Ancora biografismi di secondo livello. Ora mi trovo (prevalentemente) a Minervino di Lecce, diciamo vicino a Otranto. L’idea è quella di passarci l’estate. C’è una casa con uno studio e colui che affitta ha fortunatamente internet wireless. A Lecce attendo nuove sulle consegne per la nuova casa. Cose fondamentali tipo la cucina, le luci, eccetera. Quindi in realtà non ho staccato la spina, anche se un primo trasloco è andato a buon fine (mancano i libri di Roma, ma in questo momento l’idea è prematura).
Veniamo a Minervino. Devo scrivere, in particolare la seconda parte di un saggio lungo sui media prima delle comunicazioni di massa e un articolo per una rivista francese. Ho quindi bisogno di un ambiente raccolto. E di giorno il sonnacchioso paese va sostanzialmente bene, e il mare non è distante. Il problema è la sera, diciamo tra le 22 e le 2 di notte. Che succede, direte voi, a Minervino di Lecce? La casa dà su una piazza, che ospita una specie di parco giochi per bambini, un campo di bocce e un chiosco. I gestori del chiosco devono aver deciso che urge, per l’estate, una fitta programmazione culturale adatta al target che si vede in giro (qualche ragazzotto con motoretta smarmittata e alcune decine di sessantenni che portano i loro anni molto male o di ottantenni che portano i loro anni molto bene). La sera, verso le 22, il chiosco alza all’improvviso il volume dell’impianto stereo. Quando c’è una pausa si sentono - come averli in casa - i ragazzotti che si chiamano a gran voce, o che si sfidano a calcio balilla o a ping pong. Il peggio è il karaoke della domenica. Vi lascio immaginare. In realtà al peggio non c’è mai fine, come si sa: ecco perciò da qualche giorno comparire uno schermo gigante per le proiezioni. Però, ho pensato, magari vedo qualche film che mi ero perso negli ultimi anni. Macché, il diabolico chiosco minervinese aveva in serbo una sorpresa assolutamente non prevedibile: serata con una decina almeno di puntate di Forum, programma (credo) di Rete4, quello con i casi condominiali discussi con livore finto da una platea di spettatori prezzolati con la bava alla bocca, condotti da Rita Dalla Chiesa e giudicati dal magistrato in pensione (ormai sarà novantenne) Sante Licheri. La piazza era gremita, il volume dell’impianto tarato su quello di una multisala newyorkese per audiolesi. Non riuscivo a parlare con la mia compagna da una parte all’altra del tavolo della cucina: tra noi le voci delle comparse di Forum, la scoppiettante sigletta musicale, la voce spazientita del giudice Sante Licheri. La cosa che ci sfuggiva era perché la piazzetta fosse gremita di sessantenni male in arnese o di vispi ottantenni: era un tarlo anche peggiore del fastidio del volume a duecento.
Oggi abbiamo saputo: pare che qualche anno fa la Dalla Chiesa sia capitata a Minervino e abbia reclutato mezzo paese per mettere in scena una quindicina di puntate preregistrate, e quindi poi passate pian piano nella programmazione regolare del programma. Ecco risolto il mistero: il paese si rivedeva sullo schermo con la comodità di una videocasetta o di un dvd che conteneva tutte le puntate in cui erano coinvolti gli abitanti. Un evento di narcisismo collettivo e paesano non ancora studiato dalla sociologia delle comunicazioni di massa che pure da anni sostiene che i reality show sono costruiti per sembrare veri ma sono, al 99 per cento, frutto di una recitazione casereccia su canovaccio fornito dagli autori. Ora so a cosa serve Forum veramente: è un album di fotografie audiovisivo che viene sfogliato su pubblica piazza nei paesini d’Italia dove la signora Dalla Chiesa è passata a reclutare i suoi litiganti. I quali si rivedono qualche anno dopo, potendo verificare quanto è invecchiato tizio e quanto si è mantenuto bene caio, quanto è ingrassata sempronia eccetera. L’unico problema, a questo punto è il volume. Il mio suggerimento - prima di rivolgermi ai carabinieri - è di toglierlo del tutto: pensate al fantastico iperrealismo fantasmatico di un pubblico che si rivede, muto, sullo schermo gigante. Senza un rumore, a parte qualche ragazzotto maleducato che smarmitta di qua e di là. Ma i carabinieri promettono la strada chiusa. Tiè.
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Mi sono ripromesso almeno due post al mese, in attesa di capire cosa ho voglia di continuare a scrivere qua dentro. Ma l’unica cosa che esce senza sforzo dalle dita è una specie di biografismo di secondo livello. Vediamo se riesco a spiegarmi. Vorrei scrivere di cosa significa comprare casa rinunciando agli ultimi venti anni di affitti, nomadismi, randagismi, sradicamenti. In realtà vorrei scrivere di cosa vuol dire, anche dalla posizione di privilegio di uno che sta godendo del favore della propria famiglia, di quanti grattacapi e piccole preoccupazioni diano fatti apparentemente marginalissimi come una tinteggiatura o uno sgrattamento di porte; quanto ci si senta messi in discussione da una semplice contrattazione, da un un acquisto di luci e lampade, dal preventivo di una ditta di trasporti. Vorrei scrivere di come questo metta in moto tutto un mondo di persone amate e di come, anche in questo, ci si possa sentire inadeguati e insieme felici del loro attaccamento, desiderosi di ricambiare, quasi malinconici per l’impossibilità di farlo nell’immediato. Insomma, vorrei scrivere della vita reale nella sua nudità e nel suo abbagliante e semplice essere, cui comparteciperebbe la scrittura, quasi come un’amabile gatta di casa.
Già, ma di quale casa?
E poi però: è la gatta il soggetto, e la casa la scenografia. E lo sai.
Lo sai. Però non sai ancora scriverlo. Almeno non oggi.
Verrà un altro tempo. Verrà quel tempo. Verrà.
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Prima scrivo, poi capirò in che numero mi sono collocato. Scrivo fuori dal blog, in un file vergine di Open Office. Credo di essermi cacciato in un piccolo problema di scrittura telematica: l’eliminazione dei commenti, operata per colpa del gigantesco volume di spam che arriva a ogni minuto nei pertugi del sito, allontana la pratica di un controllo quotidiano del blog. E questo comporta una mia stessa frequentazione assai scarsa. Ma c’è dell’altro: la consapevolezza di voler esporre il mio progetto di blog (mille pensieri, il più possibile diversi uno dall’altro) attraverso un medium che è essenzialmente di breve comunicazione interattiva mi dota di piccoli sensi di colpa, come se volessi usare in maniera aristocratica uno strumento democratico. Ne risente la stessa voglia di scrivere in questa modalità, perché da un lato mi rendo conto che la minor frequentazione dei commenti mi inibisce di fronte al racconto biografico, come se avessi assunto un paradossale timore del disvelamento di privacy di fronte alla pura osservazione degli altri (senza possibilità di lasciar traccia, se non scrivendomi privatamente). Dall’altro non mi dispiacerebbe trovare un modo di scrivere che fosse di breve riflessione sul mondo senza eccessive personalizzazioni, ma mi rendo conto che non è facile, e che non sempre il pensiero ha voglia di farsi scrivere. Per questo scrivo di meno. Ma chissà, magari tra un po’ cambio idea.
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Se qualcuno, dopo che avete svolto un intervento a braccio a un convegno, vi consegna la trascrizione letterale di ciò che avete detto e vi chiede di trasformarla in un vero intervento scritto, avrete una brutta sorpresa. (continua…)
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Da parecchi mesi sto scrivendo un saggio sulla comunicazione nel Medioevo. Argomento affascinante, sia per uno storico che per un sociologo dei media. (continua…)
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I miei vanno via da Venezia. Sono stanchi dei turisti, sono stanchi di fare le scale senza ascensore, sono preoccupati all’idea di una sanità ospedaliera lenta e sui generis. E poi non ci sono più negozi “veri”. E poi viene sempre più naturale andare al garage di Piazzale Roma e prendere l’auto per “andare a fare un giro”.
Ho quindi dormito per l’ultima volta nella casa ai piedi del ponte dei Tre Archi, mentre una pioggia villana cadeva nel canale di Cannaregio rendendo difficile vedere, dall’altra parte dell’acqua le finestre della casa della nonna.
Quando sono andato via ho salutato i miei quasi bruscamente, cercando di non guardarmi intorno, cercando di non ricordare, di non rendere quel giorno evento memorabile.
Cercando di non ricordarmi di me.
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Insomma, mi ritrovo a scrivere sulle elezioni. Il 13 e il 14 aprile si è votato. E ha vinto Berlusconi. E la Lega ha fatto il botto. Per molti di noi però queste non sono le notizie più importanti. La vera bomba è che la cosiddetta sinistra radicale non solo è andata malissimo, ma addirittura non è entrata in parlamento. (continua…)
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Campagna elettorale brutta. Bruttissima. Ma. Ce ne ricordiamo di belle-bellissime? Quali, di grazia? Quelle delle corazzate democristiane e comuniste, senza inflazione di politica televisiva, senza par condicio, senza duelli dell’ultima settimana, con tanti bei comizi e bandiere rosse al vento o bianche scudocrociate? Oppure quella di Obama e di Hillary: così appassionante e combattuta – in uno schieramento – da rischiare di favorire il più grigio avversario. Quindi? Assolviamo la nostra campagna? No, certo. (continua…)
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Neo-tot
Il mio amico Nello Barile ha scritto un singolare pamphlet che si intitola La mentalità neo-totalitaria (Apogeo, appena uscito). E’ una critica serrata al nostro modo di vivere (compreso il suo, quello di Nello, che è giovane docente universitario ed esperto di fenomeni di moda e costume, nonchè individuo globalizzato e in quasi perenne movimento), ai media che utilizziamo, ai consumi che produciamo (ossimoro?), alle scelte politiche che facciamo, ai personaggi che ci piacciono e che non ci piacciono. Qualcosa di distantissimo dai “veri” regimi totalitari del XX secolo, eppure micidiale nella sua diabolica capacità di sottrarre ogni autenticità alle nostre azioni. Sgonfiare la sovversione - anche la più leggera e semiotica - inglobandola nel sistema di rappresentazione comunicativa prima ancora che sia esplosa.
Non è il Grande Fratello, piuttosto tanti piccoli gremlins della società dello spettacolo che spostano nell’illusione mediatica il succo di ogni fragranza innovativa. Tanti gremlins che lavorano per l’illusione delle illusioni, per lo spettacolo della vita nell’era della globalizzazione e delle sue varianti più o meno progressiste (è ancora il tempo del glocal?).
La cosa veramente carina, a parte una carica corrosiva della scrittura che fa sempre piacere riconoscere in un trentenne, è che anche per l’invenzione di Nello vale la regola che lui stesso ha creato: il suo prodotto - la critica del pensiero neo-totalitario - è già zippata e contratta e pronta all’uso nei luoghi preparatori della rete. La discussione in rete serpeggia, anche se non credo che i contenuti del saggio siano adatti alla lettura di chi ha circa 12 secondi esatti prima di cambiare sito e controllare la mail.
Quando Nello mi parlava, qualche mese fa, della sua intenzione di fare un saggio sul pensiero neo-totalitario, gli replicavo che forse sarebbe stato più corretto parlare di pensiero neo-totalizzante. Il perchè, se leggerete il saggio, vi sarà senz’altro chiaro. Nel frattempo la nemesis è già arrivata, perché, trovandosi a chiacchierare del libro di Nello, dopo un po’ viene da dire a tutti “il tuo libro sul neo-tot”. Neo-tot. Meno cupo di neo-totalitario, meno vago di neo-totalizzante. Insieme limpido e criptico come una nuova ideologia. Un abbraccio a Nello e un augurio al neo-tot (a questo punto: col trattino o senza?).
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Ormai la storia delle banche l’abbiamo capita. Se ci arriva una mail con un login bancario sappiamo che qualche organizzato bastardo sta cercando di sapere le nostre coordinate del conto corrente per poi succhiarci il possibile. Sappiamo anche che è da veri ingenui compilare moduli per ricevere mirabolanti premi di lotterie mai avvenute.
Ma ogni giorno gli organizzati bastardi si fanno più furbi. Adesso scrivono che sono risaliti alla vostra posta elettronica e che sanno che dal vostro numero di telefonino sono partiti messaggetti porno in direzione della (loro) moglie. Potrebbero denunciarvi. Ma sono comprensivi. Sanno che qualcuno potrebbe avervi clonato la sim card e così vi invitano a collegarvi con un sito che consentirebbe di verificare l’avvenuta clonazione ai vostri danni. Naturalmente c’è un modulino da compilare. Così, scrivono, non “faranno partire la denunzia” (sic).
Odio questi nuovi truffatori telematici. Non è solo per la breve agitazione di sapere che qualcuno potrebbe avervi messo in mezzo. E’ per il tempo di fare le opportune verifiche, per scoprire il vero dominio degli organizzati bastardi, per capire che si tratta – ovviamente – di truffe e truffette. Tempo rubato da questi odiosi organizzati bastardi.
