo, ma visto che a farlo è stata una società privata nota per la sua “bontà” (anche se a crederci ancora sono solo i gonzi), tutto va bene. O no? Ciò detto saluto per qualche giorno i lettori, essendo in partenza per un convegno berlinese organizzato dal circuito Networked Politics della Sinistra Europea. Se avrò modo di aggiornare il blog da Berlino lo farò, altrimenti a risentirci la prossima settimana (anche gli eventuali commenti postati nei prossimi gg verranno moderati al mio ritorno).
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