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Effetto Albemuth

Notizie, commenti, conflitti e immaginari sulla e dalla Rete

Commenti ( 1 ) Indulto, rete e democrazia

Prima di sospendere le attività per un mese (riprenderò a postare i miei interventi fra fine agosto e primi di settembre) consegno ai lettori un’ultimo spunto di riflessione a partire da due interventi, il primo di Massimo Mantellini su Punto Informatico il secondo di Pier Luigi Tolardo su Zeus News, che affrontano il tema delle recenti, furiose polemiche politiche in merito all’indulto, mettendolo in relazione con la problematica dei rapporti fra democrazia e Rete. Tolardo, dopo avere richiamato l’attenzione sulla “trasversalità” degli schieramenti in campo (da un lato Ulivo, Rosa nel Pugno, ex Dc e Forza Italia, dall’altro Di Pietro , magistrati di sinistra Lega e AN), polemizza con la severa condanna di Bertinotti nei confronti dell’iniziativa di Di Pietro di pubblicare i nomi dei parlamentari che hanno votato l’indulto. “Il Parlamento deve essere una casa di vetro, scrive Tolardo, la democrazia rappresentativa si fonda sulla pubblicità degli atti parlamentari” e se davvero si volessero avvicinare i cittadini alle istituzioni, aggiunge, bisognerebbe sempre pubblicare sul web le modalità di voto di tutti i parlamentari. Mantellini sottolinea invece il “silenzio” dei politici-blogger sulla vicenda , con l’ovvia eccezione di Di Pietro il quale, assieme al vulcanico Beppe Grillo, ha monopolizzato il flusso delle proteste delle migliaia di cittadini-elettori che hanno scelto Internet come canale per esprimere il loro disaccordo nei confronti del provvedimento votato dal Parlamento. Ma l’osservazione più interessante (e a mio parere più pertinente), di Mantellini è quella relativa alla radicalizzazione dei punti di vista che la comunicazione on line tende a produrre, una radicalizzazione che, a suo parere, è una delle ragioni fondamentali della mancata interazione fra palazzo e cittadini e, quindi, del fallimento di tante speranze sul ruolo di Internet come strumento di allargamento della democrazia. Ma la radicalizzazione è anche causa, aggiungerei, del fatto che la protesta canalizzata dai “populisti della rete”, come la coppia Di Pietro-Grillo, mobilita una minoranza chiassosa che (ancorché numericamente consistente) sbarra la strada al coinvolgimento di posizioni più articolate e sfumate nel dibattito online. Insomma, la “militanza” on line sembra non lasciare spazio a chi non nutre certezze, e la “trasversalità” di cui parla Tolardo rischia di coagulare soggetti anche molto distanti fra loro ideologicamente, compattandoli su istanze “forcaiole” (ecco perché non sono altrettanto entusiasta della pubblicazione dei nomi dei votanti, una atto politico che rischia di trasformare le istanze di trasparenza in invito alla gogna e alla delazione). Per concludere: la richiesta di partecipazione democratica attraverso in nuovi media otterrà (forse) qualche risultato se non degenererà in quelle pratiche “cyberpopuliste” contro cui mi sono già espresso in varie occasioni.


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Commenti ( ) I consiglieri del principe

Più che come consiglieri costituzionali, i membri della Corte Costituzionale francese si sono comportati come “consiglieri del principe” (dove il principe non è lo Stato che dovrebbero servire, ma gli interessi dell’industria culturale). La loro decisione in materia di copyright, rovesciando recenti aperture in senso liberale del legislatore transalpino, legittima infatti durissime sanzioni nei confronti di sviluppatori e utenti del software p2p (fino a tre anni di reclusione e megamulte). Come se questo non bastasse, viene ampiamente incontro alle esigenze di Apple, imbufalita per un progetto di legge (ora di fatto affossato) che l’avrebbe obbligata ad “aprire” la sua tecnologia DRM, ed infine, dulcis in fundo, affossa ogni residuo di fair use, negando il diritto alla copia privata di backup. Anche la gloriosa tradizione giuridica francese (fondata sulla scrupolosa osservanza dei diritti dei cittadini) è dunque pronta ad andare in pensione e ad arrendersi senza condizioni ai nuovi legislatori globali, le multinazionali dell’entertainment.


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Commenti ( ) Bloggando attraverso il fronte

Segnalo l’interessante articolo con cui il New York Times analizza un nuovo fenomeno relativo ai blog di guerra: a quanto pare, i blogger di entrambe le parti coinvolte nel conflitto in corso fra Israele e Libano non si stanno limitando a testimoniare davanti al mondo le proprie paure, speranze,delusioni e rabbie, o a cercare solidarietà fra i propri connazionali, ma tentano anche di intrecciare dialoghi diretti con il “nemico”. Senza volerne sopravvalutare l’impatto (che purtroppo per il momento appare limitato), questo fenomeno (che somiglia un po’ alla versione virtuale dei dialoghi a distanza che nella prima guerra mondiale si intrecciavano fra opposte trincee nei momenti di calma), rappresenta, almeno potenzialmente, un formidabile strumento per sfuggire alle immagini stereotipate che le macchine propagandistiche dei Paesi in guerra proiettano sul nemico, disumanizzandolo e giustificando qualsiasi orrore.  


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Commenti ( 1 ) Scuse con invito a riscrivere

Controllando i commenti, come al solito mischiati a tonnellate di spam, avevo letto un interessante intervento critico sul mio ultimo post, relativo ad una ricerca di Pew Internet sulla blogosfera Usa. Mi apprestavo a pubblicarlo e a rispondere ad alcune sollecitazioni, ma sono incorso in un infortunio di tastiera, cancellandolo insieme allo spam. Me ne scuso con l’autore, invitandolo, ove ne avesse tempo e voglia, a riproporre le sue considerazioni…


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Commenti ( 1 ) Foto di famiglia

Ha l’aria di una foto di famiglia (ancorché numerosissima) il ritratto della blogosfera che emerge dalla ricerca che Pew Internet & American Life Project ha condotto su un campione di 233 blogger, considerato rappresentativo dei 12 milioni di blogger americani (cifra che rappresenta l’8% degli utenti Internet e il 4% di tutti i cittadini Usa). Perché ritratto di famiglia? Perché più della metà degli intervistati ha dichiarato di svolgere questo tipo di attività per dare sfogo alla proprie esigenze di espressione e di rivolgersi a una ristretta audience di amici con cui scambiare esperienze ed emozioni di natura personale e privata. Solo un terzo del campione ha velleità giornalistiche (fra i temi prediletti, nell’ordine, politica, spettacolo, sport e news). Confermando che il blog resta, nella grande maggioranza dei casi, una sorta di diario online e/o di personal media per gestire relazioni di (piccolo) gruppo, la ricerca si ridurrebbe a una scoperta dell’acqua calda, se non fosse per una serie di altri dati interessanti (emersi anche dall’analisi delle risposte di un più ampio campione di 7000 adulti - fra cui 4000 utenti abituali di Internet). Eccone alcuni: il 39% degli utenti legge uno o più blog (il media cattura audience a prescindere dalle intenzioni giornalistiche), il 54% dei blogger ha meno di 30 anni (il media è giovane), la percentuale dei bianchi è meno elevata fra i blogger che fra gli utenti della rete (60% contro il 74% - il media da voce alle minoranze). Insomma: non è (se non in misura marginale) giornalismo, ma è una nuova forma di raccontare/raccontarsi che interessa tutti.    


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Commenti ( ) Valboni: perché abbiamo aperto a ODF

Segnalo l’interessante intervista che Andrea Valboni, manager di Microsoft Italia e uno degli esponenti più aperti al mutamento nell’ambito del mondo del software proprietario, ha rilasciato a Punto Informatico. Il tema è il nuovo (dopo il recente accordo con Creative Commons), sorprendente passo che il gigante di Redmond ha compiuto in direzione di una politica più aperta in materia di interoperabilità e di convivenza con il mondo del software open spource. Mi riferisco, ovviamente, all’annuncio di offrire agli utenti della suite Office l’opportunità di utilizzare e gestire il formato aperto Open Document (ODF). Nell’intervista Valboni invita a non interpretare queste decisioni come segnali di una nuova rotta di Microsoft, ma la mia sensazione - come ho recentemente scritto sul Corriere della Sera dopo aver parlato con lo stesso Valboni in merito alla vicenda Creative Commons -, è che si tratti di smentite puramente formali: fra le righe è facile intuire come un cambio di rotta sia effettivamente in atto, per cui, a mio parere, dovremo attenderci nuove sorprese. 


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Commenti ( ) Telecinesi: da Troisi a BrainGate

Avete presente la spassosa scena di un film dell’indimenticabile Troisi? Il protagonista cerca inutilmente di far muovere un oggetto (se ricordo bene un secchio o qualcosa del genere) con la sola forza del pensiero. E’ il grande sogno della telecinesi, che maghi e illusionisti mettono in scena con i loro trucchi ,e che (ma è tutto da verificare) alcuni mistici orientali sarebbero effettivamente riusciti a realizzare. L’immaginario fantascientifico aveva escogitato una via più rapida per arrivarci: quella del cyborg, capace, grazie alle interconnessioni neurali con le macchine, di controllare a distanza l’ambiente in cui opera. E, come puntualmente avviene da qualche decennio, la tecnoscienza ha trasformato in realtà le visioni della fantascienza: così Punto Informatico torna oggi sull’incredibile esperimento di BrainGate il dispositivo che consente a un tetrapleigico di interagire con il mondo trasmettendo i suoi impulsi cerebrali alle periferiche di un computer. Per chi volesse approfondire l’argomento (che ha conquistato la copertina di Nature) è possibile consultare il sito della Cyberkinetics l’impresa che ha progettato e realizzato la tecnologia. Un altro passo verso la realizzazione scientifica di “miracoli” che per millenni sono stati appannaggio della religione, la cui aura mistica rischia sempre più spesso di essere trasferita sulla tecnologia.


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Commenti ( ) Zidanemania

Su Punto Informatico di oggi trovate tutti i link per navigare tra gli innumerevoli video relativi al tormentone Zidane-Materazzi che centinaia di filmaker dilettanti hanno uploadato su vari siti. C’è di tutto: ipotesi più o meno fantasiose sul dialogo fra i due, ricostruzioni “noir” o al contrario umoristiche dell’episodio, spericolati montaggi, sfottò nei confronti di uno dei due (o di entrambi) protagonisti e via divagando.   


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Commenti ( 1 ) Tagliare il welfare? meglio risparmiare sul software

Prima di mettere mano (tanto per cambiare) alla spesa sociale, non sarebbe il caso di risparmiare sui 481 milioni di euro (dato del 2004) che le PA spendono ogni anno per acquisire licenze software? Se lo chiede, e ce lo chiede (invitandoci a sottoscrivere una lettera aperta a Prodi sull’argomento) l’associazione Hackaserta, sollecitando il governo ad adottare il software libero.


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Commenti ( ) Mercanti di censura

Che le corporation americane “vendano censura” non è certo una novità: da Microsoft a Yahoo, passando per i “superbuoni” di Google, tutti si sono rivelati più che disponibili a offrire ai governi totalitari (dalla Cina a Singapore) gli strumenti per impedire ai propri cittadini l’accesso a informazioni “scomode”, o addirittura per identificare e perseguire i dissidenti. Tuttavia,visto che questa pratica peggiora ulteriormente l’immagine degli Stati Uniti, già penalizzata dalle conseguenze delle scelte unilaterali in materia di politica internazionale, il Congresso si appresta a varare una legge (denominata Global Online Freedom Act of 2006) che impedirebbe alle imprese americane di vendere a un elenco di Paesi classificati come antidemocratici tecnologie utilizzabili per opprimere i propri cittadini…Tutto bene? Non proprio, nel senso che con questa decisione gli Stati Uniti accentuerebbero ulteriormente il loro unilateralismo “imperiale”, tentando di imporre agli altri quelle regole che loro stessi (almeno dopo l’11 settembre 2001) si guardano bene dal rispettare. Vecchia storia: basti pensare alle accuse di crimini di guerra mosse da chi non rispetta le convenzioni di Ginevra…Ma se volete divertirvi andate a leggere il commento che il Washingont Post dedica alla vicenda. Un commento apertamente critico nei confronti della proposta di legge, non per le considerazioni appena fatte, bensì perché nega al governo il diritto di limitare le opportunità di profitto delle imprese all’estero per motivi “ideologici”. Come dire: le stesse tecnologie che da noi servono ad ampliare la libertà (non sempre!) altrove possono servire a restringerla, ma questo non è affare che riguardi chi le vende. 


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