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Effetto Albemuth

Notizie, commenti, conflitti e immaginari sulla e dalla Rete

Commenti ( ) Il Parlamento senza poteri

Il Parlamento Europeo ha bocciato la proposta della Commissione sulla Data Retention, accogliendo gli argomenti dei garanti per la privacy: conservare i dati equivale di fatto a intercettare. Tutto è bene quel che finisce bene? No, perché come giustamente nota un articolo di Saverio Manfredini su “Punto Informatico”, le decisioni del Parlamento non sono vincolanti. A prendere la decisione finale in merito sarà infatti, con tutta probabilità, il Consiglio dell’Unione , al quale un’alchimia istituzionale studiata per regale tutto il potere a un vertice che non risponde ai cittadini-elettori regala l’ultima parola.


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Commenti ( ) Scontro Usa Ue su Internet

Continua il duello fra Usa e resto del mondo in merito al controllo su Internet. Gli americani, com’è noto, rifiutano di trasferire la gestione dei domini dall’ICANN a un nuovo organismo ad hoc da creare sotto l’egida dell’ONU. Finora questa richiesta era stata avanzata, anche in relazione all’imminente scadenza del Summit sulla Società dell’informazione previsto a Tunisi (WSIS), soprattutto dai paesi in via di sviluppo, ma ora anche l’Europa si schiera per la “internazionalizzazione” del governo di Internet, suscitando la dura reazione di Washington. “Si tratta di un cambiamento scioccante della posizione europea” ha detto David Gross, incaricato per le comunicazioni internazionali del Dipartimento di Stato, “La proposta della UE rappresenta uno slittamento storico da un approccio che prevede la gestione privata della Rete a un approccio fondato sul controllo politico, dall’alto in basso”. Un’argomentazione evidentemente speciosa, dal momento che le istituzioni “private” che controllano Internet sono americane al cento per cento e le loro scelte strategiche rispecchiano di fatto quelle dell’amministrazione Usa. E’ vero, al tempo stesso, che una gestione internazionale fondata su accordi fra governi implicherebbe un aumento dei controlli politici sulla Rete. Così, mentre l’utopia di un cyberspazio autogovernato dai vecchi e nuovi soggetti che lo hanno costruito pezzo per pezzo si fa sempre più improbabile, il rischio è quello di ritrovarsi ridotti a scegliere fra la monarchia assoluta degli Usa e l’oligarchia di un concerto internazionale di governi.


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Commenti ( ) I viaggiaspettatori

Ricordate l’atterraggio di emergenza che il volo 292 Jet Blu è stato costretto a compiere lo scorso 21 settembre all’aeroporto di New York? Milioni di persone in tutto il mondo hanno assistito, con il fiato sospeso, alla diretta tv della fortunata manovra con cui il pilota del jet è riuscito a portare a terra sani e salvi i suoi passeggeri in barba al blocco del carello. Ma l’aspetto più interessante della faccenda è stato il fatto che i passeggeri hanno potuto assistere “da fuori” alla loro stessa avventura, osservandola attraverso gli schermi tv dell’aereo sui quali andava in onda la diretta della CNN. In merito a questa paradossale esperienza, che ha visto centinaia di persone svolgere ad un tempo il ruolo di protagonisti e di spettatori (o meglio di “viaggiaspettatori”) della vicenda, ricevo da Toronto un interessante articolo firmato da Derrick de Kerckhove (Direttore del McLuhan Program in Culture and Technology) e Vincenzo Susca(dottorando di ricerca presso l’Università “La Sapienza” di Roma), che potete leggere nella sezione materiale.


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Commenti ( ) Manuale per cyberdissidenti

L’amico Carlo Felice Dalla Pasqua mi segnala che il sito di Reporters sans frontières ha appena pubblicato il Manuale per bloggers e cyberdissidenti. In attesa di prendere a mia volta visione del documento, vi giro l’informazione.


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Commenti ( 1 ) Il complesso militare-culturale

Qualche decennio fa, fra coloro che analizzavano i meccanismi di sviluppo dell’economia capitalistica, era di uso corrente il termine di complesso militare-industriale, un concetto che alludeva alla stretta integrazione di interessi imperiali e interessi economici di superpotenze (Stati Uniti in testa) e grandi imprese transnazionali. Nell’era della globalizzazione e del capitalismo immateriale è il caso di rinverdire il concetto, parlando piuttosto di complesso militare-culturale, con esplicito riferimento alla “militarizzazione” delle strategie giuridiche, di propaganda e tecnologiche adottate dalle major dell’industria culturale per stroncare il fenomeno della condivisione delle conoscenze (la cosiddetta “pirateria digitale”) e imporre su scala planetaria il loro controllo monopolistico su tutti i prodotti della creatività umana. La parola “militarizzazione” vi sembra troppo forte? Leggetevi allora le parole, citate da “Punto Informatico”, con cui Dan Glickman, CEO di un consorzio fra sei case cinematrografiche di Hollywood per lo sviluppo di tecnologie anticopia, accosta la filosofia del progetto a quella che ispira le scelte di ricerca del Dipartimento di Difesa americano: “Abbiamo obiettivi differenti, ma anche il Pentagono creò il laboratorio DARPA proprio per ricercare quelle tecnologie che i privati non potrebbero mai pensare”. Come volevasi dimostrare.


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Commenti ( 1 ) Etica e affari

Avendo avuto occasione di seguire la prima giornata del forum annuale su Business Ethic an Corporate Social Responsibility in a Global Economy, giunto alla seconda edizione e promosso dalla rivista Politeia e dal Dipartimento di Studi Sociali e Politici dell’Università Statale di Milano (il forum prosegue e conclude i suoi lavori oggi), restituisco qui di seguito alcune brevi considerazioni in merito a quanto ascoltato. Una prima considerazione riguarda il ritardo con cui queste tematiche si sono affacciate in Italia. Negli Stati Uniti (Paese da cui provenivano molti dei relatori invitati) l’idea dell’impresa come comunità di stakeholder (vale a dire di tutti i soggetti che, a vario titolo e in varia misura, subiscono le conseguenze delle decisioni dell’impresa stessa) si è ormai da tempo consolidata, dando vita a un ampio dibattito (tanto sul piano scientifico-accademico quanto sul piano politico-culturale) sulla necessità di fissare regole che consentano nuove forme di partecipazione democratica ai processi decisionali di un’attività economica che, nell’era della globalizzazione, appare sempre più libera dai vincoli giuridici e morali stabiliti dal sistema politico. Mentre nel contesto anglosassone questo dibattito progredisce congiuntamente alla reazione politico culturale alle sfide della liberalizzazione selvaggia, da noi si vedono ancora scarse alternative alla polarizzazione fra nostalgici dello statalismo e entusiasti del “mondo nuovo” (e dei suoi orrori) che prospera sulle rovine del welfare. Detto questo, la mia impressione è che dalle pur interessanti provocazioni del dibattito sulla Corporate Social Responsibility non sia il caso di attendersi una panacea per gli “effetti collaterali” della transizione al postfordismo. Le considerazioni in merito al comportamento etico come “vantaggio competitivo” per le grandi imprese appaiono infatti dettate, più che da un effettiva incorporazione di valori etici nella cultura d’impresa, da strategie comunicative per fronteggiare la sfida di un mondo che i nuovi media rendono sempre più simile a una sfera di cristallo, esponendo a gravi sanzioni il reputation capital delle imprese che non rispettano determinati standard in materia di diritti umani, ambiente e condizioni di lavoro. Fra i contributi che mi sono parsi più interessanti segnalo quello del prof. Stefano Zamagni (docente di economia all’Università di Bologna), il quale ha messo in rilievo come l’approccio contrattualistico alla Business Ethic (fondato sul bilanciamento degli interessi degli stakeholder) ignori la spinosa problematica dei conflitti di valore (perché l’interesse dei milioni di consumatori che usufruiscono dei prezzi stracciati di una catena commerciale come Wal Mart dovrebbe pesare di più di quello delle centinaia di migliaia di dipendenti costretti ad affrontare condizioni di lavoro disumane per abbattere i costi?); quello di Per Paolo Baretta (membro della Segreteria Confederale della CISL), che ha offerto segnali di disponibilità all’allargamento dell’impegno sindacale nei confronti delle esigenze del territorio, dell’ambiente e dei consumatori al di là della tutela corporativa del lavoro normato e dipendente; e infine quello della professoressa Deborah Johnson (docente alla Virginia University), che ha introdotto il tema della Information Technology come attore-agente in grado di influenzare profondamente ambiente e valori dei sistemi d’impresa.


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Commenti ( 1 ) C’è brevetto e brevetto

Sul blog di Alfonso Fuggetta, leggo un lungo articolo dal titolo “Cos’è un brevetto software?”. L’argomentazione è troppo articolata e complessa per essere riassunta in poche battute, per cui mi limito a estrarre alcuni punti. Il primo punto, su cui non posso che essere d’accordo, consiste nell’affermare che il vero problema non è interrogarsi sull’opportunità o meno di introdurre i brevetti software, bensì di capire se l’idea stessa di brevetto non sia ormai superata alla luce degli attuali sviluppi tecnologici ed economici. Lasciando aperto tale interrogativo, Fuggetta passa a “smontare” il concetto di brevetto software, nel tentativo di dimostrare che dietro a esso si possono nascondere realtà assai diverse, alcune assurde (come giustamente denunciato dalla comunità open source), altre che meriterebbero una discussione più serena prima di essere scartate apriori. Personalmente mi trovo in qualche difficoltà nell’esprimere un parere sulle argomentazioni molto “tecniche” (sia sul piano giuridico che tecnologico) messe in campo da Fuggetta, per cui segnalo l’articolo agli amici più ferrati in materia, in attesa di un loro parere.


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Commenti ( 1 ) Tunisi Mon Amour

Ricevo dall’amico Fiorello Cortiana, il senatore verde in prima linea nelle battaglie per la libertà d’espressione e la democrazia in Rete e contro la privatizzazione di idee e conoscenze, un invito a diffondere e sottoscrivere il testo di un appello per la definizione di una Dichiarazione dei diritti della rete, da lanciare in previsione dell’imminente World Summit on Information Society, previsto a Tunisi per Novembre. Aderisco volentieri all’inizativa invitando i lettori che condividono lo spirito dell’appello (qui di seguito riprodotto) a fare altrettanto.
“A Tunisi, in novembre, tutti i paesi del mondo, chiamati dalle Nazioni Unite, si incontreranno nel World Summit on Information Society. E’ una grande opportunità. E’ un incontro che deve concludersi con un documento che segni un’epoca: una Carta dei Diritti per la Rete.
Internet è il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto. Un luogo dove tutti possono prendere la parola, acquisire conoscenza, produrre idee e non solo informazioni, esercitare il diritto di critica, dialogare, partecipare alla vita comune, e costruire così un mondo diverso di cui tutti possano egualmente dirsi cittadini.
Internet sta realizzando una nuova, grande redistribuzione del potere. Per questo è continuamente a rischio. In nome della sicurezza si restringono libertà. In nome di una logica di mercato miope si restringono possibilità di accesso alla conoscenza. Alleanze tra grandi imprese e stati autoritari cercano di imporre nuove forme di censura. Internet non deve divenire uno strumento per controllare meglio i milioni di persone che se ne servono, per impadronirsi di dati personali contro la volontà degli interessati, per chiudere in recinti proprietari le nuove forme della conoscenza.
Per scongiurare questi pericoli non ci si può affidare soltanto alla naturale capacità di reazione Internet. E’ tempo di affermare alcuni principi come parte della nuova cittadinanza planetaria: libertà di accesso, libertà di utilizzazione, diritto alla conoscenza, rispetto della privacy, riconoscimento di nuovi beni comuni. Solo il pieno rispetto di questi principi costituzionali consentirà di trovare il giusto equilibrio democratico con le esigenze della sicurezza, del mercato, della proprietà intellettuale.
E’ tempo che questi principi siano riconosciuti da una Carta dei Diritti. Chiediamo a tutto il popolo della Rete, alle donne e agli uomini che lo costituiscono, di collaborare con la loro libertà e creatività a questo progetto, e di far sentire la loro voce ai governi di ciascun paese perché lo sostengano”


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Commenti ( ) Scienza open source


E’ da poco uscito, per i tipi di Feltrinelli (pp. 172, € 8,5), “Il sapere liberato. Il movimento dell’open source e la ricerca scientifica”, a cura del Gruppo Laser. Il libro, pubblicato sotto licenza Creative Commons e disponibile anche in Rete, rappresenta un eccellente strumento per chiunque (in particolare per gli studenti e i lettori privi di conoscenze specialistiche in campo giuridico) intenda documentarsi sulla problematica della proprietà intellettuale nell’era del capitalismo immateriale. In particolare, il primo capitolo offre una esauriente panoramica storico-geografica sulle origini di brevetti e copyright (con un approccio più didattico e comprensibile rispetto ad altre opere, come i libri di Lawrence Lessig, ma senza perdere per strada la complessità della materia), smontando pezzo per pezzo il mito dei “fondamenti naturali” della proprietà intellettuale. Quindi l’attenzione si sposta sull’impatto economico e sociale del progressivo irrigidimento della legislazione internazionale in materia di brevetti e copyright sulla ricerca scientifica. Criticando (nel secondo capitolo) l’ideologia secondo cui i brevetti favoriscono l’innovazione e la ricerca; analizzando (nel terzo capitolo) una serie di case studies che dimostrano la possibilità di estendere i principi del software free e open source (e in particolare la logica del copyleft) alla ricerca e all’editoria scientifica; tentando infine di dimostrare (nel quarto e ultimo capitolo) come l’economia dei beni immateriali potrebbe tranquillamente convivere (e anzi prosperare) con il ritorno a una concezione del sapere scientifico come bene pubblico, in totale controtendenza con l’attuale processo di mercificazione delle idee.


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Commenti ( ) Pecunia non olet

E’ confermato: il management di Yahoo ha formalmente ammesso (pur dichiarando di non poter fornire dettagli sulla vicenda) di avere fornito al governo cinese le informazioni che hanno consentito l’identificazione e l’arresto del dissidente Shi Tao. Come si sono giustificati? La richiesta di informazioni del governo cinese è arrivata sotto forma di ingiunzione legale e Yahoo, ha detto il cofondatore della società Jerry Yang, si adegua a questo tipo di richieste in tutti i Paesi in cui opera, non solo in Cina. Come si concilia questo atteggiamento con le chiacchiere sulla diffusione della libertà di informazione e opinione con cui il governo e le imprese americane nobilitano i loro progetti di egemonia mondiale? Ovviamente in nessun modo, ma che importa: gli utenti Internet cinesi veleggiano verso i cento milioni, un mercato che giustifica ampiamente qualche “piccolo compromesso”. I soldi non hanno confini né colore ideologico, e soprattutto non puzzano mai.


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