Effetto Albemuth
Notizie, commenti, conflitti e immaginari sulla e dalla Rete
Categoria: Blogosfera. Inviato: Sabato, 24 Febbraio, 2007.
Apprendo dal blog di Lele Dainesi la notizia che Dada ha acquisito il 30% di Blogo.it, replicando su scala italiana una delle operazioni più ricorrenti nell’ultimo anno di vita del mercato mondiale della Net Economy, vale a dire un progetto di integrazione (verticale se la si guarda dal punto di vista dei settori coinvolti, orizzontale se il punto di vista è invece quello dell’aggregazione di contenuti autoprodotti) fra servizi di socialnetworking e piattaforme di micropublishing. Il tutto, come giustamente osserva Dainesi, e come conferma la sua intervista (in podcasting) al presidente del gruppo Dada, Paolo Barberis, si inquadra nel tentativo di sviluppare un modello di business che, da un lato, si propone di offrire ai blogger l’opportunità di condividere una quota dei redditi prodotti dalla società che gestisce la loro piattaforma di riferimento, dall’altro mira a permettere a quest’ultima di attingere a un più ampio bacino di intelligenza collettiva e quindi di valore (produzione di conoscenze e linguaggi innovativi, rilevazione di mode e tendenze emregenti, percezione di marchi e prodotti, ecc)
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Categoria: Copyright. Inviato: Giovedì, 22 Febbraio, 2007.
Da qualche mese sembrava tirare una certa aria di tregua sul fronte dei crociati del copyright (vedi le voci in merito a una possibile rinuncia alle tecnologie DRM da parte di EMI e altre major della musica), ma due notizie arrivano a smentire ogni illusione in merito. Prima apprendiamo che stanno fallendo le trattative fra You Tube e i grandi network per l’enterteinment in merito alla “regolarizzazione” delle centinaia di migliaia di video “illegalmente” uploadati sul sito del portale acquisito da Google; fallimento che conferma le resistenze da parte delle major di musica, cinema e tv ad accettare l’inevitabile (vale a dire la transizione a un regime di compensi forfettari per gli autori di opere variamente “remixate” in Rete). Poi arriva la notizia del nuovo crackdown della RIAA contro migliaia di studenti di vari college americani, dove a colpire di più non è il fatto in sé, bensì la servile solerzia con cui le autorità accademiche si fanno interpreti degli interessi dei discografici e l’assurda severità dei provvedimenti con cui colpiscono i propri studenti: alcuni atenei prevedono per il file sharing le stesse sanzioni che vengono applicate ai colpevoli di atti di bullismo e molestie sessuali. La criminalizzazione degli utenti/consumatori resta insomma la via regia con cui i dinosauri cercano di reagire alla sfida dell’innovazione tecnologica e culturale.
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Categoria: Politica. Inviato: Giovedì, 15 Febbraio, 2007.
La cultura di Internet si ispira a un ideale di autogoverno (vedi la celeberrima Dichiarazione d’Indipendenza del Cyberspazio di J. P. Barlow) che, essendo fondato su modelli politico-culturali americani, da per scontato che principi libertari e principi liberisti non solo possano convivere, ma debbano necessariamente concorrere nella protezione delle libertà di mercato e delle libertà civili contro l’intrusivo potere politico dello stato. Ma questo paradigma entra in crisi ogniqualvolta il mercato genera monopoli, dopodiché, in nome della libertà economica e dell’autogoverno democratico, i soggetti che hanno accumulato un surplus di potere si trovano in grado di imporre i propri interessi all’intera comunità. L’attualità di questi giorni ci offre due clamorosi esempi in merito. Sta circolando in Rete il testo di una lettera che la RIAA (l’associazione dei discografici americani) ha inviato agli ISP e nella quale suggerisce una originale “soluzione” delle reciproche tensioni provocate dal problema delle denunce agli utenti di tecnologie p2p: voi non ci volete rivelare l’identità dei downloader di cui abbiamo identificato gli indirizzi IP, perché poi noi li denunciamo e questo rovina la vostra immagine in materia di privacy? Benissimo, allora lasciamo perdere i tribunali, ma voi vi assumete il compito di fare da mediatori nei confronti dei “colpevoli”: li avvertite che li abbiamo “pizzicati” e che, se non vogliono subire conseguenze legali, ci possono risarcire direttamente i danni per violazione di copyright (con uno “sconto”) attraverso di voi. Più autogoverno di così, lo stato non ci mette il becco e i conflitti vengono risolti dai diretti interessati…Peccato che l’anello debole della catena, in assenza di mediazioni politiche (nello specifico in assenza di un diritto alla difesa), che ovviamente non sono i discografici né gli ISP ma gli utenti, in questa transazione “autogestita”, se lo prenda in quel posto. Secondo esempio: un articolo apparso oggi su “Punto Informatico” riferisce delle polemiche relative alle noticine con cui, da qualche tempo, Google segnala la “pericolosità” (intesa come rischio di beccarsi qualche malware) di certe pagine che appaiono nei risultati di ricerca. Per alcuni è un prezioso servizio a tutela del consumatore, per altri (in prima linea ovviamente i segnalati) un arbitraria etichettatura non sempre meritata, ma invariabilmente devastante per la reputazione di chi la subisce. Anche qui siamo di fronte a un caso di “autogoverno”: la comunità si protegge dai malintenzionati senza bisogno di ricorrere a leggi, autorità sulla privacy, ecc. Peccato che lo “sceriffo” concentri nelle mani un potere tale che lo pone al riparo da ogni responsabilità in merito agli effetti dei suoi eventuali errori. Ma si sa, nel selvaggio West, quando le comunità locali si autogovernavano, tenendo lontani gli occhi indiscreti degli agenti federali, questo capitava spesso… Continua a leggere …
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Categoria: Economia. Inviato: Giovedì, 8 Febbraio, 2007.
Con irritante faccia tosta, il CEO di Google, Eric Schmidt, in un intervento pubblico a New York si è permesso, come riferisce Punto Informatico, di dare lezioni su Internet come strumento di free speech. Inutile ricordare la politica forcaiola che la stessa Google, in buona compagnia dei vari Yahoo e Microsot, ha adottato in Cina, contribuendo validamente alla costruzione della Muraglia Elettronica che separa quel Paese dal resto del mondo. Ma ancora più fastidiosa suona l’arroganza amerikana con cui viene presentato come paradigma di libertà un’interpretazione del Primo Emendamento della costituzione Usa in ragione della quale veramente libera sarebbe solo una Rete in cui 1) anche la propaganda neonazi fosse libera da censure, 2) si decidesse una buona volta di accantonare le pretese europee in materia di privacy (che tanto disturbano Google). Un’idea di libertà che coincide con gli interessi delle corporation hitech a stelle e strisce e buona per essere di volta in volta piegata ai fini del profitto aziendale. Purtroppo ci sono legioni di cibergonzi che si bevono l’ideologia del Web 2.0 profusa a piene mani da questi signori, senza distinguere fra uso sociale e sfruttamento commerciale delle tecnologie per la distribuzione-condivisione di contenuti autoprodotti (mettendo cioè sullo stesso piano principi libertari e ideologia neoliberista). Per chi voglia approfondire il tema, pubblico nella pagina interna il testo della puntata della versione cartacea di Effetto Albemuth, che uscirà fra qualche settimana sulla rivista “L’impaziente”.
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Categoria: Segnalazioni. Inviato: Lunedì, 5 Febbraio, 2007.
Prendendo spunto da un’intervista di Fini al “Corriere”, nella quale il leader di AN caldeggia l’ipotesi di rendere pubbliche le reti, e ricordando quanto già scritto in proposito in un precedente intervento sul suo blog, Alfonso Fuggetta lamenta la persistente confusione - alimentata in parti uguali da mondo politico e media - di un dibattito che, come si suol dire, mette il carro davanti ai buoi, nel senso che si avvita attorno ad una scelta “ideologica” (meglio il pubblico o il privato?) invece di entrare nel mertio del vero problema: quali obiettivi di politica industriale si vogliono realizzare? Condivido l’osservazione e invito a leggere i due post di Fuggetta.
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