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Effetto Albemuth

Notizie, commenti, conflitti e immaginari sulla e dalla Rete

Commenti ( ) Web e Storia

Per i tipi di Carocci è appena uscito uno stimolante libro dal titolo Web e storia contemporanea. Si tratta di un’opera postuma, in quanto l’autore Antonino Criscione (un insegnante di storia e filosofia appassionato, oltre che della propria materia, dei new media e delle inedite opportunità didattiche che essi offrono) è venuto a mancare nel 2004 (il volume, curato da Paolo Ferrari e Leonardo Rossi, è stato “montato” raccogliendo una serie di saggi e articoli). L’interesse fondamentale del lavoro di Criscione consiste soprattutto nel fatto che l’autore - pur non mancando di occuparsene - non concentra l’attenzione sulle ormai usurate diatribe fra il ”luddismo” della cultura umanista di stampo “tradizionalista” e il “tecnoentusiasmo” degli studiosi che annunciano “rivoluzioni culturali” a giorni alterni. A mio parere, il nucleo forte dell’opera segue piuttosto tre direzioni: 1) come muta lo statuto stesso delle discipline storiche a mano a mano che le nuove tecnologie di comunicazione trasformano in profondità il nostro modo di rappresentare il tempo e lo spazio (si tratta dunque di una tematica prettamente epistemologica, che affronta problemi di fondo quali il rapporto fra memoria - individuale e collettiva - e comunicazione ipertestuale); 2) come cambiano (o come potrebbero cambiare) le metodologie d’insegnamento della storia sfruttando il nuovo ambiente multimediale (e qui siamo in un campo di riflessione mediologico, che Criscione dimostra di ben padroneggiare ancorché lontano dalle sue competenze disciplinari); 3) come è immaginabile (a partire dalle prime concrete esperienze in tal senso, che vengono analizzate in alcune sezioni del libro) la costruzione di una “comunità vrtuale” di docenti-ricercatori di storia. Per quanto riguarda, in particolare, il terzo e ultimo filone di riflessione, ho apprezzato soprattutto l’approccio dell’autore nei confronti della costituzione di comunità di ricerca di “storici non professionali”. Pur senza cadere nel misticismo di un’intelligenza collettiva che si produrrebbe da sé, attraverso la logica stessa del mezzo, e senza chiudere gli occhi di fronte ai rischi di un certo “uso pubblico” della storia (vedi il ring dei siti “revisionisti” della destra radicale) che la costituzione di queste sfere amatoriali rischia di legittimare, Criscione mette in luce la necessità di fare i conti con l’irreversibile “perdita di aura” (non a caso le frequenti citazioni confermano il suo amore per un autore come Benjamin) cui il sapere storico “ufficiale” va incontro nell’era di Internet, stimolando i colleghi (ma il discorso andrebbe esteso a tutte le professioni intellettuali “certificate”) a prendere atto del fenomeno considerandolo come un’opportunità piuttosto che come una catastrofe.


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Commenti ( ) Due grossi calibri contro i paradossi della proprietà intellettuale

Due grandi istituzioni dell’economia e della cultura occidentali, il colosso dell’industria informatica IBM e la prestigiosa British Library, scendono in campo contro gli effetti perversi che un decennio di follie in materia di proprietà intellettuale, perpetrate da politici e lobbysti, hanno generato sui fronti della innovazione scientifica e tecnologica e della creatività intellettuale. La IBM, che detiene l’indiscusso primato del numero di brevetti industriali depositati da un’unica azienda privata, ha deciso, come spiega un articolo del New York Times, di pubblicare su Internet tutti i documenti relativi alle proprie domande per il riconoscimento di nuovi brevetti. Si tratta di una strategia di trasparenza che va decisamente in controtendenza, visto che in generale le imprese tendono a mantenere segrete questo tipo di pratiche, nel timore che qualcuno possa “copiare” le loro idee prima che il brevetto venga riconosciuto (anche perché, data la continua crescita delle domande e la difficoltà degli uffici brevetti a farvi fronte, i tempi fra richiesta e decisione si vanno sempre più allungando). Secondo il management IBM, vale tuttavia la pena di correre il rischio per combattere la piaga dei “falsi brevetti” (dai famigerati business method  patent agli pseudobrevetti depositati al solo scopo di bloccare - o ricattare con minacce di procedimenti legali - l’attività di ricerca dei concorrenti).

Ancora più significativo il passo della British Library che, come spiega il suo direttore Lynne Brindley in un’intervista a cnet.com, ha deciso di gettare tutto il peso del proprio prestigio nella lotta contro gli eccessi del copyright, pubblicando un manifesto in cui denuncia i paradossi provocati dall’abuso di tecnologie DRM, rivendicando fra l’altro la necessità di salvaguardare il principio di fair use (con un occhio particolare al diritto alla copia per motivi di ricerca scientifica e di tutela del patrimonio sociale delle conoscenze).


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Commenti ( 3 ) Pirati affondati? Non del tutto

Risultato parzialmente deludente per il Partito dei Pirati svedese. Il fatidico 4% (che avrebbe consentito l’ingresso in Parlamento) non è stato raggiunto e la formazione di Rickard Falkvinge è finita, con femministe, antieuropeisti e altri partitini alternativi nel calderone “altri partiti” (che hanno ottenuto poco più del 5% fra tutti). Perché parzialmente? Perché comunque (se è vero, come segnala oggi Punto Informatico, che il partito ha superato l’1%) si è verificata l’esistenza di un buon numerodi svedesi interessati a radicali riforme in materia di copyright, un interessante bottino da spendere in future azioni di lobbying. Del resto, è assai difficile che formazioni “one issue” che si professano rigorosamente apolitiche ottengano qualcosa di più: chi rifuta d’inquadrare i propri obiettivi concreti in una più ampia visione ideologica, è costantemente esposto al rischio che le sue rivendicazioni vengano riassorbite nel programma delle “vere” formazioni politiche.


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Commenti ( ) Maroni e gli altri

Stanno suscitando clamore le dichiarazioni raccolte ieri dal Corriere dell’ex ministro leghista Roberto Maroni, il quale, smentendo le scelte repressive che il suo stesso partito aveva avallato sottocrivendo la famigerata Legge Urbani, si è “autodenunciato” in quanto utente di reti p2p, invitando il Parlamento a prendere atto dell’urgenza di depenalizzare quella che è ormai una pratica sociale condivisa da milioni di utenti-consumatori. I commenti di altri politici, ripresi oggi da Punto Informatico, confermano, da un lato, la trasversalità politica di atteggiamenti sul tema (con esponenti di destra e sinistra più o meno equamente distribuiti sui due fronti), mentre segnalano dall’altro il ritardo complessivo di una cultura di sinistra che ci si aspetterebbe di trovare schierata più o meno compattamente sul fronte della democratizzazione dell’accesso alla conoscenza. I motivi ideologici per cui ciò non avviene sono di varia natura:dalla presunta esigenza di tutelare i livelli di occupazione nell’industria culturale (prendendo per buoni gli argomenti pretestuosamente agitati dai discografici - e dimostrando così di non avere capito nulla delle dinamiche dei processi produttivi e distribuitivi dell’economia immateriale), all’identificazione-confusione fra istanze di democratizzazione della conoscenza e istanze di liberalizzazione del mercato (cui pure la sinistra si mostra fin troppo sensibile in altri campi), alla tradizione “legalista” (se una cosa è illegale non si fa e basta) che da qualche decennio si è istaurata nella cultura della sinistra istituzionale. In attesa che questi “crampi” ideologici si sciolgano, non resta che sfruttare tutte le brecce (ben vengano anche quelle aperte da un Maroni) che indeboliscono il fronte dell’ottuso allineamento della politica a difesa degli interessi corporativi dell’industria culturale.    


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Commenti ( ) La controrivoluzione è finita? Temo proprio di no

Le celebrazioni del quinto anniversario dell’11/9/2001 sono avvenute in un bizzarro clima “ovattato”, in cui i grandi media e i leader politici di tutto il mondo occidentale hanno tentato di accreditare la tesi secondo cui la fase più “paranoica” della guerra al terrorismo scatenata dall’amministrazione Bush si sarebbe ormai esaurita. Riconosciuti (implicitamente se non esplicitamente) i gravi errori commessi in Iraq, l’America starebbe abbandonando la strategia unilateralista per tornare a scelte concordate con i partner europei. Questi ultimi, a loro volta, si sarebbero finalmente assunti le responsabilità derivanti dai loro interessi economici, politici e militari per impegnarsi attivamente sul doppio fronte della repressione del terrorismo e della mediazione politica con le componenti dell’Islam moderato. Un nuovo corso che trova la sua più evidente espressione nella risoluzione Onu che ha favorito la fine del conflitto libanese. E’ una lettura che dà per scontato che l’obiettivo della controrivoluzione dei neocons fosse esclusivamente quello della vittoria militare sul campo, e che una volta verificata l’impossibilità di realizzarlo tutto stia rientrando nella “normalità”. Personalmente, ritengo invece che l’obiettivo principale fosse quello di imporre al mondo una drastica riduzione degli spazi di democrazia partecipativa che l’evoluzione economica, culturale, sociale e culturale aveva dischiuso nell’ultimo decennio del secolo scorso. Un disegno che, per quanto riguarda specificamente il mondo della Rete, è stato perseguito attraverso l’alleanza fra interessi monopolistici delle industrie hi tech, dell’informazione e dell’entertainment, governi e istituzioni finanziarie transnazionali. La controrivoluzione non è finita, semmai sta allentando la morsa perché nella sostanza, ha purtroppo già raggiunto buona parte dei suoi obiettivi: ridimensionamento degli spazi di socializzazione e cooperazione dal basso a favore degli spazi commerciali, imposizione di leggi draconiane sulla proprietà intellettuale per accelerare la “recinzione” dei commons immateriali, attacco frontale ai diritti di privacy e imposizione di un regime di controllo poliziesco globale sull’intera rete mondiale dei nuovi media. Massimo Mantellini in uno dei suoi Contrappunti su Punto Informatico, si dichiara ottimista in merito all’impotenza dei “poteri forti” che aspirano a controllare e imbrigliare Internet di fronte all’inarrestabile proliferazione di canali e strumenti che consentono a milioni di comunicatori amatoriali di garantire visibilità e trasparenza a qualsiasi evento di un qualche interesse si verifichi nel mondo, ma a mio parere la mera contrapposizione fra informazione “dal basso” e informazione “pilotata” non è purtroppo in grado di garantire un’inversione di tendenza, soprattutto perché l’informazione dal basso riflette quelli che sono di volta in volta i rapporti di forza fra gli interessi in conflitto non meno dell’informazione professionale. Non resta dunque che piangere? No, ma il lavoro da fare per invertire la rotta è davvero impressionante, e le condizioni in cui lo dovremo fare rischiano di peggiorare ulteriormente.


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Commenti ( ) Pirateria etica

Mentre il partito dei pirati mette radici anche in Germania, e in attesa di verificare la capacità di “appeal” elettorale che la “casa madre” svedese riuscirà a esercitare nelle elezioni che si terranno fra non molto nel Paese scandinavo, proliferano anche da noi le iniziative politiche che potrebbero creare i presupposti per la nascita di un’analoga esperienza italiana. Fra le più interessanti, mi pare meriti una segnalazione la comunità di utenti di tecnologie p2p che si raccoglie attorno alla sigla di Scambioetico. Sulla home page del sito compare il “manifesto” che già da qualche anno ispira l’esperienza del netwok di condivisione tntvillage, e che può essere sintetizzato in alcuni principi etici di fondo, come l’impegno a non scambiare opere tutelate da copyright per i primi 18 mesi successivi alla loro prima divulgazione (un limite di tempo oltre il quale, si dice, crolla verticalmente il potenziale commerciale), la disponibilità a ritirare dal circuito di scambio determinati file ove i detentori dei diritti ne facciano esplicita richiesta, e infine la disponibilità a trattare con l’industria culturale pagamenti forfettari agli aventi diritto onde poter continuare a condividere i materiali in questione. La “filosofia” che governa il progetto mira dunque esplicitamente al raggiungimento di una sorta di armistizio fra il popolo dei downloader e l’industria culturale, ponendo fine all’inutile (dal punto di vista dell’efficacia repressiva) e incivile (dal punto di vista della drastica riduzione dei diritti fondamentali del cittadino-consumatore alla privacy e all’accesso alle conoscenze) guerra legale in atto da alcuni anni. Come segnalato qualche giorno fa da Punto Informatico, il manifesto di Scambioetico viene ora riproposto come un vero e proprio appello di mobilitazione politica rivolto ai utenti della Rete, governo e partiti per sollecitare una radicale revisione dell’attuale quadro legislativo in materia di proprietà intellettuale. Da me raggiunto via mail, Luigi di Liberto, uno degli animatori del progetto, mi ha confermato l’interesse suscitato dall’iniziativa rivelando che il network conta già 75.000 iscritti: potrebbero essere la “base” di una sezione italiana del Parito dei Pirati?  


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Commenti ( 1 ) Il manifesto dei pirati

Il Partito dei Pirati, nato in Svezia qualche mese fa per contrastare le crociate legislative contro il file sharing, si prepara ad affrontare la prova delle elezioni. Il programma del partito è accessibile solo a chi conosce lo svedese, ma la filosofia che lo ispira è condensata in un manifesto in inglese più che sufficiente per capirne il progetto politico. Qualificandosi come un tipico “one issue mouvement” (movimento concentrato su un unico obiettivo), il partito rivendica la più rigorosa apoliticità, nel senso che si dichiara disposto a sostenere indifferentemente un governo socialdemocratico o conservatore a condizione che l’uno o l’altro aderiscano alle sue richieste di intransigente difesa della privacy e della libertà di condivisione di idee, conoscenze e informazioni in rete. E’ facile prevedere che nessuno dei due schieramenti ufficiali risponderà all’appello. A meno che…

Se il partito riuscisse a entrare nel Parlamento svedese (occorre superare il 4% dei voti, e i sondaggi non escludono apriori che ciò possa avvenire, dato che sono molti i giovani simpatizzanti dei Pirati che voteranno per la prima volta) potrebbe diventare - visto l’equilibrio fra i due schieramenti in campo - l’ago della bilancia per poter formare un governo, e allora…


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Commenti ( ) L’allarme di Mantellini

Con un articolo su Punto Informatico di oggi, Mantellini tenta di rilanciare la discussione sul grave caso di autocensura di cui è stato protagonista il New York Times la scorsa settimana. Com’è noto, il quotidiano americano ha “chiuso” ai lettori inglesi l’accesso a un articolo che sollevava dubbi in merito alle verità ufficiali sull’effettiva portata del complotto per far saltare una serie di aerei diretti verso gli Stati Uniti. Mantellini fa giustamente osservare come le motivazioni addotte dal Times (il rispetto della legislazione inglese in merito alla limitazione delle informazioni su processi in corso) ignorino (o fingano di ignorare) il carattere intrinsecamente transnazionale di tutto ciò che viene pubblicato in Rete, il che arruola l’autorevole quotidiano nella schiera dei big media (vedi gli amichevoli rapporti che Google e Yahoo intrattengono con il governo cinese) disposti a sacrificare il principio della libertà d’informazione sull’altare del potere politico. Ma Mantellini insiste soprattutto (e se ne preoccupa) sulla scarsa reazione che il caso sembra avere esercitato. Condivido la preoccupazione, ma confesso di non stupirmi più di tanto di questa apatia: la “riforma” di Internet che i grandi interessi politici ed economici (governi e corporation in combutta) hanno avviato a partire dall’11 settembre 2001 ha ormai inciso in profondità non solo su tecnologie, valori, abitudini e comportamenti, ma anche sui livelli di consapevolezza dei “cittadini della rete” (anche perché la percentuale degli “utenti comuni” è nel frattempo vertiginosamente cresciuta). Il che significa che le mobilitazioni spontanee per eventi come questo saranno sempre più rare, e che ogni campagna per difendere gli spazi di libertà dovrà essere adeguatamente preparata e organizzata. 


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