Effetto Albemuth
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Categoria: Generale. Inviato: Lunedì, 26 Settembre, 2005.
Il surreality show in cui ha vibrato il villaggio globale
Toronto, 21 settembre 2005, ore 20:30
Dopo una lunga giornata di lavoro spesa nella Coach House del McLuhan Program in Culture and Technology dell’Università di Toronto – laddove il genio canadese profetizzava l’implosione in un abbraccio globale dell’umanità elettronicamente mediata – ci spostiamo a pochi metri in un pub di Bay Street per concludere in modo più disteso, con una birra e ali di pollo, la finestra del 21 settembre 2005. Una volta accomodati e nel tentativo – semplice e al tempo stesso un po’ forzato – di portare la conversazione verso spiagge più terrene, o quantomeno più leggere rispetto a quelle frequentate nelle ore di lavoro, improvvisamente cogliamo nell’atmosfera la presenza di un atteggiamento diverso dal solito da parte dei clienti del locale. La musica è assente e gli sguardi degli astanti sono proiettati verso gli schermi televisivi, come se in quel momento ciò che accadeva nel locale non fosse importante, come se il centro di gravità del mondo si fosse spostato sullo schermo, laddove scorrevano in diretta le immagini surreali dell’infortunato volo 292 Jet Blu con destinazione New York.
La caratteristica propria del linguaggio televisivo fa sì che non sia semplice realizzare immediatamente l’effettiva “realtà” dell’evento trasmesso. Il flusso di immagini, infatti, forma e contenuto proprio della narrativa del piccolo schermo, è solito confondere lo spettacolo con l’attualità, la fiction con il racconto dei fatti, il sacro con il profano. La fantasmagoria televisiva ha la capacità precipua di “mischiare le carte” e di far confluire nello stesso istante eterno, in una dimensione surreale, l’immaginario e il reale. E’ stato il filosofo francese Jean Baudrillard, in effetti, a spiegare in maniera affascinante, seppure enigmatica e con sfumature tenebrose, la perdita di peso che sta subendo la dimensione propria del reale nell’epoca della video-sfera, la scomparsa del referente originario ad essa legata e l’avvento di una condizione esistenziale, quella postmoderna, segnata dall’invasione del simulacro.
Ci vuole un po’ di tempo, quindi, nonché la necessità di mettere in moto le proprie doti di discernimento, per capire che le immagini trasmesse dalla CNN con il solito tono eccitato sono in effetti testimonianze live – vive – di una possibile tragedia in corso d’opera. L’Air Bus 320 decollato da Los Angeles con 139 passeggeri a bordo e sei membri dell’equipaggio non è una creatura di Hollywood né un fantasma dell’industria culturale, ma sta “in effetti” attraversando i nostri cieli, al di là e al di qua di quel piccolo schermo in cui tutto il mondo si ritrova unito in una vibrazione collettiva. Supportato dal sospiro, dal fremito e dal tifo della platea globale quel carrello è in effetti fuori uso e il pilota – l’eroe – deve consumare il grosso del carburante a disposizione in modo tale da evitare un eventuale incendio nell’atterraggio più spinoso e compartecipato della storia dell’umanità. E’ tutto il mondo, sono tutte le identità proiettate in quell’abitacolo attraverso la finestra televisiva, a scongiurare il peggio, a incrociare le dita e a sentirsi, su qualsiasi sgabello, sedia o divano, parte in causa della posta in gioco. “E’ come se fossi lì”, esclama un vicino del nostro tavolo.
Ciò che accade ogni volta che una grande tragedia o festa collettiva si consuma sugli schermi dei media di massa è precisamente la cristallizzazione di un istante eterno in cui le dinamiche della vita quotidiana si sradicano dal loro habitat proprio e si e-stendono nel mondo, esperiscono una vibrazione collettiva, si confondono e condividono sensazioni lontane eppure così vicine. Si tratta precisamente dell’esperienza del villaggio globale, allorché, utilizzando le parole di Marshall McLuhan, tramite la mediazione delle tecnologie elettroniche “indossiamo l’intera umanità come una pelle”. Gli occhi delle persone sedute di fronte a noi lasciano trasparire scintille di terrore e preoccupazione; in quel momento non sono più lì con noi, ma proiettati nello schermo-aereo (qual è lo schermo e qual è l’aereo?) a soffrire con loro, come loro.
Le differenze culturali, le inconciliabili visioni del mondo, tutto ciò che separa i diversi “io” e “noi” della terra sono sintetizzati e proiettati nell’hic et nunc di quello schermo-abitacolo; non siamo più in grado di capire fino a che punto stiamo abitando la dimensione fantasmatica dello schermo o quella drammatica dell’abitacolo, ciò di cui siamo sicuri è che il pub è in quel momento un non-luogo, gli altri che ci circondano sono dei fantasmi perché noi non siamo lì e loro neppure. La mediazione tecnologica trasferisce il sentire collettivo al di là del tempo e del luogo in una dimensione in cui l’umanità esperisce se stessa, nella paura della morte, come un’entità compatta, un “corpo unico in pericolo”.
Ecco la straordinaria leva socio-culturale sulla quale si poggiano e plasmano le figure del sentire collettivo postmoderno; la dimensione della catastrofe, l’aspetto tragico dell’esistenza, insieme all’epifania delle grandi feste e cerimonie, sono i dati simbolici su cui si rifonda la socialità al di là della ragione astratta, degli imperativi categorici, delle barriere ideologiche e degli stati-nazionali che hanno forgiato la modernità occidentale.
Proprio nel momento in cui la comunicazione dell’esperienza si avvale delle più robuste tecniche di ipermediazione tecnologica si realizza il massimo della trasparenza tra me e l’altro, in cui siamo fusi e confusi in un contatto che è più tattile che visuale, più spirituale che razionale. Effetto perverso della società dello spettacolo: le tecnologie elaborate e messe in forma dalle fucine scientifiche del positivismo occidentale vengono détournate esattamente per resuscitare una dimensione magica e sensibile dell’essere-insieme! Possiamo quindi comprendere appieno, tramite questi dettagli della vita quotidiana, cosa suggerisce Michel Maffesoli quando mette in luce l’emergenza di una “saggezza dionisiaca” che scorrerebbe nelle vene della cultura postmoderna.
Cosa succede nel frattempo nell’aereo? “Living in a paradox” è stato il suggestivo sottotitolo del Festival di Ars Electronica tenutosi a Linz nella prima metà di settembre. Il paradosso vuole che le nostre 145 vite-mondo in pericolo, che assorbono nei propri corpi e si fanno carico della proiezione-implosione di tutto il villaggio globale, riescano a percepire realmente l’entità e il rischio che stanno correndo solo tramite la mediazione tecnologica televisiva. Le caute informazioni distribuite dal comandante dell’aereo vengono presto smentite dall’invadenza dei piccoli schermi e dal tornado dell’informazione. Un altro paradosso, quindi: l’occhio televisivo, installato nel veicolo per distrarre il passeggero e rendere il suo viaggio più confortevole, diviene il meccanismo tramite il quale rivelare la possibile tragedia alla platea, annunciando alle persone a bordo che in quel momento la loro vita ha smesso di essere un affare privato ed è divenuta la “posta in gioco” di una grande esperienza collettiva. I viaggiaspettatori divengono consapevoli della realtà attraverso l’occhio delle telecamere della CNN, il quale rappresenta il binocolo e al tempo stesso la pelle del mondo che li guarda, li contiene e supporta – ma che, in modo più radicale, in quel momento è loro-con-loro. L’estensione nel dispositivo tecnologico consente di abbandonare la prospettiva separata e incompleta del punto di vista individuale per indossare quella del “punto d’essere totale”, laddove io non sono più “io” nel pub e loro non sono semplicemente “loro” stretti tra le cinture di sicurezza e avviluppati nell’incubo di un destino tragico. Per capire esattamente chi sono e cosa sto vivendo devo spogliarmi della mia identità, della mia posizione nel mondo e dei limiti del mio sguardo per sciogliermi nei flussi di quelli che Alberto Abruzzese definisce gli scenari dell’abitare contemporaneo: i mass media e i loro schermi-pelle sensibili.
Si tratta di qualcosa di ancora più raffinato della realtà virtuale perché mette in gioco un esodo dalla gabbia dell’identità separata del moderno verso una compartecipazione quasi orgiastica alla vita e al sentire comunitario che – portando al suo estremo la forza del paradosso – solo consente la piena comprensione della propria presenza al mondo. Capisco cosa sto vivendo in quel momento solo immergendomi nella prospettiva sinestesica dello schermo-mondo televisivo, laddove mi rendo conto che quel carrello è bloccato, che la mia-nostra vita è in pericolo, che accanto a me non ci sono solo 144 persone e che, in realtà, un’aura collettiva ammanta l’aereo in cui è a bordo il villaggio globale. La media-sfera corrode quindi le fragili barriere dell’informazione a metà fornita dal comandante e consente di esperire “totalmente” e persino in anticipo il proprio destino, assaggiando il brivido della morte quando le fiamme si propagano dal carrello e tirando il sospiro di sollievo più esteso e condiviso della storia quando l’aereo si adagia con un ultimo fremito fermo nella terra ferma.
“La Jet Blue è molto felice di potere annunciare che il volo 292 è atterrato senza incidente alle 18:19. Nessuno tra passeggeri e equipaggio è rimasto ferito”, comunica il portavoce di JetBlue, Brian Parrish.
A Toronto sono le 21:19, il sorriso-sospiro di sollievo seguito alla buona notizia è la leva-rito che serve a sciogliere l’incantesimo, a riportarci nel pub un’altra volta uno di fronte all’altro, dopo essere stati fusi indistintamente nel “tutto” del villaggio globale, confusi nel suo immaginario collettivo. Un’altra volta, come l’11 settembre anche se in una differente modulazione, nulla tornerà come prima perché un altro tassello di un nuovo modo di esperire la coscienza del me e dell’altro si è inscritto indelebilmente sulla nostra info-sensibilità, sulla nostra pelle mediatica sempre più elastica e connessa.
Il cameriere cinese si affaccia al nostro tavolo e sussulta con una battuta dal tono liberatorio: “ecco a voi le vostre ali di pollo, non preoccupatevi, il carrello lo abbiamo tolto noi!”.
Derrick de Kerckhove è il Direttore del McLuhan Program in Culture and Technology dell’Università di Toronto, docente presso la Facoltà di Sociologia dell’Università Federico II di Napoli e Chairman Presso la Biblioteca del Congresso di Washington. Tra i suoi ultimi libri, L’architettura dell’intelligenza, Testo & Immagine, Torino, 2001.
Vincenzo Susca è dottorando di ricerca presso l’Università la Sorbonne di Parigi e “La Sapienza” di Roma, Mcluhan Fellow all’Università di Toronto e ricercatore presso l’ISIMM. Tra i suoi ultimi libri, (a cura di), Immaginari postdemocratici. Nuovi media, cybercultura e forme di potere, Lupetti, Milano, 2005, con Alberto Abruzzese.
2 Commenti a “Il surreality show in cui ha vibrato il villaggio globale”
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ma è vero?? io non ne sapevo niente, il giorno dopo ho preso il volo JetBlue per andare da NY a Toronto……..
Sì il fatto di cronaca è stato riportato da tutti network televisivi americani