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Effetto Albemuth

Notizie, commenti, conflitti e immaginari sulla e dalla Rete

Commenti ( 2 ) Vogliamo conoscervi meglio. Grazie, preferisco di no

Quasi avesse voluto confermare le tesi sostenute nel bel libro del Gruppo Ippolita sul “lato oscuro di Google”, il presidente della società di Mountain View, Eric Schmidt, se ne è uscito, qualche giorno fa, con il suo invito agli utenti del motore di ricerca a rivelare più informazioni sul proprio conto, in modo da consentire agli algoritmi di venire meglio incontro alle loro esigenze (fino ad offrire consigli in merito al mestiere da scegliere e all’organizzazione dell’agenda delle cose da fare per il giorno dopo). Nel frattempo, apprendiamo che l’Unione Eurpoea ha deciso (meglio tardi che mai!) di mandare un avvertimento (una sorta di “avviso di garanzia”) a Google in merito al possibile avvio di un processo per violazione delle leggi europee in materia di privacy. Non avrei sentito l’esigenza d’intervenire ulteriormente su un tema sul quale mi sono già più volte espresso, se non mi fosse capitato di leggere il demenziale articolo di un certo Mark Lawson sulle pagine del Guardian. Ironizzando sugli eccessi “paranoici” che, a suo avviso, caratterizzerebbero certe preoccupazioni in materia di privacy, questo signore scrive che il clima attuale ricorda quello dei primordi della televisione, quando gli utenti più ingenui dell’allora nuovo medium temevano che lo schermo potesse spiarli (avverando l’incubo orwelliano di “1984″). Battuta quanto mai infelice, che ignora (o finge di ignorare: i sospetti di malafede sono qui più che giustificati) le differenze fra vecchi media e media interattivi (fra l’altro oggi la neo tv digitale potrebbe benissimo “vedere” il suo pubblico). Ma non basta, dopo vari sarcasmi sulla natura umana che ci spinge a “desiderare di mantenere il mistero” (e ogni volta che su fa ironia in questo senso si sottintende: chi vuole mantenere il segreto sulla propria vita privata è perché ha qualcosa da nascondere…), il nostro passa all’attacco per dire: solo i politici e i membri dello star sistem hanno ragione di temere per gli eventuali effetti collaterali dell’invadenza di Google e tecnologie consimili, mentre il cittadino comune, finché vivremo in regimi democratici che impongono determinate regole, è al sicuro. Ma il punto è proprio in quel finché! Chi garantisce che futuri regimi “postdemocratici” (e già quelli post 11 settembre non scherzano) siano assai meno scrupolosi nell’uso dei dati raccolti da Google (che, come ci ha insegnato la vicenda cinese, è sempre più che disposta a servire le esigenze del Cesare di turno)? Ultima chicca: avete paura che Google vi spii, scrive l’ineffabile Lawson, basta che non gli diciate nulla…”If anyone’s stupid enough to do what a computer tells them, their problem is not that they might be losing their civil liberties but that their marbles have gone long ago”. Tradotto: troppe garanzie servono solo a rallentare l’innovazione, e poi i furbi non ne hanno bisogno, quanto ai fessi si arrangino da soli…


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Commenti ( 1 ) Il blogging come fede religiosa

La blogosfera sta esplodendo in una miriade di pratiche di comunicazione che, in molti casi, hanno poco o nulla da spartire le une con le altre, al punto che non ha letteralmente più senso - se mai ne ha avuto - considerare il blog come un medium sui generis, ma sarebbe più corretto riferirsi ai Content Management System come a una piattaforma tecnologica su cui “girano” una galassia di media differenti. Tutto ciò non impedisce tuttavia ai sacerdoti della blogosfera made in Italy di continuare a celebrare i rituali di una fede religiosa in cui il mondo si divide fra “veri” blogger (il bene) e “falsi” blogger (leggi i “vecchi” giornalisti travestiti da blogger - ovverossia il male). Un esempio? Su Punto Informatico di oggi, Massimo Mantellini interviene sulla vicenda Endgadget. Come molti di voi sapranno, il noto blog tecnologico ha pubblicato una notizia (poi rivelatasi infondata) in merito a presunti ritardi nella commercializzazione dell’iPhone e nel rilascio del sistema operativo Leopard, notizia che ha provocato un momentaneo ribasso delle azioni Apple (poi risalite dopo una smentita ufficiale dell’azienda). Commenta Mantellini: 1) Engadget non è un blog nel senso convenzionale del termine ma un sito che, sfruttando la tecnologia del blog, ha acquisito la fiducia dei lettori in tempi assai più rapidi di quanto avrebbe potuto fare un media tradizionale (e fin qui perfettamente d’accordo) 2) non sarebbe allora il caso che adottasse i tradizionali criteri di verifica della notizia, anche se “il giornalismo di una volta” è a sua volta caduto (verissimo!) in infortuni del genere? 3) No, perché in un ambiente informativo in cui tutto viaggia alla velocità della luce le vere garanzie non possono più arrivare da verifiche e autorevolezza, ma coincidono con l’interazione e la reputazione, due dispositivi di “correzione automatica” che consentono di affermare che l’informazione di oggi è comunque migliore di quella di ieri. Ma questa è appunto una delle affermazioni “fideistiche” di cui sopra. L’informazione di oggi non è migliore né peggiore di quella di ieri, è solo infinitamente più complessa. E a fronte di tale complessità non esistono garanzie automatiche di sorta: la reputazione non è misura “oggettiva” dell’attendibilità di una fonte ma è il prodotto di meccanismi socioculturali di selezione non meno influenzati da pregiudizi ideologici ed equilibri di mercato della “vecchia” autorevolezza. E ciò detto, ogni medium (vecchio o nuovo che sia) che conquisti una influenza paragonabile a quella di Engadget si carica di responsabilità che impongono di verificare con estrema attenzione quanto pubblica (mentre i presunti correttivi automatici non forniscono alibi sugli eventuali danni provocati).


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Commenti ( ) A volte ritornano

Una decina di anni fa mi sono divertito frequentare per qualche mese le mailing list del movimento transumanista., ricavandone una serie di interessanti suggestioni sull’intreccio fra immaginario fantascientifico, ala “tecnofila” della filosofia New Age, utopia hacker e anarcocapitalismo dell’imprenditoria dot.com. Estratto l’estraibile da quell’esperienza, mi sono risparmiato di continuare a leggere ripetitive e superottimistiche filippiche (infarcite di incredibili ingenuità filosofiche ed epistemologiche) in merito alle meravigliose sorti e progressive di un’umanità proiettata verso l’ibridazione con le macchine. Ma leggendo Punto Informatico di oggi apprendo che il Transumanesimo sta tornando di moda. Incuriosito dall’articolo, sono andato a leggermi l’anticipazione di un libro di un certo Keith A. Bauer , catalogato come “filosofo” (ma il suo profilo biografico annovera troppe e troppo variegate esperienze professionali per non suscitare dubbi in merito all’eccessivqa generosità della definizione…), e sono tornato a visitare un po’ di siti transumanisti. Nessuna novità: è sempre la solita brodaglia di promesse escatologiche (incredibilmente simili a quelle delle religioni rivelate) sul Superuomo ( o Oltruomo) a venire. Condito da un’agghiacciante miscela di individualismo e liberismo economico che non lascia dubbi in merito a quali strati sociali dovrebbero beneficiare di questo meraviglioso futuro e quali altre classi, etnie e “scarti” umani ne saranno esclusi.


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Commenti ( 1 ) Il commento dell’Associazione per il Software Libero

Fugetta non abbocca (per il momento ma conto sulla sua scarsa resistenza alle provocazioni…) all’amo che gli ho lanciato poco fa. In compenso mi segnala un tagliente intervento dell’Associazione per il Software Libero sulla vicenda dell’accordo fra Governo e Microsoft e io vi giro la segnalazione…


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Commenti ( ) Effetto IPRED

Ricevo dal Presidente dell’Associazione Scambio Etico, Luigi Di Liberto, una mail sul caso dei 3636 utenti che si sono visti recapitare dallo studio legale Mahlknecht & Rottensteiner di Bolzano una raccomandata con rischiesta di risarcimento per avere scaricato, senza scopo di lucro, canzoni in formato digitale di una casa discografica tedesca (gli ISP hanno fornito le loro generalità a seguito di un’ordinanza del Tribunale di Roma). Commenta Di Liberto. “L’ordinananza in oggetto fa riferimento all’articolo 156 bis della legge sul diritto d’autore, in cui la parola “evidence”, contenuta della direttiva europea IPRED (recepita con decreto attuativo del 16 marzo 2006, n. 140), è stata dal legislatore interpretata con la parola “indizio” anziché prova. Questo articolo di legge e la conseguente ordinanza del tribunale, stravolgono i canoni finora stabiliti per la garanzia della privacy e pongono le agenzie private di investigazioni alla stregua degli organi di polizia, dando, così, ai privati un potere di intimidazione nel tentare di ottenere somme di denaro onde evitare citazioni giudiziarie. Della questione si sta occupando anche Adiconsum che ha aperto uno sportello per assistere chi è stato raggiunto da queste lettere ed il Senatore Fiorello Cortiana che ha in queste ore inviato una ulteriore richiesta di intervento al Garante della Privacy, invece i mezzi di informazione tradizionali non hanno finora fatto trapelare nulla ed è probabile che molti dei 3636 intimoriti dal dover affrontare una causa legale pagheranno accettando una formula capestro e del tutto arbitraria.”


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Commenti ( ) Posizioni proibite

Le posizioni in questione non sono quelle inventate da qualche perverso cultore di aberrazioni sessuali, bensì quelle codificate dalla millenaria pratica dei maestri Yoga, e che rischiano in futuro di poter essere assunte solo dietro congruo versamento di royalties ai furbacchioni che hanno pensato bene di “brevettarle”. La sublime idiozia dell’operazione, iniziata manco a dirlo in America, non meriterebbe più di un’alzata di spalle o di una sana risata, se non avesse precisi riscontri economici (un business di 3 miliardi di dollari l’anno, come riferisce oggi Punto Informatico), ma soprattutto se non rappresentasse un sintomo inquietante dell’inquietante progetto di espropriazione delle conoscenze che il capitalismo immateriale opera da anni ai danni delle culture tradizionali del mondo intero. L’India prepara contro-offensive legali, ma personalmente riterrei giustificate ben altre ritorsioni: perché non mandare qualche thug, debitamente dotato di micidiale laccio da strangolatore, a far visita agli aspiranti brevettatori?


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Commenti ( ) Tecnologia e sinistra

La cultura politica italiana, a sinistra non meno che a destra, continua ad avere rapporti difficili con la tecnologia in generale e con le tecnologie digitali in particolare. Si oscilla sistematicamente dall’esaltazione acritica dell’ICT come fattore di progresso e innovazione sociale alla sua denigrazione in quanto fattore di dominio economico e controllo politico, dall’idea di “neutralità” delle tecnologie come meri strumenti dell’agire e del comunicare umani a quella della loro perniciosa influenza sui livelli di consapevolezza di utenti e pubblici, immaginati come recettori passivi. Perché stupirsi, quindi, se il ministro della Ricerca Mussi e il ministro dell’Innovazione Nicolais firmano un accordo con Microsoft per dare vita a tre centri regionali per l’innovazione finanziati dal colosso di Redmond e immaginati come nodi di una rete che dovrebbe coinvolgere Università, territorio, piccole e medie imprese e Pubblica Amministrazione nello sforzo di colmare il gap tecnologico che ancora affligge il nostro Paese? Il tutto è avvenuto, come annotano i critici più severi dell’operazione, senza alcuna consultazione pubblica e ignorando nel modo più assoluto quanto è stato detto in anni di discussioni in merito all’opportunità di privilegiare il software open source rispetto a quello proprietario. Naturalmente va riconosciuto che anche i sostenitori di questa alternativa hanno a loro volta peccato di ideologismi vari (per cui sono stati spesso fustigati da un esperto di software come Alfonso Fuggetta che in quest’ultima occasione è apparso, almeno finora, stranamente silenzioso), ma anche questo è effetto della diffusa mancanza di cultura tecnologica nella nostra classe politica di cui si diceva sopra. Speriamo almeno che, sia pure a cose fatte, l’accordo Governo-Microsoft riesca a innescare un serio dibattito sulle strategie da seguire in futuro.


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Commenti ( ) Gli azionisti a Google: basta con la censura

E’ un vero e proprio manifesto in difesa dei diritti civili quello che i rappresentanti di una serie di fondi di pensione americani hanno sottoposto all’attenzione di Google. I fondi (i quali possiedono una significativa quota di azioni della società di Mountain View) sollecitano i manager del gruppo a cambiare radicalmente politica, dismettendo ogni atteggiamento di compiacenza nei confronti dei governi totalitari (dalla Cina ai Paesi arabi) che censurano i contenuti che viaggiano su Internet e imprigionano i dissidenti che usano la Rete per esprimere liberamente il proprio pensiero. Vedremo se servirà a qualcosa (pesano di più gli azionisti americani o gli interessi di Google sul mercato cinese? Provate a rispondere da soli)


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Commenti ( ) Tutto normale? Mica tanto

Intervenendo sul dibattito in merito alla IPRED2 (la discussa Direttiva europea per l’armonizzazione delle leggi rivolte a colpire i reati contro la proprietà intellettuale), il presidente della FIMI (Federazione industria musicale italiana), Enzo Mazza, svolge una dettagliata e puntigliosa contestazione delle argomentazioni dei critici del provvedimento. Tralasciando gli altri punti, mi concentro su quello che ritengo cruciale: a chi trova aberrante che ai titolari dei diritti venga concesso di cooperare alle indagini , Mazza replica che la direttiva non parla di squadre miste polizia-titolari dei diritti bensì di consulenza da parte di esperti, e che tale possibilità è già prevista da vari ordinamenti nazionali (fra cui il nostro). Nessun problema in merito all’evidente conflitto di interessi in cui si vengono a trovare gli “esperti” in questione? No, dice Mazza, perché (cito letteralmente): “Essendo tali figure (cioè gli esperti ndr) scelte tra persone idonee è più che ovvio, non essendovi nulla in contrario nelle norme vigenti, che tali figure vangano scelte tra esperti delle associazioni antipirateria o funzionari di aziende che producono i marchi oggetto di contraffazione. D’altro canto, chi meglio di un funzionario della Levi’s può riconoscere i levi’s falsi?”. L’ultima battuta è al limite della presa per i fondelli ma ha almeno il merito di mettere in luce l’involuzione dei sistemi legislativi americano ed europeo, sempre più ridotti a rispecchiare meri interessi di lobby più che i diritti fondamentali del cittadino sanciti dalle costituzioni democratiche (certo, se si fanno leggi come il DMCA e l’EUCD, poi è normale che certe scelte non abbiano “nulla in contrario con le leggi vigenti”). Poi, resosi conto che la conformità alla legge non offre di per sé alcun correttivo allo smaccato conflitto d’interessi, ci mette una pezza dicendo che il consulente, in quanto investito di ruolo pubblico, si assume precise responsabilità e deve giurare che: “consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo nello svolgimento dell`incarico, mi impegno ad adempiere al mio ufficio senza altro scopo che quello di far conoscere la verità e a mantenere il segreto su tutte le operazione peritali”. Giurin giuretta e tutto è risolto…O no?


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