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Effetto Albemuth

Notizie, commenti, conflitti e immaginari sulla e dalla Rete

Commenti ( ) Il vescovo e il monaco

Da qualche tempo il dibattito sulla rivoluzione digitale si concentra soprattutto sugli interrogativi che ruotano attorno al “che fare” con le nuove tecnologie, svariando dalla politica (come usare la rete per allargare o difendere la democrazia e la privacy), all’economia (come impedire la concentrazione del potere nelle mani dei monopoli hi tech), al diritto (come frenare la continua espansione dei diritti dell’industria culturale a scapito di quelli dei consumatori), ecc. Sembra essersi al contrario ridotta l’attenzione sui dubbi relativi al “che cosa ci fanno” le nuove tecnologie, o, per dirla altrimenti: come muta il soggetto umano esposto alla rapidissima evoluzione dell’ambiente tecnomediatico in cui è sempre più immerso? A rilanciare la riflessione contribuiscono due “eventi” editoriali che segnalo all’attenzione dei lettori. Il primo è l’uscita di un nuovo libro di Ray Kurzweil, intitolato The Singularity Is Near. La singolarità di cui si parla è il presunto momento storico nel quale, secondo i teorici dell’Intelligenza Artificiale “forte”, l’intelligenza delle macchine supererà quella umana. In una lunga intervista pubblicata dal Washingotn Post, Kurzweil parla del libro e risponde alle domande dei lettori del quotidiano in merito alle sue previsioni relative all’evoluzione tecnologica nei prossimi cinquant’anni. Da bravo “vescovo” (Kurzweil, assieme a Moravec  e Kevin Kelly, è uno degli esponenti di punta di quell’ala “apologetica” della rivoluzione tecnologica che indica nella tecnoscienza la soluzione di tutti i problemi dell’umanità) il nostro ripropone l’intera gamma delle promesse escatologiche (salute eterna, immortalità, ricchezza) che la religione neotecnica ci propina dall’inizio degli anni ‘90. Sul fronte opposto, segnalo l’uscita (per i tipi di DeriveApprodi) di Skizomedia.Trent’anni di mediattivismo, di Franco Bifo Berardi. Un fascicolo in formato rivista che raccoglie una serie di materiali assemblati fra il 2004 e il 2005 dall’autore e dai ragazzi che hanno seguito il suo corso di Elementi di storia sociale della comunicazione all’Accademia delle belle arti di Brera. In questa sede mi interessa però soprattutto segnalare il breve ma denso saggio introduttivo di Bifo: se Kurzweil è il vescovo della tecnoreligione, Bifo indossa qui i panni del monaco che denuncia la miseria umana prodotta dall’uso capitalistico delle tecnologie esaltate da Kurzweil. Intendiamoci: Bifo non è mai stato, né è oggi diventato, “tecnofobo”. Anzi, in queste pagine ribadisce la sua affinità elettiva con quelle culture del mediattivismo che devono la loro stessa esistenza all’ambiente mediatico generato da Internet. Insiste tuttavia sul fatto che la mutazione antropologica indotta dal riassorbimento di corpo, sensibilità ed emozioni nell’infosfera digitale è un processo doloroso che ha fatto della “prima generazione videoelettronica” un tipo umano deprivato di fondamentali strumenti relazionali. Ecco perché il compito del mediattivismo non è soltanto quello di produrre controcultura e contendere al capitalismo immateriale il controllo della rete, ma è anche e soprattutto quello “terapeutico” di ricostruire spazi sociali capaci di generare sensibilità e ricchezza emotiva.     


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Commenti ( ) I vandali costringono alla resa Wikipedia

Notizia che covava da tempo, quella che Punto Informatico pubblica sul numero di oggi: i continui e ripetuti interventi di troll che “sporcano” le voci, hanno costretto Wikipedia a rinunciare al principio della redazione cooperativa e aperta a tutti dei propri contenuti. L’ormai celeberrima enciclopedia online, assurta a simbolo della possibilità che un’armata di collaboratori volontari e non professionisti riescano, grazie alle dinamiche di rete, a sfornare un prodotto di qualità paragonabile a quella di un’agguerrita equipe di esperti, ha deciso di “blindare” una serie di argomenti, consentendo eventuali modifiche esclusivamente agli utenti registrati e “garantiti” del progetto. Naturalmente non mancheranno le denunce ideologiche del “tradimento” nei confronti dello spirito originario del progetto, ma la verità è che l’utopia è fatalmente destinata a divorare se stessa. Il che non esclude minimamente la possibilità che i suoi principi possano contribuire a migliorare radicalmente il mondo… 


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Commenti ( ) Guerra al terrorismo o crociata per il copyright?

Sul Washington Post di oggi due articoli, pur occupandosi di temi apparentemente diversi, possono essere letti come un unico, significativo indizio di come la stretta alleanza fra amministrazione Usa e corporation dell’industria culturale abbia creato i presupposti di una sostanziale “convergenza” fra guerra al terrorismo e crociate per la tutela del copyright. Da un lato l’Amministrazione spalleggia l’industria culturale minacciando di ritorsioni economiche i paesi che (come Russia e Cina, ma anche diverse nazioni europee) non adottano (o non fanno rispettare) leggi sufficientemente rigide in materia di proprietà intellettuale, dall’altro le imprese private mettono a disposizione del governo i dati sensibili sui propri clienti, in modo da consentire operazioni di data mining finalizzate alla ricerca di eventuali comunicazioni fra terroristi (un accordo che consente alle agenzie governative di raccogliere surrettiziamente informazioni che per vie diverse potrebbero ottenere esclusivamente con il consenso del giudice). Un’ulteriore conferma, se mai ve ne fosse stato ancora bisogno, che attacco alla privacy e attacco alla libera condivisione di informazioni, idee e conoscenze sono due facce della stessa medaglia.  


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Commenti ( ) Artisti per la neutralità della Rete

Molti, come segnala oggi ”Punto Informatico”, gli artisti impegnati in varie iniziative di fiancheggiameto al comitato Save The Internet, associazione che lotta per tutelare la neutralità della Rete. Fra i tanti contributi, si distingue l’inno (una “rilettura” del celebre successo di Bob Dylan, “Mr. Tambourine Man”) che tre cantautrici americane riunitesi in band hanno composto per l’occasione. Il pezzo si chiama “God Save The Internet” ed è liberamente scaricabile. Merita un’occhiata anche un breve videodocumentario pubblicato sul sito Youtube


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Commenti ( 3 ) Cyberpopulismo o cyberemocrazia?

Sta ottenendo una certa attenzione l’ennesima inziativa di Beppe Grillo, sempre più lanciato nella hit parade della blogosfera mondiale. Mi riferisco, ovviamente, alle proposte programmatiche in materia di economia, informazione, sanità, energia pubblicate sul blog di Grillo sotto il titolo Primarie dei Cittadini, proposte che hanno suscitato un’ampia partecipazione e un vivace dibattito sia fra i numerosissimi lettori-fan del blog, sia da parte di alcuni personaggi politici dell’Unione (Bertinotti, Pannella, Cappato, Di Pietro, Pecoraro Scanio fra gli altri). Come ha raccontato Punto Informatico, Grillo ha personalmente consegnato le proposte al presidente del Consiglio Romano Prodi, unitamente a una raccomandata a mano con relativa lettera di licenziamento nel caso le proposte non venissero valutate. Il testo della raccomandata viene firmato dal “Datore di lavoro”, alludendo al rapporto di ”dipendenza” che dovrebbe intercorrere fra i politici e il popolo che li elegge quali propri rappresentanti. Ora è proprio in quest’ultima trovata, ancorché ironica, giocosa e provocatoria che, a mio parere, si annida il demone populista che caratterizza una certa interpretazione della cyberdemocrazia. Com’è noto, la comunità dei blogger italiani, “snobba” l’enorme seguito che Grillo è riuscito a conquistare fra i “cittadini della rete” italiani (e non solo), sostenendo che il blog del comico-agitatore rappresenta una sorta di escrescenza della logica dei vecchi media in Internet, mentre “non conta nulla” agli occhi dei “veri” membri della blogosfera (vedi in merito alcune battute nei commenti a un recente post di questo blog). Questo rifiuto snobistico maschera l’imbarazzo nei confronti di un fenomeno che dimostra in modo evidente l’impossibilità di contrapporre drasticamente le dinamiche comunicative di vecchi e nuovi media. Certo, la rete non funziona come la tv, ma ciò non toglie che possa rivelarsi funzionale a logiche di costruzione del consenso che presentano forti analogie con quelle del populismo plebiscitario televisivo. Per approfondire l’analisi, occorre partire dalla crisi delle procedure e dei principi della democrazia rappresentativa e dalla loro progressiva integrazione-sostituzione ad opera di dispositivi di formazione del consenso attraverso i media (tutti i media: i vecchi come i nuovi). Fra gli effetti più evidenti di tale crisi è il dilagare del populismo a destra come a sinistra: le adunate leghiste, i bagni di folla televisivi berlusconiani, le mobilitazioni dei girotondini, le iniziative alla Grillo in rete, ecc condividono un presupposto di fondo, e cioè l’esaltazione del “popolo” e la denigrazione del “palazzo” (se non fate quello che vuole il popolo sarete appunto licenziati). Un’ideologia che sovverte il principio base della democrazia rappresentativa in nome di una democrazia diretta che di tale ha solo il nome (in quanto non funziona attraverso la partecipazione ma attraverso un nuovo tipo di delega - plebiscitaria - nei confronti del leader carismatico di turno). Ciò detto, e aggiunto che non ho la minima fiducia nella possibilità di restaurare sani (?) principi di rappresentanza democratica, è da considerare definitivamente fallita l’utopia della rete come incubatore di nuovi modelli di democrazia diretta? Non credo, ma certamente occorre chiudere la fase “ingenua” della narrazione utopistica e iniziare a lavorare (come sta facendo, fra gli altri, uno Stefano Rodotà) alla difficile impresa di definire procedure e principi di una possibile cyberdemocrazia a venire (evitando di ritagliarli su esperienze e modelli delle comunità pionieristiche, e ragionando piuttosto in funzione dei problemi suscitati da un’utenza di massa).


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Commenti ( ) La “pentita” Hilary Rosen

Le denunce contro i singoli utenti di software di file sharing? Un errore, meglio sarebbe cercare un compromesso fra discografici, softwarehouse, comunità tecnofile e consumatori per “normalizzare” il rapporto fra mercato musicale e tecnologie p2p. Il modello di business Apple, fondato sull’accoppiata iTunes/iPod? Rappresenta solo un’infima frazione del mercato potenziale della “musica liquida” e rischia di frenarne lo sviluppo a causa della rigidità dei sistemi DRM adottati da Apple. A sostenere queste tesi non è un critico radicale degli oltranzisti del copyright bensì, udite udite, quella Hilary Rosen che, fino a non molto tempo fa, era a capo della potente associazione dei discografici Usa, la famigerata RIAA. Il “pentimento” della Rosen emerge dalla lettura di un post del suo blog, ospitato sul The Huffington Post. Cosa le ha fatto cambiare idea (anche se lei sostiene che sotto la sua direzione le strategie della RIAA erano molto più rivolte a contrastare la pirateria digitale in quanto business che i comportamenti dei consumatori)? Forse la pioggia di accuse e di critiche che ammette di continuare a ricevere da parte dei lettori della sua pagina web. Ma personalmente ritengo che l’interesse principale della vicenda nasca piuttosto dal fatto che essa è un’ennesima dimostrazione del cinismo di una cultura manageriale fondata sulla totale scissione fra etica e profitto: la Rosen donna può anche avere certe idee in merito a ciò che sarebbe giusto e sensato fare, ma la Rosen presidente della RIAA - almeno finché ha incarnato quel ruolo - ha agito nel modo che riteneva le procurasse più prestigio (e quattrini), mettendo a tacere gli scrupoli che solo oggi si concede di esternare.


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Commenti ( 7 ) Titolo depistante

Sulla terza pagina del Corriere della Sera in edicola oggi, è uscito un mio articolo sul tema del digital divide che prende spunto da un recente libro di Laura Sartori (”Il divario digitale”, editore il Mulino). Forzando molto il contenuto, la redazione ha titolato il pezzo “Rete globale, solo un gioco da ricchi”. Le tesi che sostengo (per chi voglia prenderne visione direttamente è possibile scaricare il pezzo dal sito del Corriere, cliccando sulla sezione “sul Corriere di oggi” e registrandosi - la registrazione è libera) è assai più complessa: la Sartori sostiene (e io condivido) che il divario digitale non è un mero problema di “ritardo” economico e culturale che il mercato provvederà a colmare spontaneamente nel giro di qualche anno, bensì l’effetto di una serie di cause complesse che solo un vigoroso impegno politico potrebbe affrontare. Nel pezzo aggiungo alcune considerazioni critiche sul mito ideologico della natura “intrinsecamente” democratica della rete (nessuna tecnologia è, di per sé, democratica né autoritaria), il che non implica che io ritenga Internet “un gioco da ricchi”. Fatta questa precisazione mi farebbe piacere raccogliere il parere dei lettori in merito al tema…         


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Commenti ( ) La rivolta degli innovatori

Segnalo due interessanti notizie su Punto Informatico di oggi. La prima si riferisce alla decisione di Tiscali di sospendere il proprio servizio di distribuzione di musica online, decisione che viene motivata dalle pretese sempre più esose accampate dalle major. La seconda riguarda una mail che il noto sito d’aste eBay ha inviato a un milione di utenti registrati, invitandoli a mobilitarsi per appoggiare la campagna politica per la difesa della neutralità della Rete, minacciata, come già più volte segnalato anche su queste pagine, dalla pressione delle Telecom nei confronti di molti governi (compreso il nostro), perché divenga possibile richiedere tariffe differenziate fra traffico “normale” e distribuzione di contenuti a valore aggiunto (fra Internet dei poveri e Internet dei ricchi, per tradurre in uno slogan). Che rapporto c’è fra le due notizie? L’elemento comune è la “discesa in campo” di due imprese che hanno svolto un ruolo di punta nell’innovazione culturale e produttiva degli ultimi anni contro quei colossi della “vecchia economia” che, pur operando in settori molto diversi, fondano il loro potere su posizioni di rendita monopolistica (monopolio sui cataloghi nel caso delle major, monopolio sulle infrastrutture di rete nel caso delle telco).       


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Commenti ( ) C’è sempre un altro treno…

Il ruolo dell’Italia nei settori dell’ICT? Inutile farsi troppe illusioni: per quanto riguarda l’innovazione tecnologica il nostro Paese ha ormai perso i treni più importanti…A tutti quelli si sono sentiti ripetere simili discorsi fino alla nausea, consiglio di prendere una boccata d’aria fresca leggendo un articolo  di Alfonso Fuggetta che fin dal titolo (”Il treno dell’innovazione non è ancora perso”) ribalta questa prospettiva: nell’era dell’economia della conoscenza di treni ne partono in continuazione e per salirci sopra occorre solo coraggio, creatività e spirito d’iniziativa. E magari non guasta che lo Stato dia una mano, accantonando decenni di sparate ideologiche contro l’invadenza del pubblico (senza dimenticare che sono stati proprio i paesi più legati alla tradizione liberista, ci ricorda Fuggetta, a sfruttare al meglio le opportunità generate da lungimiranti strategie di politica industriale).        


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Commenti ( ) L’Università affonda, parola di Abruzzese

Emergendo (a fatica e non senza cerotti, reali e virtuali) dalle fatiche di un trasloco e dallo choc del cambio (obbligato) di provider (avevo dimenticato quanto fosse duro cercare di ottenere servizi decenti da Telecom…), riprendo finalmente la parola. Rinunciando a esprimere la mia opinione su tutte le cose interessanti (sarebbero troppe, ma soprattutto la logica del blog richiede commenti a caldo) successe nelle ultime settimane, mi sembra giusto dare la precedenza alla lettera aperta che uno dei più noti (soprattutto a chi come me si occupa di comunicazione) intellettuali italiani, Alberto Abruzzese, ha indirizzato al neo ministro dell’Università e della Ricerca, Fabio Mussi. L’amico Alberto non usa certo mezzi termini nel tracciare lo stato desolante in cui versa la nostra Università e rivolge al Ministro un secco avvertimento: il tempo delle chiacchiere è finito, dopo decenni di false riforme e di tagli di bilancio siamo sull’orlo del collasso, per cui il nuovo governo è chiamato a dare risposte non equivoche ai seguenti interrogativi (cito letteralmente dalla lettera): “   Il parlamento è disposto a dire che riguardo alle riforme universitarie si è coperto di inettitudine o vergogna? L’Impresa – che fa immagine più che investimento strutturale – sa fare altrettanto? Credi sia possibile mettere intorno a un tavolo non tanto quelli che sino ad oggi si sono occupati della cosa universitaria – sono sempre gli stessi, esattamente come l’università di cui hanno fatalmente portato il peso – quanto piuttosto quelli che in tutti questi anni sono venuti meno al dovere di occuparsene? Se fosse possibile, con quale “primo piatto” ti presenteresti a questo tavolo? Ecco il punto: devi prepararlo questo piatto e presto. Difficile che in questo ti possano bastare lamenti raccolti in loco, consigli negoziati per via ufficiale, voci dei media, intrattenimenti tra colti, fraseggi tra manager o funzionari. Prova a creare un ambiente per ricercare e pensare. Non credo che sarà tempo perso. Un caro augurio di buon lavoro”. Mentre condivido pienamente lo spirito della lettera-manifesto di Abruzzese, invito i lettori che hanno a cuore le sorti dell’Università a spalleggiarne in tutte le sedi e con tutti i mezzi l’iniziativa.


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